Da Torino a Genova: le lotte non si processano

Published on 10/27,2007

Scudo della polizia macchiata di vernice rossa..


Nel mese di maggio 2005 furono organizzate a Torino alcune iniziative in solidarietà agli immigrati detenuti all’interno del Cpt di Corso Brunelleschi. In quel periodo molti di loro avevano intrapreso un lungo sciopero della fame e numerose erano state le rivolte scoppiate all’interno della struttura, rivolte represse duramente dalle forze dell’ordine. Si verificarono diversi atti di autolesionismo tra gli immigrati che protestavano contro le condizioni di detenzione e contro la ragione stessa della loro incarcerazione. Il 19 maggio in particolare, furono moltissime le persone che accorsero fuori dal Cpt in solidarietà alla lotta che si era sviluppata all’interno. All’arrivo dei manifestanti, la situazione si presentò drammatica; molti immigrati erano arrampicati sulle recinzioni e sui tetti dei container e innalzavano lenzuola macchiate di sangue. La polizia fece partire una carica contro i presidianti che cercarono di resistere per mantenere l’iniziativa di solidarietà. Al termine della manifestazione uno studente venne fermato, portato in questura e dopo qualche ora tradotto in stato d’arresto al carcere delle Vallette con l’accusa di resistenza e lesioni aggravate in concorso.

Il 12 giugno invece, intorno alle 5 del mattino, una dozzina di fascisti armati di coltelli e bastoni si introdussero nella casa occupata Barocchio di Grugliasco e aggredirono alcuni degli occupanti. Due di loro vennero feriti in modo grave. Un’aggressione gravissima come non se ne vedevano da decenni a Torino ma che perfettamente si inseriva nello scenario degli attacchi dell’estrema destra a livello nazionale a danno di centri sociali, case occupate e militanti antifascisti. Il movimento torinese rispose a quella vile aggressione con un corteo cittadino che sfilò blindato dalle forze dell’ordine, le quali nei pressi di Via Po decisero di caricare ingiustificatamente i manifestanti. Anche in quell’occasione quattro persone furono fermate e due di loro furono condotte al carcere delle Vallette.

Per questi fatti, intorno alla fine di luglio, dieci persone furono colpite da misure cautelari e quindi arrestate; altre dieci furono coinvolte nelle indagini. In otto furono accusati di devastazione e saccheggio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. In sette rimasero in carcere per più di un mese e successivamente agli arresti domiciliari per svariati mesi.

Accusare di devastazione e saccheggio - reato che prevede una pena che va dagli otto ai quindici anni di reclusione - persone che hanno partecipato a delle iniziative così importanti nella nostra città fa pensare che si sia voluto creare un caso politico più che giudiziario. L’accanimento della magistratura era ancora una volta assolutamente ingiustificato ma ben si inserisce nel clima che si era instaurato in città nei mesi preolimpici.
Il 30 ottobre è prevista la sentenza del processo sui fatti del Cpt e di Via Po, processo nel corso del quale l’accusa ha più volte dimostrato difficoltà nel portare avanti le proprie convinzioni e nel proporre una ricostruzione convincente dei fatti. Moltissime inoltre sono state le testimonianze in difesa degli imputati.

Il reato di devastazione e saccheggio è stato utilizzato anche per gli antifascisti milanesi che protestarono nel marzo 2006 contro la Fiamma Tricolore nonché nel processo contro 25 persone che parteciparono alle iniziative contro il G8 di Genova nel 2001. Questo reato si prefigura quindi come un mezzo istituzionalizzato per colpire e condannare chi nel nostro paese porta avanti una pratica antagonista, un moderno e “democratico” sistema per processare le idee.

A Genova, dopo quasi tre anni e mezzo di dibattimento, l'udienza numero 130 si è chiusa con un nuovo show dei Pm Canepa e Canciani che hanno concluso la loro requisitoria con la vergognosa richiesta di una pena complessiva di circa 225 anni di reclusione per i 25 manifestanti accusati di "devastazione e saccheggio". 25 persone su cui due pubblici ministeri "di grido" credono di poter scaricare una storia collettiva di lotta e rabbia, usandoli come capro espiatorio per l'avanzamento della propria carriera.
È sotto gli occhi di tutti la disparità di trattamento tra il processo ai carico dei manifestanti e l'iter seguito invece per le forze dell'ordine, denso di omissioni, attenuanti e imputazioni minori. Ci sembra inoltre doveroso evidenziare la sproporzione tra la violenza di uno stato in assetto di guerra scaricatosi in molti casi contro persone inermi e il legittimo diritto di resistenza di migliaia di persone che scelsero di affermare, anche con la forza, il proprio diritto a manifestare e battersi contro i potenti della terra; gli stessi G8 che in pochi anni hanno riportato l'interno globo sull'orlo di una non improbabile nuova guerra mondiale e che questo stesso pianeta rischiano comunque di distruggere con il perseguimento di politiche economiche ed energetiche non più sostenibili.
Sugli spalti del Tribunale genovese si gioca per lo Stato italiano la volontà di salvare retroattivamente - in perfetta trasversalità bi-partisan - tutto il proprio operato di autorità politica e morale (in progressiva perdita di consenso): da Napoli a Genova passando per l'Afghanistan e l'Iraq.
Dentro la richiesta di Canepa/Canciani si fa anche strada un cavallo di Troia pericoloso: l'uso politico e "cautelare" del reato di "devastazione e saccheggio", il reato buono per tutte le stagioni, tecnologia giuridica di contenimento-annientamento di qualunque spunto conflittuale possa attraversare la società, minaccia e monito ai ribelli di ieri ma anche e soprattutto a quelli di oggi e di domani.

La devastazione contestata a seguito delle manifestazioni di piazza non ha nulla a che vedere con la vera devastazione: quella che il potere statuale commette ogni giorno, quella dello sfruttamento, del dominio, della negazione di qualsiasi affermazione dei bisogni personali e collettivi, quella dei territori devastati in nome del profitto, come il progetto Tav-Tac in Val di Susa, quella della nostra città cantierizzata per eventi spettacolari di cui nessuno usufruirà e che il tessuto urbano mai riassorbirà.
Negli atti processuali inoltre, viene chiaramente esplicitato come siano le personalità dei soggetti a essere messe sotto processo, quelle personalità giudicate pericolose perché attive a decine di manifestazioni e iniziative di movimento. Ad essere messi sotto accusa non sono i fatti compiuti ma l’appartenenza degli imputati ad ambiti di lotta antagonisti.

Csa Murazzi
Csoa Askatasuna
Collettivo Universitario Autonomo
[Network Antagonista Torinese]

Leggi/scarica il dossier antifascista
"Devastazione e saccheggio"
del Network Antagonista Torinese




per info: www.infoaut.org - www.csoaskatasuna.org


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