Un no che è una barricata, una barricata che difende il futuro

Published on 18:00, 01/07,2008



In questi giorni stiamo assistendo alla lotta delle comunità campane con estrema attenzione. Forme di lotta sorelle delle lotte resistenti della Val di Susa, di Vicenza e di mille altri paesi dove è la lotta popolare a parlare il linguaggio della politica. Ma anche ad incisivi momenti di lotta metropolitana incontrollabile, non etichettabile, “banlieusard” verrebbe da dire, metropolitana tradurremmo.

La vicenda napoletana traduce chiaramente il vero dramma della politica istituzionale, la gestione di un sistema marcio molto più a fondo dei rifiuti di cui si parla, incapace di gestire, di trovare alternative,di organizzare null’altro che l’emergenza e l’insicurezza. Non ci sono schieramenti se non di comodo, centro-destra o centro-sinistra si dimostrano la stessa monnezza, politica, economica e sociale. Ci troviamo di fronte ad un coro che si alza a gran voce, che richiama la camorra ad attore protagonista della vicenda rifiuti, dell’organizzazione della protesta e gestore della crisi rifiuti. Ma per piacere! Se la camorra avesse il potere di gestire momenti di conflittualità sociale così estesi, così massificati e così incisivi lo farebbe più spesso, in un altro modo, si organizzerebbe una volta per tutte per prendere il controllo di tutto il potere sul territorio. E’ fastidioso e ripugnante sentire questa lezione in continuazione sulla criminalità organizzata ormai paravento per ogni causa e nemico numero uno, soprattutto delle sinistre. Discorsi infimi e falsi da ogni punto di vista li si guardi. La camorra, la mafia la ‘ndrangheta vivono e si riproducono insieme al potere politico ed economico, ne sono un asse portante, sono ossigeno uno dell’altro. Sono due forme statuali che si autoalimentano marciando a braccetto, questa e la verità. Fare campagne per la legalità sulla pelle dei morti esautorando il potere politico istituzionale dalle cause è opera vera di marketing, per le mafie e per la politica. La situazione napoletana dimostra il fallimento della politica dei vari Bassolino, Jervolino e dei governi che si sono alternati. Lì sono le colpe della situazione, e se dobbiamo tirare dentro qualcuno tiriamoci dentro le lobby degli inceneritori, dei gestori dell’energia, i palazzinari, i Romiti , l’Impregilio. Tutti soggetti che alla camorra da tempo versando liquidità mantenendo la situazione dei rifiuti nello stato in cui versa da decenni. E’il connubio tra i poteri il vero problema. Poi si sa, oggi più che mai è in questi momenti che gli imprenditori del disastro sguazzano, pronti a costruire o ricostruire, a incenerire o a nuclearizzare, ma di sicuro ad incassare.

E’ inammissibile che oggi qualcuno venga ad accusare le popolazioni in lotta come causa della situazione. Non ne sono né effetto né causa, ne sono finalmente antagoniste. Da tempo serviva questa scossa, serviva una sollevazione popolare che difendesse la salute e il territorio, e che attaccasse i responsabili del disastro direttamente. Pensate, i politici da 15000 euro al mese chiedono ai cittadini di Pianura responsabilità, ragionevolezza e, come sempre, lo chiedono dalle loro scrivanie, dopo aver inviato plotoni di polizie...
Ragionevolezza… se no siete camorristi!
Ma come mai, in questi anni, la Campania è sempre stata commissariata? Come mai non è mai stato messo in atto un programma che inverte la tendenza mettendo in atto raccolte differenziate, riciclaggio ecc…Sarà colpa della Camorra? Forse, ma di sicuro la Camorra da sola non agisce, la lista delle colpe è lunga e la camorra sta in altre liste per quello che riguardano le sue colpe. In questo caso la responsabilità va cercata nella cordata politico-istituzionale: i commissari straordinari, i sindaci, i presidenti della Regione e della Provincia, i ministri e i capi di stato; sono loro i responsabili.

Le popolazioni oggi, condannate da tempo a vivere il degrado con l’immondizia ovunque e una cronica la rinuncia alla salute, semplicemente non ci stanno più; e si ribellano!
Ora basta, basta sopportare, e poi cosa hanno come prospettiva, la riapertura di discariche colme da tempo e se gli andrà bene tre begli inceneritori che completeranno l’opera di diffusione di malattie mortali che i rifiuti a cielo aperto non hanno ancora fatto. Un futuro di disgrazie e di tumori, e quindi basta, come è doveroso e giusto. Dopo la Valle di Susa tutto è possibile, un senso di rivincita aleggia tra chi ha sempre pensato che “tanto non serve a niente” “e una cosa più grande di noi”, “tanto hanno già deciso”, l’eterno ritornello della rassegnazione.
No, oggi è il no a dimostrare, è la barricata, è il presidio, è il blocco. E’ la sana lotta popolare a parlar chiaro. E il conflitto, barbaro, indecifrabile ma determinato, che fa tremare i signori del nulla.

A Napoli la situazione acquista poi delle caratteristiche tutte proprie, di giorno sembra di rivedere i presidi della valle di Susa, di notte la lotta si estende alla partecipazione allo scontro di giovani espulsi dalla società della bella politica, espulsi dai cicli di produzione, inclassificati dai programmi elettorali. Soggetti di un conflitto basato sul rifiuto, sulla rottura, fuori dagli schemi politici. Assaltano sedi di partito, respingono polizia e carabinieri, alzano barricate e attuano blocchi stradali, chiudono i quartieri e si muovono rapidi, si sciolgono e riappaiono nel momento dello scontro. E’ guerriglia metropolitana, simile ai momenti di scontro di piazza, ma distante dalle logiche che oggi purtroppo conosciamo, è incisiva ed immediata e attacca con metodo i simboli e i responsabili, dimostrando nei risultati, un’anti-istuzionalità radicale e ben definita. E’ spontanea ma trova in forme di autorganizzazione sociale la sua espressione e il suo potenziamento. Saranno classificati camorristi, ma sono i giovani dei quartieri e degli stadi, e in questa lotta riversano quell’incompatibilità che non può essere fermata da una carica della polizia, che non indietreggia, che innalza barricate per difendersi sì, ma per conquistarsi un diritto al futuro, un altro futuro, non sicuramente quello già scritto per loro.

Network Antagonista Torinese
Csoa Askatasuna – Csa Murazzi – Collettivo Universitario Autonomo


Lo spettro del fantasma degli studenti-precari

Published on 02:30, 10/30,2007

Grido di una studentessa francese durante le proteste contro il Cpe

Un fantasma si aggira nel nostro Ateneo. Lo sospettiamo già quando presentiamo la richiesta di immatricolazione e ci troviamo di fronte ai numeri chiusi. Cominciamo a percepirlo meglio quando seduti per terra a seguire un corso discutiamo del costo di questo o quel manuale. Il sospetto si trasforma in ragionevole certezza quando in pausa pranzo ci rendiamo conto che ci è rimasto troppo poco per mangiare qualcosa. Ma quando arriva la fine del mese e il proprietario di casa ci presenta il conto dell’affitto ne siamo certi: il fantasma della precarietà si è ormai impossessato della nostra università, è entrato dentro le aule, grida nei corridoi.

Ad oggi essere studente universitario vuole dire essere immediatamente precario, questo è assodato. Ma non solo perchè molti di noi sono di continuo costretti a prestazioni occasionali di lavoro subordinato e ipersfruttante. Il rapporto stesso che uno studente ha con l'università è precario, perchè di continuo si è flessibilizzati secondo le esigenze di mercato che sono variabili. Per questo motivo ci troviamo di continuo sbarramenti sulla nostra strada che ci fanno proseguire il nostro percorso formativo in un senso o in un altro. Basta pensare al numero chiuso o ai blocchi che ci sono fra alcune lauree triennali e alcune specialistiche. Caso emblematico è il dottorato di ricerca che, sebbene sia ormai legalmente l'ultimo gradino del percorso formativo, è concepito ancora per essere esclusivo, negando la possibilità costituzionalmente data di accedere ai gradi più alti della formazione. Per tagliare corto: l'università è un nodo centrale della produzione cognitiva e noi siamo i precari che agiscono al suo interno.

La principale conseguenza che subiamo è una qualità della vita di certo più bassa di quello che ci aspetteremmo. I costi dell'università, che sono assolutamente da elencare come il pricipale di quei filtri che condizionano le nostre scelte in materia di studi, sono ormai esorbitanti. Del resto subiamo oltre all'aumento di tasse, libri e beni culturali, anche l'aumento del costo della vita che tocca tutta la società: affitti, trasporti, ecc. Di risposta a questa situazione, l'università degli studi di Torino che fa? L'anno scorso ha approvato un cambio del sistema di tassazione che ha fatto aumentare il gettito di soldi all'università portandolo ad oltre il 26% in più del limite stabilito dal FFO (fondo ordinario per la università, ndr). Questo è inacettabile e ci fa capire come non dobbiamo andare troppo lontano per trovare i principali responsabili dei problemi che collettivamente viviamo.

Come studenti e studentesse di varie facoltà di questo ateneo abbiamo intrapreso un percorso collettivo per far sì di ribaltare questa situazione. Noi pretendiamo che i soldi in eccesso dell'università ci vengano restituiti mediante investimenti che vadano a soddisfare i nostri bisogni, da abbonamenti per i trasporti pubblici a riduzioni della mensa, da nuovi alloggi per studenti a fotocopie gratis. Pretendiamo un percorso formativo che sia flessibile ma secondo i nostri interessi e non quelli di chi ci sfrutta di continuo.

Se il fantasma della precarietà si è impadronito dell'università, probabilmente non si è ancora impossessato di ognuno di noi, non ha ancora condizionato il nostro modo di pensare. Un fantasma ancora peggiore ora sappiamo che si aggira per questi corridoi e che non lascerà in pace nessuno finchè non otterrà tutto ciò che vuole, il fantasma degli studenti-precari!

Assemblea Permanente Studenti-Precari

Assemblea Permanente Studenti-Precari
mercoledi 31 ottobre 2007
ore 17 - spazio Unilotta di Palazzo Nuovo


Da Torino a Genova: le lotte non si processano

Published on 19:06, 10/27,2007

Scudo della polizia macchiata di vernice rossa..


Nel mese di maggio 2005 furono organizzate a Torino alcune iniziative in solidarietà agli immigrati detenuti all’interno del Cpt di Corso Brunelleschi. In quel periodo molti di loro avevano intrapreso un lungo sciopero della fame e numerose erano state le rivolte scoppiate all’interno della struttura, rivolte represse duramente dalle forze dell’ordine. Si verificarono diversi atti di autolesionismo tra gli immigrati che protestavano contro le condizioni di detenzione e contro la ragione stessa della loro incarcerazione. Il 19 maggio in particolare, furono moltissime le persone che accorsero fuori dal Cpt in solidarietà alla lotta che si era sviluppata all’interno. All’arrivo dei manifestanti, la situazione si presentò drammatica; molti immigrati erano arrampicati sulle recinzioni e sui tetti dei container e innalzavano lenzuola macchiate di sangue. La polizia fece partire una carica contro i presidianti che cercarono di resistere per mantenere l’iniziativa di solidarietà. Al termine della manifestazione uno studente venne fermato, portato in questura e dopo qualche ora tradotto in stato d’arresto al carcere delle Vallette con l’accusa di resistenza e lesioni aggravate in concorso.

Il 12 giugno invece, intorno alle 5 del mattino, una dozzina di fascisti armati di coltelli e bastoni si introdussero nella casa occupata Barocchio di Grugliasco e aggredirono alcuni degli occupanti. Due di loro vennero feriti in modo grave. Un’aggressione gravissima come non se ne vedevano da decenni a Torino ma che perfettamente si inseriva nello scenario degli attacchi dell’estrema destra a livello nazionale a danno di centri sociali, case occupate e militanti antifascisti. Il movimento torinese rispose a quella vile aggressione con un corteo cittadino che sfilò blindato dalle forze dell’ordine, le quali nei pressi di Via Po decisero di caricare ingiustificatamente i manifestanti. Anche in quell’occasione quattro persone furono fermate e due di loro furono condotte al carcere delle Vallette.

Per questi fatti, intorno alla fine di luglio, dieci persone furono colpite da misure cautelari e quindi arrestate; altre dieci furono coinvolte nelle indagini. In otto furono accusati di devastazione e saccheggio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. In sette rimasero in carcere per più di un mese e successivamente agli arresti domiciliari per svariati mesi.

Accusare di devastazione e saccheggio - reato che prevede una pena che va dagli otto ai quindici anni di reclusione - persone che hanno partecipato a delle iniziative così importanti nella nostra città fa pensare che si sia voluto creare un caso politico più che giudiziario. L’accanimento della magistratura era ancora una volta assolutamente ingiustificato ma ben si inserisce nel clima che si era instaurato in città nei mesi preolimpici.
Il 30 ottobre è prevista la sentenza del processo sui fatti del Cpt e di Via Po, processo nel corso del quale l’accusa ha più volte dimostrato difficoltà nel portare avanti le proprie convinzioni e nel proporre una ricostruzione convincente dei fatti. Moltissime inoltre sono state le testimonianze in difesa degli imputati.

Il reato di devastazione e saccheggio è stato utilizzato anche per gli antifascisti milanesi che protestarono nel marzo 2006 contro la Fiamma Tricolore nonché nel processo contro 25 persone che parteciparono alle iniziative contro il G8 di Genova nel 2001. Questo reato si prefigura quindi come un mezzo istituzionalizzato per colpire e condannare chi nel nostro paese porta avanti una pratica antagonista, un moderno e “democratico” sistema per processare le idee.

A Genova, dopo quasi tre anni e mezzo di dibattimento, l'udienza numero 130 si è chiusa con un nuovo show dei Pm Canepa e Canciani che hanno concluso la loro requisitoria con la vergognosa richiesta di una pena complessiva di circa 225 anni di reclusione per i 25 manifestanti accusati di "devastazione e saccheggio". 25 persone su cui due pubblici ministeri "di grido" credono di poter scaricare una storia collettiva di lotta e rabbia, usandoli come capro espiatorio per l'avanzamento della propria carriera.
È sotto gli occhi di tutti la disparità di trattamento tra il processo ai carico dei manifestanti e l'iter seguito invece per le forze dell'ordine, denso di omissioni, attenuanti e imputazioni minori. Ci sembra inoltre doveroso evidenziare la sproporzione tra la violenza di uno stato in assetto di guerra scaricatosi in molti casi contro persone inermi e il legittimo diritto di resistenza di migliaia di persone che scelsero di affermare, anche con la forza, il proprio diritto a manifestare e battersi contro i potenti della terra; gli stessi G8 che in pochi anni hanno riportato l'interno globo sull'orlo di una non improbabile nuova guerra mondiale e che questo stesso pianeta rischiano comunque di distruggere con il perseguimento di politiche economiche ed energetiche non più sostenibili.
Sugli spalti del Tribunale genovese si gioca per lo Stato italiano la volontà di salvare retroattivamente - in perfetta trasversalità bi-partisan - tutto il proprio operato di autorità politica e morale (in progressiva perdita di consenso): da Napoli a Genova passando per l'Afghanistan e l'Iraq.
Dentro la richiesta di Canepa/Canciani si fa anche strada un cavallo di Troia pericoloso: l'uso politico e "cautelare" del reato di "devastazione e saccheggio", il reato buono per tutte le stagioni, tecnologia giuridica di contenimento-annientamento di qualunque spunto conflittuale possa attraversare la società, minaccia e monito ai ribelli di ieri ma anche e soprattutto a quelli di oggi e di domani.

La devastazione contestata a seguito delle manifestazioni di piazza non ha nulla a che vedere con la vera devastazione: quella che il potere statuale commette ogni giorno, quella dello sfruttamento, del dominio, della negazione di qualsiasi affermazione dei bisogni personali e collettivi, quella dei territori devastati in nome del profitto, come il progetto Tav-Tac in Val di Susa, quella della nostra città cantierizzata per eventi spettacolari di cui nessuno usufruirà e che il tessuto urbano mai riassorbirà.
Negli atti processuali inoltre, viene chiaramente esplicitato come siano le personalità dei soggetti a essere messe sotto processo, quelle personalità giudicate pericolose perché attive a decine di manifestazioni e iniziative di movimento. Ad essere messi sotto accusa non sono i fatti compiuti ma l’appartenenza degli imputati ad ambiti di lotta antagonisti.

Csa Murazzi
Csoa Askatasuna
Collettivo Universitario Autonomo
[Network Antagonista Torinese]




per info: www.infoaut.org - www.csoaskatasuna.org