[17 novembre - corteo a Genova] Quelli della lotta strada per strada

Published on 11/16,2007

Manifesto del Network Antagonista Torinese per il corteo del 17 novembre

MANIFESTAZIONE A GENOVA
17 NOVEMBRE 2007 - ORE 15
COMUNITA’ DI SAN BENEDETTO AL PORTO
MARINA DI GENOVA


Sabato si terrà a Genova una manifestazione di protesta contro il tentativo della procura della repubblica di formulare un giudizio storico e politico sugli eventi del luglio 2001 attraverso la condanna dei 25 compagn* imputati a pene che arrivano ai 16 anni di reclusione. Il movimento che invase il capoluogo ligure il 19, 20 e 21 luglio sfidò i divieti e la blindatura armata di una città militarizzata, che ospitava il vertice mondiale degli otto paesi più industrializzati e più politicamente più influenti del pianeta. Fù un movimento variegato, diversificato nei linguaggi e nelle pratiche di lotta, ma unito nell’affermazione di un altro mondo possibile e nell’obiettivo di assediare la zona rossa in cui gli otto grandi si erano trincerati, difesi da un apparato repressivo che avrebbe picchiato, arrestato e torturato, arrivando anche a uccidere un ragazzo, Carlo Giuliani, colpevole di resistere insieme ad altri alla ferocia dei guardiani del vertice.
Oggi parte di quel movimento torna a Genova per ribadire che esiste una storia dei movimenti e delle lotte e una storia scritta dai tribunali, e che queste storie non viaggiano parallele, ma confliggono, come è scritto nel comunicato di indizione del corteo.
Rispetto ad allora molte cose sono cambiate nel movimento. Molti semplicemente non ci sono più, hanno fatto il classico salto della barricata ed ora sono in parlamento a chiedere voti per partiti che finanziano la guerra e promulgano leggi razziste, securitarie e lesive degli interessi di chi lavora. Molti altri, invece, tornano dopo aver attraversato le successive stagioni di mobilitazione, dalle lotte no tav a quelle contro la base di Vicenza, dai movimenti studenteschi e precari in Italia e in Europa alle mobilitazioni contro il caro-vita, il caro-studi, per la casa, per la riappropriazione di reddito, contro nuovo o vecchi fascismi e razzismi. Molti altri, infine, saranno a Genova senza aver partecipato a quelle giornate e magari iniziando ora il loro percorso individuale o collettivo di protagonismo e di lotta politica, ma consapevoli che le giornate di Genova sono un patrimonio e una ricchezza storica che appartiene ai movimenti di liberazione di ogni tempo e di ogni luogo.

partenza da Torino:
stazione Porta Nuova - concentramento ore 11
(andata e ritorno: 10 euro)




Leggi la feature dedicata al corteo su InfoAut




La storia siamo noi
Un appello alla mobilitazione di tutti
per il 17 novembre


"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario.
Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell'ordine e della giustizia.

Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato.
Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere.

Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25 persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione di revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.
Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutt*, nessuno escluso.

Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno rappresentato.
Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni.

Per cominciare primo appuntamento a Genova: 17 novembre 2007
La storia siamo noi.

SUPPORTO LEGALE

ascolta/scarica la presentazione del corteo di Genova
con Mina di Supporto Legale


per info: info@supportolegale.org
scarica/diffondi il print di Supporto Legale





[Blocco Antagonista]
Quelli della lotta strada per strada

In queste settimane volge al termine il primo grado del processo che vede imputati 25 compagn* che hanno partecipato alle manifestazioni contro il G8 di Genova il 19, 20 e 21 luglio 2001. Attraverso le richieste di condanna a 225 anni complessivi di carcere lo stato italiano intende formulare un giudizio storico e politico su quelle giornate, facendo pagare ad alcuni di noi, scelti nel mucchio come capri espiatori, il prezzo della paura che quelle giornate hanno saputo provocare ai potenti della terra. Ma, nella fase politica presente, le istituzioni repressive intendono anche lanciare un segnale preciso ai potenziali soggetti sociali conflittuali presenti e futuri, e ai movimenti che sul terreno dell’opposizione alle grandi opere, della lotta alla precarietà e della difesa e conquista di spazi sociali hanno praticato terreni di contrapposizione e rottura negli ultimi anni.

Il G8 ha catalizzato nel 2001 istanze di lotta composite e diversificate in quanto vertice dell’oppressione, della guerra, della devastazione ambientale, del razzismo. Le decisioni prese a Palazzo Ducale in quei giorni hanno avuto effetti sulle condizioni di vita di tutte e tutti, hanno dettato le linee dell’esproprio della dignità, della libertà, dell’intelligenza e fatica di tutti coloro che in ogni parte del globo sono costretti a vendere la loro forza-lavoro, patiscono l’insufficienza dei mezzi necessari per vivere, gli effetti delle carestie e delle speculazioni finanziarie, sono vittime delle guerre, della violenza razziale, dell’oppressione di classe.

Contro tutto questo abbiamo invaso in centinaia di migliaia da ogni parte del pianeta la città militarizzata, abbiamo portato a Genova la rivolta e il protagonismo sociale e politico, abbiamo messo in atto mille diverse forme di protesta e di azione, abbiamo raggiunto con il nostro messaggio di ribellione e speranza gli sguardi di milioni di persone che, ovunque nel mondo, hanno compreso e condiviso le nostre grida e le nostre scritte, hanno riconosciuto negli scontri e nella protesta la loro stessa rabbia, hanno avuto ancora una volta la conferma che il rifiuto dell’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna travalica qualsiasi distanza e qualsiasi confine. Nelle immagini della protesta che hanno fatto il giro del mondo si è costituita una silenziosa e minacciosa amicizia politica globale.

I funzionari della repressione armata hanno scatenato per questo contro di noi la violenza più brutale e la ferocia più vigliacca, facendo di Genova il teatro di un’esperienza che ha segnato i ricordi di tutti. Donne e uomini pestati sull’asfalto da polizia, carabinieri e guardia di finanza, arresti di massa, inseguimenti e colpi di arma da fuoco. Sulle strade è rimasto il sangue, mentre nella caserma di Bolzaneto le torture fasciste degli uomini in divisa erano preludio del massacro preordinato alla scuola Diaz.

Nei giorni successivi, in molti hanno preferito prendere le distanze, dividere il movimento a partire dalle diverse sensibilità e pratiche di lotta, contrapporre astrattamente istanze e comportamenti che avevano avuto un obiettivo comune. Diversi soggetti politici presenti in piazza in quei giorni amministrano adesso le scelte di guerra, promulgano decreti repressivi e razzisti, sposano politiche sul lavoro che colpiscono i bisogni dei soggetti giovanili e precari metropolitani. Noi siamo quelli che non ora, ma già allora diffidarono profondamente di partiti e personaggi che ambivano ad attraversare il movimento con mire che divergevano evidentemente dall’urgenza di antagonismo che andava manifestandosi in tutti i grandi assedi ai vertici internazionali.

Dopo quelle memorabili e drammatiche giornate, quasi tutti hanno fatto il possibile per scongiurare il ripetersi di forme di contrapposizione politica verace e diffusa: le mobilitazioni contro le guerre globali degli anni 2000 hanno così patito un evidente difetto di incisività, e solo il movimento notav ha riaperto in Italia, nella pratica concreta ed efficace di un antagonismo di fatto, un discorso possibile di ricomposizione e progettualità che sappia interpretare le forme contemporanee di alterità politica e la loro nuova dimensione europea.

Il 17 novembre saremo ancora a Genova per chiedere la fine delle persecuzioni giudiziarie contro i 25 compagn* sotto processo. Non manifesteremo per ricordarci o per ricordare, ma per rivendicare a testa alta la nostra colpevolezza e consapevolezza. Noi siamo stati quelli della battaglia strada per strada, della resistenza di massa a pubblico ufficiale, dell’azione diretta, dell’insubordinazione capillare. Le barricate, le fiamme, gli attacchi ai simboli concreti del modo di produzione e accumulazione capitalista messi in atto a Genova sono parte di una storia molto più grande, che da Seattle e Praga avrebbe raggiunto Parigi, Copenhagen e Rostock, in un disegno imprevedibile e spettrale che scompare e riappare, nelle sue variazioni e differenze, come un indice puntato verso il futuro. Là si concentrano tutti i nostri progetti rivoluzionari, là cospirano tutte le paure dei nostri nemici.

Abbiamo urlato, agito e viaggiato ben oltre Genova, siamo stati nei gesti di liberazione delle popolazioni sotto attacco nella guerra globale, nei processi di trasformazione in movimento in Asia e in America Latina, nelle lotte lontane del continente africano. Oggi lo stato italiano si affretta ad archiviare con queste sentenze qualcosa che non si può archiviare, né fermare o scongiurare. Con queste richieste di pena si vuole criminalizzare l’immagine di un movimento che ha devastato e saccheggiato. Ma dalla Val di Susa a Vicenza si alza la resistenza di chi sempre oserà rispondere: “Chi devasta? Chi saccheggia? Devastatore è il capitalismo!”. E’ la resistenza di cui vorrebbero farci vergognare, quella resistenza deliberata e attiva che ci rende caro il ricordo di Carlo Giuliani, quella resistenza che sempre si rivolgerà, ancora e ancora, contro i suoi assassini in doppio petto e contro quelli in divisa.

Le decine di migliaia di persone che in quei giorni hanno camminato, protestato, cantato e hanno osato resistere e contrattaccare hanno trasformato Genova in una promessa, in qualcosa che è ancora da realizzare: l’apertura di nuovi spazi di movimento e conflitto sociale metropolitano in Europa e nel mondo, per la fine di un modello di accumulazione e potere vecchio e reazionario, per l’inizio della possibilità, per tutte e tutti, di progettare il nuovo.

Manifestare a Genova vuol dire promettere a nostra volta, rilanciare la mobilitazione e la critica, ricordare a chi ci ha dato la caccia che non si uccidono i fantasmi della crisi delle forme istituzionali della rappresentanza e del prodursi di sempre nuovi percorsi di opposizione sociale.
Non ci ha fermato la vostra violenza, non ci fermano i vostri processi: non ci avete fatto abbastanza male per impedirci – ovunque – di pensare, di decidere, di tornare.

L'AREA ANTAGONISTA

Network Antagonista Torinese
Csoa Askatasuna
Csa Murazzi
Collettivo Universitario Autonomo
Laboratorio del precariato sociale Crash! – Bologna
Mao – Movimento Autorganizzato Occupazioni – Bologna
Collettivo Universitario Autonomo – Bologna
Csoa ExKarcere – Palermo
Sportello antisfratto - Palermo
Collettivo Universitario Autonomo – Palermo
Csa "Gastone Dordoni" – Cremona
Cam – Collettivo Autogestito Modenese - Modena
Cosenza Antagonista - Cosenza
Cpoa rialzo - Cosenza
Collettivo Kontroverso – Cosenza
La Kasba – Cosenza
Rebel Fans! Ultras Antifa – Cosenza
Csa Mattone Rosso – Vercelli
Cda Senza Tregua – Vercelli
Csoa "Angelina Cartella" - Reggio Calabria
E-reticollettivo - Orbassano (Torino)
Collettivo Autonomo "Pecore Nere" - Asti
Sare Antifaxista - Bilbao - Euskadi
Forze Antagoniste Livornesi
Csa Godzilla
Officina sociale Refugio
Centro di quartiere Chico Malo
Centro sociale Germinal Cimarelli - Terni
Area Antagonista Campana
Csoa Officina 99 - Napoli
Laboratorio occupato Ska - Napoli
Redazione Radioazioni - Napoli
Csoa Damm - Napoli


per aderire all’appello: news@infoaut.org
scarica/diffondi l'appello dell'area antagonista




leggi la presentazione del video "Ordine pubblico - Genova 2001", prodotto dal Genova Legal Forum

scarica il video dal portale New Global Vision



Quello che segue è il volantino che il Collettivo Universitario Autonomo stà distribuendo ai bachetti che si stanno tenendo a Palazzo Nuovo per la promozione del corteo di sabato a Genova:

Contro la certezza dell'impunità
per le forze dell'ordine
Tutte e tutti a Genova il 17 novembre

Ancora una volta è accaduto, ancora una volta un lutto ha colpito gli amici e i compagni di strada di un ragazzo come tanti altri, come tutti noi dedito alle sue passioni, intento a seguire la sua squadra del cuore in trasferta, dopo aver messo dischi come dj nel locale romano dove lavorava da anni. Ancora una volta un ragazzo ha trovato sulla sua strada le divise delle forze dell’ordine, e ancora una volta questo incontro è stato mortale. Mentre si trovava seduto sul sedile posteriore della sua auto in un autogrill di Arezzo Gabriele Sandri è stato raggiunto da un proiettile che ha attraversato la sua testa e l’ha ucciso sul colpo, sparato da un agente della polizia stradale che ha fatto fuoco due volte dal lato opposto della carreggiata. Secondo la questura di Arezzo, il “motivo” di tutto questo sarebbe stata una scazzottata avvenuta nel parcheggio dell’autogrill, che la polizia ha voluto in questo modo contribuire a sedare a distanza. Incredibile.

Solo poche settimane fa un altro cittadino, Aldo Bianzino, è stato arrestato a Perugia con la sua ragazza perché teneva in casa delle piantine di marijuana. E’ morto nella notte in carcere, il suo corpo presenta lesioni gravissime al fegato e al cervello, tutti tacciono, la tv non ne ha parlato, anche se questo sabato in migliaia hanno sfilato a Perugia chiedendo verità per Aldo. Ancora una vittima dei teppisti in divisa, stavolta della polizia penitenziaria. Anche Federico Aldovrandi stava semplicemente tornando a casa dopo una notte di festa nell’ottobre 2005, ma è stato fermato dalla polizia di stato per un controllo: è stato portato in ospedale poco dopo già cadavere, su internet ci sono le raccapriccianti fotografie del corpo immerso in un bagno di sangue. I poliziotti hanno fatto di tutto per mettere a tacere l’accaduto e nascondere la verità, anche falsificando documenti e verbali, e solo la tenacia della madre di Federico e di chi l’ha aiutata ha fatto sì che tutto non fosse già insabbiato. E si potrebbero elencare molti altri casi.

Perché in Italia la polizia fa quello che gli pare, e soltanto gli stupidi e i benpensanti non se ne accorgono. Il 20 luglio 2001 Carlo Giuliani stava resistendo insieme a migliaia di altre persone alla violenza della polizia e dei carabinieri, che stavano rincorrendo e picchiando, anche a bordo di mezzi blindati, chi quel giorno voleva sfilare contro il G8 e le sue politiche mondiali. Pietre, bastoni, estintori: questi gli oggetti con cui i compagni si opposero alle cariche della polizia. Ma quel giorno i “tutori dell’ordine” si sentirono in diritto di alzare il livello dello scontro e fecero ampio uso delle armi da fuoco (vennero sparate durante il vertice decine di pallottole in diversi punti della città). Un carabiniere sparò ad altezza d’uomo sulla folla e colpì in pieno volto Carlo, che restò sull’asfalto; il defender dei carabinieri passò due volte sopra il cadavere prima di allontanarsi.

L’inchiesta su quell’assassinio è stata presto archiviata, il carabiniere prosciolto; le inchieste sui pestaggi della polizia alla scuola Diaz in quegli stessi giorni, come quella sulle torture contro centinaia di manifestanti presso la caserma di Bolzaneto, hanno viaggiato con una lentezza che permetterà comunque la prescrizione dei reati: nessuno pagherà. Intanto 25 compagn* rischiano per il G8 fino a 16 anni di carcere, si chiede la certezza della pena, e pene più severe, per gli ultras, per i centri sociali, per i lavavetri, per chi scrive sui muri; un’intera comunità, quella Rom (e per estensione quella romena) vengono additate come nemico pubblico, mentre i tutori dell’ordine continuano a provocare i ragazzi durante i controlli per strada o allo stadio, a pestare gli immigrati, a blindare le manifestazioni di piazza. L’assassinio di Carlo Giuliani o di Gabriele Sandri sono potuti accadere perché questi signori sono incitati dai media e dai governi a sentirsi sempre dalla parte della ragione, pensano di potersi permettere tutto e continuano a stressare con il fatto che guadagnano poco, come se i lavavetri o i giovani che vanno allo stadio, i marocchini dei Murazzi o chi manifesta e si oppone alle cariche non sopravvivesse in generale con ancora meno.

L’occasione per ribellarsi alla sfrontatezza e all’impunità di questi volgari assassini sarà Sabato 17 novembre, nella manifestazione contro le richieste di pena per i manifestanti che il tribunale di Genova sta mettendo in atto riguardo ai fatti del 2001.

No justice No peace
Fuck the police

Collettivo Universitario Autonomo



Daniele Luttazzi, nel suo programma Decameron, parla di Genova e dell'omertà del Palazzo,
invitando tutti e tutte al corteo del 17 novembre




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