[24 novembre - piazza Esedra - Roma] Corteo contro la violenza sulle donne
I media sbandierano i casi più eclatanti e tenaci di violenza alle donne da parte degli immigrati da un lato per far emergere il sempre ben accetto “problema sicurezza”, dall’altro soprattutto negli ultimi anni per porre la cultura occidentale al di sopra delle altre, elogiando il grado di “libertà” che da noi le donne vivono.
Purtroppo è ben risaputo il ruolo che la donna è costretta a vivere e subire ovunque nel mondo, anche in quei paesi dove i movimento delle donne hanno portato ad effettivi cambiamenti.
Vogliono farci credere, o anche solo far vedere, che la violenza sulle donne è esclusivamente di tipo sessuale e da attribuire nella maggioranza dei casi a cittadini extracomunitari.
Forse perché la violenza di un maschio bianco non sta sullo stesso piano della violenza di un maschio nero africano o asiatico.
In realtà basterebbe osservare le più recenti statistiche per avere un quadro significativo della situazione; sono dati che non vanno letti come semplici cifre, questi numeri sono importanti perché sono donne:
- ogni giorno 7 donne in Italia sono vittima di violenza sessuale.
- solo il 3,5% delle violenze avviene fuori casa.
- solo nell’8,6% dei casi la violenza sessuale viene praticata in un luogo pubblico. Più spesso gli stupri avvengono nella propria abitazione (31,2%), in automobile (24,4%) o nella casa dell’aggressore (10%).
Da tali dati si evince che nella stragrande maggioranza dei casi l’aggressore è una persona ben conosciuta dalla vittima, che può essere il marito o il convivente (20,2% dei casi), un amico (23,8%), il fidanzato (17,4%), un conoscente (12,3%); solo il 3,5% dei violentatori non ha mai visto la sua vittima prima dello stupro.
Successivi dati confutano la tesi per cui questo tipo di violenze possano essere ricondotte a problemi di forte disagio socio-economico o psicologico.
Mettere continuamente l’accento sull’entità del problema, non significa cadere nella ripetitività, ridondanza o relegare il problema a questioni statistiche; vale la pena porre sistematicamente la questione in risalto, perché la prima causa di morte delle donne nel mondo è proprio la violenza, fisica o sessuale. Vale la pena continuare ad interrogarsi, confrontarsi sul problema, porre le dinamiche uomo-donna come centrali per una reale crescita della società e degli individui, per non permettere che la voce più forte sia quella dei politici e dei mass media, con le loro strumentalizzazioni.
L’esempio più eloquente è recente. E’ di poche settimane fa le decisione del governo di promuovere un decreto espulsioni; intervento d’emergenza a seguito del dibattito scatenatosi intorno ad una brutale violenza eseguita da un rom su una sua connazionale. La denuncia del fatto ha portato poi allo sgombero del campo nomadi in cui viveva la stessa donna rom.
Pensare di poter arginare il problema della violenza maschile sulla donna con un decreto che favorisca l’espulsione dei migranti farebbe quasi ridere se non ci trovassimo in un contesto drammatico.
Significa non voler affrontare il problema, strumentalizzare la questione e ricondurla ad un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico. Significa dare spazio agli sfoghi razzisti e legittimarli, fornire alle destre nuovi spunti per la loro propaganda xenofoba, ma significa soprattutto ignorare che le violenze di cui sono continuamente vittime le donne non hanno nulla a che fare con l’etnia dell’aggressore, la sua cultura, religione o classe sociale.
L’elemento primario da tenere in conto è che il 90% delle violenze avviene tra le mura di casa, all’interno dell’istituto familiare, venerato a destra e a sinistra come baluardo di civiltà imprescindibile.
Il problema va quindi ricondotto al contesto socio-culturale di stampo patriarcale in cui ci ritroviamo, che da sempre pone l’uomo in una posizione di forza e vantaggio maggiori rispetto alla donna, la quale,se non si decide di intraprendere un percorso di ribaltamento dei ruoli, rischia di rimanere relegata al ruolo di vittima. Vittima anche al di fuori del contesto domestico; la stessa difficoltà che la donna trova nell’emanciparsi dalla famiglia la ritrova anche fuori, sotto diverse forme, ad esempio nel mondo del lavoro, quando non le verrà riconosciuta la libertà di essere madre (il datore di lavoro in molti casi tende a non assumere giovani donne a causa di una loro possibile maternità…che costa!). Anche questa è violenza.
Come è violenza la continua ingerenza della chiesa sui temi riguardanti il corpo delle donne e le tematiche sessuali, vedi l’aborto, l’omosessualità, i dico, la procreazione medicalmente assistita, ecc., tutto ciò affiancato ad una continua difesa del modello di famiglia tradizionale, ormai in evidente crisi.
Quanto ai media, essi contribuiscono a perpetuare lo stereotipo di una donna “oggetto”, nel senso che viene utilizzata in tutti i programmi semplicemente come corpo su cui i telespettatori maschi possano sbavare e far alzare l’audience.
Donne che ammiccano e che nell’uomo generano l’idea che una donna non possa e non voglia rifiutare le attenzioni maschili.
Questo porta l’uomo a pensare che può comprare il corpo femminile e se non ci riesce la frustrazione lo porterà alle solite considerazioni circa l’universo femminile.
E’ un circolo vizioso dove molte donne credono di aver trovato il paradiso ma che non fa altro che alimentare la loro dipendenza e sottomissione ad un sistema maschile/maschilista patriarcale che si regge sulla limitazione della libertà di scelta della donna.
Certo la colpa non può essere solo dei media. Che auspica diverse forme di (auto)organizzazione sociale non può prescindere dal prendere parte ad una lotta di liberazione che non può che liberare tutti. Il capitalismo vive di maschilismo ed è sicuramente una lotta che vale la pena di essere combattuta. Non basta certo condannare i casi più eclatanti per sviare le contraddizioni in cui tutti i compagni maschi sono più o meno immersi.
Persistono infatti atteggiamenti reazionari quando non di aperta ostilità nei confronti delle libere scelte di donne e compagne che fanno fare diversi passi indietro ad un movimento che dice di voler cambiare le cose.
La violenza sulle donne è un problema su cui dovrebbero riflettere anche i maschi che rifiutano di sentirsi parte in causa.
Ed è proprio la questione maschile che nell’avvicinarsi alla scadenza del 24 ha fatto da protagonista in molti dibattiti tra compagne, donne e femministe.
Le assemblee tenutesi a Roma in preparazione della manifestazione sulla violenza maschile contro le donne hanno prodotto la scelta che si trattasse di un appuntamento “di donne e per donne”, partendo dalla lettura che ci fosse una forte esigenza di un protagonismo al femminile. Si tratta di lanciare il messaggio che devono essere le donne stesse, in primis, a denunciare il fenomeno della violenza maschile, a prendere coscienza della loro forza e delle proprie possibilità, con rabbia e rivendicando un percorso di autodeterminazione.
Dall’altro lato ci sono state donne, tra cui le compagne torinesi di Facciamo Breccia, che hanno voluto portare un’altra posizione, che non va letta in contrapposizione alla scelta fatta dal coordinamento organizzatore, bensì come riflessione aggiuntiva, come un ulteriore contributo. Donne che avrebbero preferito la possibilità di una partecipazione mista al corteo,in quanto un confronto uomo/donna su quello che ormai viene definito “femminicidio” è forse la strada migliore da intraprendere per ridiscutere i ruoli e le contraddizioni presenti in ognuno/a di noi e nei rapporti che viviamo.
Perché il confronto, più che l’esclusione, può portare ad una crescita individuale e collettiva e tocca al movimento, per primo, iniziare a ragionare su questa strada.
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Quello che segue è il documento prodotto dalle compagne di Facciamo Breccia di Torino:
Dalla riunione di riflessione sulla manifestazione del 24/11 contro la violenza sulle donne a cui hanno partecipato alcune compagne di Askatasuna, Rosse Fuoco, Gabrio, Collettivo Mafalda, Collettivo Muntzer, Ladyfest, è uscita la seguente riflessione..Siamo le donne di Facciamo Breccia Torino, alcune di noi fanno parte di collettivi femministi, altre di collettivi universitari e/o centri sociali, tutte ci riconosciamo nel movimento antagonista.
Seppure da oltre un anno lavoriamo insieme (molte di noi in altri ambiti da molto prima) sul tema della violenza di genere, non abbiamo potuto partecipare alle assemblee che ci sono state a Roma, e ce ne dispiace. Riconosciamo a chi ha partecipato, da Roma e dalle altre città, il merito di aver pensato la manifestazione, di aver messo a disposizione energie e tempo per costruirla, nel modo in cui le presenti hanno ritenuto efficace.
Non vogliamo quindi mettere in discussione le decisioni raggiunte e le disposizioni per la manifestazione, vorremmo semplicemente portare il nostro contributo, nell’auspicio che la discussione possa proseguire serenamente, nel reciproco rispetto e nel reciproco riconoscimento di percorsi e pratiche.
Abbiamo infatti molto condiviso l’appello che chiama le donne alla mobilitazione: siamo stufe della violenza sui corpi delle donne e siamo esasperate dalle strumentalizzazioni che ne fanno i media, servi dei politicanti di destra e di sinistra. Troviamo la situazione particolarmente odiosa perché da un lato ci designano come vittime e ci spingono a rinchiuderci nelle case, dall’altro ci usano a pretesto per provvedimenti di stampo repressivo che generano solo odio e paura. E sappiamo bene che l’odio e la paura conducono sempre alla violenza…
Vorremmo però riprendere la discussione sulle pratiche e riportare le nostre perplessità sulla decisione di fare una manifestazione chiusa agli uomini, discussione affrontabile anche, con calma, a corteo avvenuto, perché i toni che abbiamo letto sul blog e su molte mailing list (compresa quella interna di facciamo breccia) non ci sono piaciuti affatto: verso chi ha posto la questione molte hanno usato toni prescrittivi o giudicanti (“o così, o siete contro le donne”), o di rifiuto dell’argomento (“se discutete le pratiche, non vi interessa il contenuto”). Alcune, esasperate da ciò, hanno deciso di non partecipare, e di questo ci dispiace molto.
Come abbiamo scritto, alcune di noi appartengono ad un percorso femminista e si ritrovano in collettivi di sole donne, altre hanno partecipato in diverse occasioni a momenti di discussione non-misti e non-mista è stata la riunione che ha portato a scrivere questa lettera: non siamo quindi contrarie a prescindere a momenti “separati” tra donne e siamo anzi convinte che ben abbiano fatto, le donne, a porre con forza in determinati momenti, la necessità di pratiche separatiste.
Ma non ci sembra la pratica adatta a questa occasione.
E questo per alcune ragioni, che cercheremo di descrivere nel modo più chiaro possibile, partendo dalle nostre esperienze quotidiane.
La ragione forte è che siamo fermamente convinte che qualsiasi movimento di liberazione da un’oppressione, soprattutto in questa fase storica, abbia la necessità, oltre che di fondarsi sull’autorganizzazione, di essere in grado di costruire alleanze e sinergie. Lo crediamo fermamente come militanti antagoniste, lo crediamo fermamente anche “in quanto donne e in quanto femministe”: Anche per questo, abbiamo scelto, oltre al percorso “tra donne”, di fare parte di una realtà “mista” come Facciamo Breccia, tanto più che molte di noi fanno parte di centri sociali e/o collettivi misti. Ad esempio, quando discutiamo del diritto al matrimonio per gay e lesbiche, in Facciamo Breccia Torino, portiamo la nostra elaborazione di femministe sulla critica alla famiglia (compresi i dati sulla violenza in famiglia!). Quando abbiamo discusso nei luoghi misti di precarietà, abbiamo contribuito con la nostra analisi sul fatto che la precarietà della vita è innanzitutto femminile ed è un
ostacolo contro l’autodeterminazione, in particolare contro l’autodeterminazione delle giovani donne. Quando abbiamo discusso e agito sulle questioni legate ai/alle migranti, abbiamo imposto che si adottasse un punto di vista non solo maschile anche se la maggior parte dei migranti che si stava mobilitando e che stavamo intercettando era prevalentemente maschile, abbiamo segnalato i rischi di riferirsi alle autorità religiose (per esempio Imam) per relazionarsi con alcuni gruppi, ci siamo immaginate forme di relazione con le donne migranti, anche se spesso non abbiamo saputo metterle in pratica in maniera efficace.
La nostra collocazione, di femministe e di antagoniste, ci obbliga costantemente a mettere in relazione le cose e a ragionare sulla complessità e sulle contraddizioni. D'altra parte la violenza maschile contro le donne è in stretta relazione con la violenza esercitata sui soggetti considerati deboli, diversi, discostanti dalla norma.
Ci siamo chieste ad esempio: chissà che cosa avrebbe prodotto discutere della manifestazione del 24 non solo con le donne ma anche magari con le associazioni di migranti e con chi si occupa del tema, o con i/le rom (sono poche le migranti organizzate o che si espongono, e che vanno comunque valorizzate al massimo, ma molte di più sono le organizzazioni miste e quasi interamente maschili)? Magari sarebbe stato il momento per mettere insieme le rispettive analisi, per dire “ai migranti” (inteso ai gruppi di migranti organizzati, misti-a prevalenza maschile) che per noi femministe loro non sono gli stupratori, i violenti, i cattivi tout court, ma nel contempo per affrontare anche con loro un discorso di consapevolezza senza strumentalizzazioni razziste sulla questione della violenza maschile, col diritto reciproco a criticare atteggiamenti e posizioni.
In questo spirito di dialettica continua, noi ci siamo battute ed in parte abbiamo ottenuto, con mille limiti e debolezze, che le realtà miste di cui facciamo parte abbiano chiaro che il neutro-maschile che comprende tutti/e non esiste. L’abbiamo imposto discutendo in maniera accesa, a volte litigando, a volte, semplicemente, spiegandoci. Abbiamo incontrato resistenze, ma anche voglia di mettersi in discussione, e vorremmo poter lavorare su quest’ultima, invece che usare a pretesto l’ostilità e l’ignoranza di altri. Non vogliamo rinunciare alla dialettica pensando che i compagni con cui facciamo politica su moltissime cose tornino ad essere, in alcune occasioni, semplicemente, dei maschi, nel modo in cui la cultura dominante determina.
Non lo vogliamo fare perché noi abbiamo preteso che non ci considerassero, semplicemente, femmine, nel modo in cui la cultura dominante determina.
Non pensiamo che la manifestazione del 24 avrebbe avuto una grossa partecipazione maschile, in ogni caso. Sappiamo che pochi sarebbero stati coloro che avrebbero fatto lo sforzo di venire ad un corteo a Roma su un tema che non è (ancora) così popolare e mobilitante. Ma tanto più per questo motivo non vorremmo far passare il messaggio che la violenza sulle donne sia “una questione di donne”. Ci pare poco efficace dire ai nostri compagni di politica mista che sfruttino quel momento senza donne per riflettere di quanto loro maschi siano violenti, di come loro maschi possano immaginarsi di risolvere i problemi. Ci pare più probabile che pensino che di cose da fare ce ne sono tante, e che finalmente hanno un sabato libero….
Non vorremmo proprio poi che uomini e donne discutessero della questione in separata sede, le une guardando in cagnesco, gli altri con un misto di timore reverenziale e rispetto, oppure indifferenza, oppure ostilità: siamo noi che subiamo la violenza maschile, e quindi vorremmo mantenere noi l’iniziativa sul tema, in un contesto di scambio e crescita per tutti e tutte. E crediamo che l’iniziativa non si mantiene escludendo, ma sapendo cogliere e accogliere le contraddizioni in seno alla controparte..
Sappiamo e siamo consapevoli che aprire la manifestazione alla partecipazione maschile avrebbe potuto causare problemi di strumentalizzazione. Ma crediamo anche che i rischi di strumentalizzazione vadano risolti con la forza dei contenuti, non con le esclusioni.
Dobbiamo lasciare spazio alla dialettica ogni volta che se ne presenta l’occasione, dobbiamo avere fiducia nella nostra (di donne) capacità di imporci, proporre, gestire.
Speriamo che le nostre righe siano lo spunto di una discussione serena, perché crediamo che il movimento femminista, o le donne, come meglio credete, abbia(no) la necessità di discutere di sé e delle proprie pratiche.
Noi verremo a Roma il 24 e speriamo di portarci molte donne. A Torino ci sono state diverse riunioni cittadine e lunedì 19 c’è stata una grossa assemblea. Con altre, stiamo organizzando i treni, abbiamo attacchinato, volantinato e fatto banchetti in università…. Insomma, ci stiamo impegnando un bel po’, ci interroghiamo da sempre su come raggiungere le donne nella maniera più efficace, quindi ci spiacerebbe sentire come argomentazione semplicemente la necessità del protagonismo femminile, perché ne siamo fortemente convinte. Crediamo semplicemente che una manifestazione separata non sia il mezzo migliore per affrontare il tema della violenza contro le donne.
Sappiamo che nazionalmente il coordinamento Facciamo Breccia ha prodotto due documenti di adesione alla manifestazione del 24 novembre, una come compagne e una come compagni: le accogliamo con rispetto, ma ci prendiamo il diritto di dire anche la nostra posizione locale.
Le compagne di Facciamo Breccia Torino



































