[Unioriot Meeting] Bologna - 18 e 19 ottobre - "Autoformazione, autonomia, reddito"

Published on 10/17,2007



Bologna: Facoltà di lettere e filosofia
aula 1 via Zamboni 38

giovedì 18/10
ore 14: Divenire istituzione dell'autoformazione
venerdì 19/10
ore 10: Fuori dal controllo, diritti e conflitti nella metropoli
ore 14: Uniriot in movimento

Divenire istituzione dell'autoformazione

Dopo un anno la rete a progetto Uniriot continua il suo percorso di innovazione politica e di conflitto negli atenei d’Italia. Si riparte da Bologna provando a rimettere al centro le tematiche su cui questo network è nato, alla luce anche degli avanzamenti pratici e teorici frutto della collaborazione e dell’impegno di tutt* . Si riparte continuando a discutere di autoformazione.
L’università, in virtù del ruolo che ricopre in quel processo di formazione permanente che caratterizza il capitalismo cognitivo, diviene strategicamente un nodo centrale, un -importante- punto di applicazione della forza, di decostruzione dei dispositivi di gerarchizzazione del lavoro vivo.

Gli elementi della precarietà, dello sfruttamento, dell’ingabbiamento del sapere vivo nelle maglie della valorizzazione capitalistica vanno rovesciati in elementi comuni di soggettivazione, di creazione e riappropriazione di spazi di autonomia.
Le pratiche diffuse di cooperazione e innovazione  portano nei luoghi dell’istituzione formativa nuovi saperi, conoscenze e possibilità, decostruendo continuamente le gabbie gerarchiche, attraversando con sempre più facilità i confini porosi dell’università.

Il nodo problematico su cui confrontarci è a questo punto come quest’eccedenza continuamente prodotta in università possa consolidarsi in forme di organizzazione autonoma e aprirsi alle reti diffuse sul territorio.
Come l’autoformazione, luogo veramente comune di cooperazione sociale, diviene “istituzione autonoma”, reale autovalorizzazione, concatenamento positivo e pieno dei soggetti nella produzione immateriale.

Si tratta di intendere questo spazio politico aperto e strutturato come dispositivo in cui le forme e i flussi del sapere vivo possano esprimersi e cooperare.
Ripensare la mobilità studentesca e l’ autogestione dei propri percorsi formativi in termini di libera diffusione del sapere,  come  affermazione di un’autonomia di progetto che sappia disinnescare tutti quei dispositivi di inclusione differenziale che gerarchizzano e controllano il general intellect.

Fuori dal controllo: diritti e conflitti nella metropoli

l tema delle politiche neo-securitarie  ha assunto un rilievo ormai emergenziale, scandito da una quotidiana ribalta mediatica e dalla continua definizione di nuove "misure eccezionali" . Una stagione, questa, segnata da violenti attacchi agli spazi sociali, che ha visto una tetra sequenza di sgomberi (dal Livello 57 e Crash a Bologna, alla Chimica di Verona, all’ Asso di Milano), e dalla sistematica persecuzione di tutte le forme di "devianza” e marginalità metropolitana, individuate non soltanto nel migrante o nel povero ma,complessivamente, in quella pluralità di figure, dal writer agli studenti, che risultano incompatibili con il governo del territorio.

In risposta al vuoto politico prodotto dalla crisi totale della rappresentanza e dal fallimento di ogni ipotesi di riformismo si afferma un paradigma securitario dal tratto strutturale che definisce un modello di governance urbana, messo a punto nel
laboratorio politico bolognese dell'amministrazion e Cofferati e successivamente assunto in modo trasversale, per quanto diversamente articolato (gli esempi di Firenze, Padova, Milano, Roma).Un modello che sta divenendo l'asse costituente del Partito Democratico, partito che annulla ogni distinzione tra destra e sinistra in un progetto politico pragmatico.

Le retoriche del degrado e dell'insicurezza, confezionate a misura di un'opinione pubblica nutrita di fobie, promulgano un concetto di legalità asfittico, calibrato su un presunto canone di cittadinanza "decorosa" e suffragato da un piano mediatico mistificante. Processi di produzione d'opinione che legittimano il ricorso a procedure d'urgenza e interventi repressivi di ogni tipo, spesso anche a scopo dichiaratamente preventivo, e la criminalizzazione di sempre più numerose tipologie di comportamenti diffusi.

E' il tessuto metropolitano con la sua polifonia e le sue contraddizioni, costituito e permeato da reti comunicative e produttive, a configurarsi come il terreno del conflitto; uno spazio non perimetrabile, fluido ed eterogeneo, in cui le politiche della sicurezza e del controllo devono modularsi di continuo in forme alternativamente molari e repressive o flessibili e sfuggenti, ma sempre tese alla neutralizzazione di un bios che si esprime in
molteplicità irriducibili. Produrre con- ricerca metropolitana significa costruire mappature e connessioni tra tutte quelle forme di espressione che non possono essere integrate in questo processo di disciplinamento del territorio, significa riversare i nostri linguaggi e le nostre pratiche negli spazi adiacenti l’ università. Del resto il piano della produzione di linguaggi e di immaginari costituisce lo spazio costituente di uniriot: un terreno strategico per decostruire le narrazioni dominanti.

La metropoli intesa come unità produttiva vede l'affermarsi di un paradigma di governo del lavoro vivo che si declina secondo due macro-direttrici di fondo; da un lato le articolazioni plurime dei dispositivi securitari tentano di normare e gerarchizzare forme di
vita e socialità, sanzionando ogni espressione di eccedenza; dall'altro si affermano i processi di pauperizzazione e precarizzazione esistenziale delle figure produttive, attraverso i meccanismi della ricattabilità economica e dell'accesso differenziale ai diritti e alla ricchezza sociale.
Come rete uniriot  abbiamo individuato nel reddito ( nella battaglia per un reddito garantito e incondizionato per tutti e tutte) l’istanza forte attorno alla quale tematizzare il diritto di chi produce a riappropriarsi della ricchezza prodotta. Il reddito anche come  posta in palio, come immaginario di lotta, all’ altezza della metamorfosi della qualità del lavoro. La battaglia attorno al nodo del reddito come possibilità di connessione tra le figure molteplici e differenziate della produzione metropolitana. Detto questo pensiamo che sia necessario riprendere le fila del ragionamento, provando a calare la forza e la consistenza evocativa dell’ immaginario legato al reddito in forme singolari e determinate. Ad esempio attorno al tema del libero accesso ai saperi e alle reti comunicative metropolitane (materiali e immateriali): su questo terreno, partendo anche dal 9 novembre, proponiamo di mettere in circolo una pratica politica e comunicativa comune.

Uniriot in movimento

Uniriot è una rete politica a progetto che fa della costruzione di linguaggi e di pratiche comuni il proprio spazio costituente. Una rete che vive dentro i percorsi di autoformazione, nella messa in comune dei saperi e nella cooperazione autonoma dai poteri dell’accademia: un dispositivo atto a sottrarre tempi, crediti e spazi all'università feudale.
Stiamo costruendo l’unica università possibile, quella che parla il linguaggio dell'autogestione del sapere vivo. Pensiamo sia importante, nel corso di questa due giorni, soffermarci a ragionare assieme sulle modalità e la forme con cui questa rete a progetto possa trovare punti di contatto e di convergenza con altre esperienze (pensiamo a Edu- factory o a Uninomade)che fanno della costruzione di un nuovo lessico e della ricerca politica la loro prassi.

Ma uniriot è anche il tentativo di tematizzare la riappropriazione nel tempo del capitalismo cognitivo, nel tempo in cui la produzione eccede qualsiasi determinazione spaziale e le vite sono messe al lavoro. Ci sembra quindi immediato riconoscere nella scadenza del 9 novembre un'occasione importante nella quale provare ad agire lo sciopero nello spazio metropolitano, ed al contempo cominciare a costruire una campagna di comunicazione comune e un percorso di conflitto attorno al nodo della riappropriazione dei nessi comunicativi metropolitani.
Un terreno significativo per tematizzare il ragionamento sul reddito, rivendicazione forte attorno alla quale provare a dislocare il piano strategico dei conflitti metropolitani.
I centri sociali, le reti di inchiesta e di autoformazione e gli spazi autogestiti nelle facoltà  sono risorse preziose per ricominciare a costruire con- ricerca metropolitana e prassi politica all’altezza della metamorfosi della qualità del lavoro e della composizione di classe.

"Se per agire bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio indietro"

C38 - Uniriot Bologna



Questo il documento del Collettivo Universitario Autonomo, prodotto in occasione della discussione della due giorni bolognese:

Sicurezza nell'immaginario
vs
appuntamento con la realtà


Autoformazione e valore

L’eventuale intento di divenire istituzione dell’autoformazione pone una questione complessa, che recentemente abbiamo affrontato, a Torino, in occasione di una discussione pubblica da noi organizzata nel quartiere universitario, cui abbiamo invitato membri dei consigli di facoltà e del senato accademico. La questione che abbiamo posto era: in quale misura l’università è disposta a prendere atto del fenomeno, in continua crescita, dello sviluppo di percorsi di autoformazione?
La risposta è stata a tutti i livelli positiva. E’ quasi sembrato che l’istituzione non aspettasse altro che dare legittimità ai percorsi autogestiti di formazione comune! Chi ci parlava ha spesso fatto ricorso a espressioni come “bisogni degli studenti”, “colmare un vuoto”, “superare la crisi della didattica nel 3+2”, ma soprattutto è emerso più volte un concetto che ci sembra di estremo interesse: “le imprese hanno costante bisogno di autoformazione”.

Le istituzioni economiche del capitalismo cognitivo necessitano di forza-lavoro intellettuale molto dinamica. La qualità della forza-lavoro cognitiva nell’istante t non è adeguata alle esigenze dell’impresa nel nuovo contesto di mercato dell’istante t’; in questo lasso di tempo la forza-lavoro e il soggetto che la possiede devono affrontare una metamorfosi, rendersi adeguati, migliorare e farsi migliorare: è necessario un percorso di formazione. Questi percorsi di formazione sono per lo più a carico delle imprese, dal momento che l’università non sembra ancora competitiva su questo fronte, e per questo il soggetto economico pretende da noi soprattutto due attitudini: in primo luogo, un certo tasso motivazionale, ossia una specie di entusiasmo imbecille nell’essere assunti; in secondo luogo, una forte propensione alla flessibilità, che significa capacità di sottoporsi continuamente a esperienze e percorsi di autoformazione.
Le aziende preferiscono infatti scaricare sul soggetto operaio i costi della formazione: il lavoratore cognitivo viene assunto, e il suo contratto viene rinnovato, se procede a migliorare le proprie attitudini cognitive al di fuori dell’orario di lavoro giuridicamente determinato. Questo meccanismo di risparmio si rende socialmente più evidente con il fenomeno degli stages gratuiti o a pagamento, dei tirocini gratuiti o sottopagati, e in senso lato anche con i dottorati e gli assegni di ricerca senza borsa o con borse da fame.

Il lavoratore cognitivo ha spesso la tendenza a prestarsi a queste rapine del suo tempo, a questi percorsi di autoformazione permanente o di formazione gratuita o a pagamento. E’ necessario soffermarsi sulle motivazioni di questo comportamento operaio. Rispetto all’operaio classico, l’operaio cognitivo vende una forza-lavoro che è meno fisica e più intellettuale: questo produce una differenza di non poco conto, dal momento che il cervello è un organo in grado di trasformare e adattare le sue capacità molto più degli altri organi del nostro corpo. Un padrone che ha bisogno di braccia non investirà più di tanto sulla formazione (si pensi alla figura storica dell’operaio massa), perché il rapporto operaio/macchina è sbilanciato in favore di quest’ultima, che rappresenta quasi al 100% l’elemento di capitale costante. Ma un padrone che ha bisogno di cervelli, cioè di creatività, competenze e idee, potrà e dovrà investire proprio sul soggetto operaio, che ingloba una parte consistente di capitale costante (sotto forma di scienza, ma anche di sentimenti o passione).

Questo spiega almeno in parte perché talvolta ci sentiamo disposti a stringere la cinghia, come precari, in fase di formazione: la trasformazione che avviene nella nostra forza-lavoro cognitiva tra l’istante t e l’istante t’ è anche un aumento di capitale che avviene nel nostro cervello; e dal momento che ancora non è stato inventato il modo di estrarre un cervello dal cranio e chiuderlo a chiave nel magazzino d’impresa, sappiamo che in qualche modo disponiamo di una merce forza-lavoro che incrementa il suo valore, e perciò di capitale.
Poco importa che l’interesse del lavoratore cognitivo finisca comunque per soccombere di fronte alla velocità delle matamorfosi del mercato, e che nella giungla della formazione gli vengano spesso rifilate delle sole. Qui quello che conta è l’elemento di ambivalenza radicale che queste dinamiche assegnano a  un fenomeno sociale come l’autoformazione. Dal momento che essa produce valore intellettuale e cognitivo in incremento, produce capitale; per questo tanto le strategie di estorsione di ricchezza sociale al lavoro vivo quanto elementi di passiva soggiacenza degli intelletti alle regole del dominio sono proprie di questo fenomeno; infine, è per questo che lo stesso rapporto autoformazione/istituzioni (siano esse accademiche o d’impresa) è già dato, anche se in un senso che non lascia grandi spazi all’eccedenza critica e all’autovalorizzazione.
E’ necessario dunque approfondire l’analisi della metropoli odierna, cercando di generalizzare il quadro e interrogando l’ambivalenza di fondo che sembra attraversare tanto il capitale cognitivo quanto la forza-lavoro intellettuale e l’immaginario di cui si nutre.

L’immaginazione al potere

La metropoli contemporanea è luogo di produzione di un’estesissima ricchezza testuale, che si colloca caratteristicamente al limite tra ciò che nella critica classica dell’economia politica sono il capitale costante e il capitale variabile, tra la sfera della produzione e quella della riproduzione. Tuttavia, non apprezziamo tra produzione materiale e testuale una differenza decisiva per quanto riguarda la qualità della forza lavoro impiegata. Anche nell’ambito della produzione detta meramente materiale le capacità cognitive dei soggetti hanno una loro importanza, così come la creazione testuale – se il testo è ampiamente inteso come comprendente tanto i riferimenti indicali presenti nel mondo, quanto quelli che strutturano o destrutturano le menti degli esseri umani – abbisogna inevitabilmente di una forza fisica che si metta all’opera: scrivere, incidere, cliccare, dipingere e pensare sono attività fisiche, che come le altre possono produrre stanchezza e stress.

Allo stesso modo, la differenza tra produzione testuale e produzione meramente materiale non è riscontrabile nel prodotto: non si dà il caso di un’epoca in cui la merce fosse del tutto o prevalentemente materiale, sostituita oggi da un’altra in cui essa è divenuta del tutto o ampiamente testuale. In effetti, la merce è costitutivamente qualcosa di astratto, essendo l’entità sociale determinata dalla forma di valore associata a un oggetto (anche quando esso in senso lato non è “fisico”, come nel caso di un’idea protetta da copyright), la quale non coincide affatto con l’oggetto stesso che, in quanto tale, osservato nella sua nuda presenza ontologica, non possiede né può possedere non solo un valore di scambio, ma neanche un valore d’uso; anche quest’ultimo, infatti, è dato soltanto nella relazione di esso con un potenziale consumatore. La forma merce, la connotazione sociale dei prodotti del lavoro umano inseriti in una sfera di mercato, è sempre stata e sempre sarà “immateriale”.
Se consideriamo da vicino l’elemento testuale, infine, così come è presente da millenni nella società e nell’economia e così come vi si trova oggi in posizione del tutto centrale, risulta evidente la sua materialità: non solo perché l’ossido magnetico che fa da supporto alle scritture digitali non è più immateriale dell’argilla o della cera di cui erano fatte le antiche tavolette, ma anche e soprattutto perché sono le stesse facoltà cognitive umane – quelle necessarie a inventare, codificare, produrre e riconoscere segni – ad essere irriducibilmente radicate nel tessuto nervoso dell’essere umano come ente biologico, al di là di qualsiasi ingenua contrapposizione spirituale/fisico o mente/corpo. Il materialismo necessario per comprendere le trasformazioni continue del mondo capitalistico non è, contrariamente a quanto talvolta si crede, soltanto il metodo che affronta l’analisi del reale a partire dalla considerazione dei rapporti di produzione e dei rapporti di forza; esso è anche l’intonazione teorica di fondo che chiude i conti con un’eredità giocata sulla contrapposizione o giustapposizione binaria tra materia e non materia, al fondo della quale si cela immancabilmente una rimozione o una condanna del corpo.

Ma resta di fronte ai nostri occhi, palese, il risultato della trasformazione: una metropoli costellata di rinvii indicali, connessa con sé stessa e con l’esterno grazie alla tecnica informatica, abitata da un soggetto operaio che ormai ha in grandissima parte ceduto alle macchine il ruolo produttivo bruto, dislocando il proprio impegno – oggi come ieri, estorto – sul livello intellettuale della creazione e dell’innovazione, e iterando in forma rinnovata il vecchio rapporto macchina/forza lavoro.
Se c’è una differenza rilevante tra prodotto meramente fisico e prodotto testuale, essa sussiste su un altro livello, che è quello del rapporto soggetto/oggetto. Se le merci meramente materiali che porto al mercato sarebbero tali anche in assenza del soggetto che le trasporta e che le vuole vendere o comprare, un software esiste sulla base di codici che non sono tali se non sulla base dell’osservazione da parte di soggetti che li riconoscano, che ne comprendano il senso, ed eventualmente che creino programmi per una loro lettura automatica. L’illusione dell’immaterialità della sfera segnica nella produzione della ricchezza sociale è data da questo elemento epistemico: un segno non è tale sulla base delle sue caratteristiche intrinseche, come le automobili o gli accendini, ma sulla base di un riconoscimento di senso che di volta in volta deve avvenire, anche se il supporto materiale cui è necessariamente legato – al limite scariche neuronali nei nostri cervelli – non ne separa in alcun modo gli elementi costituenti dal mondo fisico fatto di atomi e particelle.

Ora la produzione di segni, legata più di ogni altra alla dimensione soggettiva, immerge il capitale nella sfera intima e interna dell’essere umano e rende problematica la distinzione tra momento della produzione e momento del consumo, tra giornata lavorativa e tempo libero, rendendo storicamente verificabile l’ipotesi teorica di un graduale e tendenziale passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale delle energie materiali e cognitive del soggetto. In qualche modo, il punto cruciale di un capitalismo maturo quale quello odierno è situato sul terreno labile e fluido dell’immaginazione umana (anche se ciò non toglie che milioni di donne e uomini siano quotidianamente obbligati a vendere la loro forza meramente fisica, senza alcuna reale valorizzazione della loro facoltà immaginativa). Di fatto, l’immaginazione che produce generi e spazi testuali – siano essi legati alla programmazione, sperimentazione, progettazione scientifica o all’ambito timico e spettacolare – è oggi più che mai il motore di spinta della produzione capitalistica globale.
In questo senso l’immaginazione è giunta al potere: la riproduzione di un dominio che non vogliamo e non possiamo accettare è realizzata in primo luogo grazie alla facoltà cognitiva che è in grado di formulare l’ipotesi pratica della sua sovversione.

Contro(il)potere dell’immaginazione

Anche il delirio securitario di questi mesi è una costruzione di immaginario, ove il termine assume connotazione più aggettivale che nominale: il pericolo cui sarebbe sottoposto il “cittadino” è davvero immaginario (delitti e violenze urbane esistono dalla notte dei tempi, e sempre esisteranno), così come il degrado, ormai rappresentato anche soltanto dal sedersi per terra con una birra in mano. Allo stesso modo la rinverdita idea di patria, il concetto di esportazione della democrazia, il sogno in fondo giusnaturalistico dei “diritti umani”, i miti del self-made man o del cittadino onesto sono reticoli o rivoli di una narrazione complessa che è immaginario prodotto dai professionisti della politica di palazzo – anche ai livelli più bassi e “locali” – e dai lavoratori dei mass-media che, in gran parte, svolgono il ruolo subordinato di poliziotti dell’informazione.

Questa condizione illusoria del salariato moderno, che crede di vivere male perché noi scriviamo sui muri o andiamo a letto tardi, perché ci sono i furti dei rom o le manifestazioni dei centri sociali, perché qualcuno gli lava i vetri e qualcun altro è costretto a dormire per strada, è allestita con cura e precisione scientifica dalle istituzioni politiche, editoriali, scolastiche e accademiche del capitalismo cognitivo. La tendenza sociale a trovare i responsabili delle cattive condizioni di vita e del senso di espropriazione e furto della propria dignità e del proprio valore umano è traslata sul piano della mistificazione e dell’immaginazione onirica, quello stesso livello da cui nascono o possono nascere i progetti di insubordinazione. Ancora una volta lo spazio del capitale si rivela spazio dell’ambivalenza, dove il medesimo universo segnico subisce ondulazioni parziali in direzioni differenti, e lo stesso prodotto sociale può essere tanto minaccia per l’autorità costituita quanto terreno di regresso per il precariato sociale.
E’ la medesima ambivalenza che riscontriamo in rapporto a quel terreno testuale specifico ma esemplare che è l’azione di writing: nelle metropoli scritte da capo a piedi in cui viviamo, in cui la popolazione è bombardata di messaggi pubblicitari e “offerte culturali”, non di rado passando la propria giornata lavorativa davanti alle icone e alle interfacce dei computers, i comuni promulgano (Bologna è il caso paradigmatico) ordinanze contro i graffiti e stanziano fondi per la ripulitura delle pareti urbane, quasi si dovesse interrompere la produzione di testi con la chiusura formale dell’orario di lavoro, e non dovessero esistere margini delle scritture ufficiali metropolitane. Ma il comportamento schizoide delle istituzioni è dato dalla contemporanea valorizzazione istituzionale, artistica, culturale di certi graffiti e cancellazione manu militari di certi altri (è il caso di Milano). Questa contraddizione assume i caratteri di farsa nelle dichiarazioni del procuratore capo di Bologna, che giustifica l’ostilità nei confronti dei writers con l’affermazione che i graffiti bolognesi non possiedono requisiti di artisticità paragonabili a quelli di altre città europee, quasi vi fosse l’intuizione che nel mondo attuale la legge deve arrivare, come il lavoro, ad assorbire tutto, compreso il giudizio di gusto più banale sul più occasionale gesto di scrittura.

Non a caso tanto a Torino quanto a Bologna i collettivi autonomi universitari hanno colorato, durante iniziative pubbliche – anche a costo del confronto con la polizia – le mura dell’Università. L’immaginazione è facoltà cognitiva posseduta dai soggetti urbani sfruttati, venduta durante l’orario di lavoro – e ce ne rincresce – ma pulsante anche fuori di esso. L’immaginazione controllata e disciplinata del razzismo e dell’autoritarismo borghese imposta dalle istituzioni odierne è sintomo della loro inquietudine per il carattere comunque fantasmatico di ogni produzione immaginativa, nel momento in cui l’idea, anche dopo esser stata messa a valore, può ancora produrre esperimenti – solitari o collettivi, diurni o notturni – di autovalorizzazione e autonomia, cioè di imprevisto. Rispetto al ruolo che le nostre energie cognitive possono avere in un processo di insubordinazione, ci sembra che il fare un’istituzione dell’autoformazione possa valere esclusivamente come costruzione di un contropotere dell’immaginazione.
In effetti, l’incremento di valore della forza-lavoro intellettuale attraverso la lettura e l’esperienza produce autovalorizzazione secondo due strade maestre, tra loro inseparabili: leggere ed esperire altrimenti, rispetto ai percorsi formativi ufficiali (e qui si pone il problema di quanto i nostri progetti di autoformazione siano compatibili con le gabbie giuridiche rappresentate da questo o quel provvedimento ministeriale) e immaginare altro rispetto all’esistente della valorizzazione capitalistica (e si pone il problema, a noi molto caro, dell’ostilità politica contro le istituzioni nel loro complesso). Attraverso queste due brusche svolte che ogni precario può dare alla sua vita, attraverso questi due imprevisti politici, si ottiene il risultato di dare un segno preciso e di parte non solo all’autoformazione come pratica di autonomia, ma al complesso testuale stesso che andiamo producendo con i nostri percorsi di movimento.

Ma un contropotere dell’immaginazione non è un contropotere immaginario, né un’istituzione immaginaria, né una vittoria immaginaria, e nemmeno una riappropriazione immaginaria o dell’immaginario. La forza immaginativa sottratta deve farsi costituente di momenti di lotta efficaci e concreti, in primo luogo sul costo della vita che brucia i tempi del soggetto precario, e ne riduce gli spazi. La parola “reddito” non serve a nulla se fa parte di un progetto (di) immaginario, ma deve essere declinata in forme di riappropriazione pratica, che investano i capitoli di vita della casa, della scienza, dei trasporti, delle strade e piazze urbane. La produzione di immaginario può servire solo se ancora una volta è il rovesciamento dell’immaginazione al potere, anche nel rapporto con i fatti sociali del nostro tempo: occorre non deviare mai dal riferimento principe della situazione effettiva e dei rapporti di forza in cui siamo immersi, dare indicazioni sociali che siano denuncia di stati di cose e dati di fatto verificabili.
La nostra immaginazione, sottratta alla valorizzazione del capitale cognitivo, autonoma da quialsiasi formazione a autoformazione coatta, volerebbe così sempre a pochi metri da terra, in attesa della rottura e dell’espressione viva di pratiche di conflitto, ossessionata da un continuo appuntamento con la realtà.

Collettivo Universitario Autonomo
Torino, ottobre 2007



per info: www.uniriot.org


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