[24 novembre - piazza Esedra - Roma] Corteo contro la violenza sulle donne

Published on 21:57, 11/23,2007


Il 24 novembre si terrà a Roma la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne. Una scadenza che va ad assumere una grossa importanza sia per la denuncia che intende portare in piazza sia perché va ad inserirsi in un clima di forte strumentalizzazione politica e mediatica. Ci troviamo infatti all’interno di un sistema generalizzato e diffuso che vive e si nutre di “violenza sulle donne”.
I media sbandierano i casi più eclatanti e tenaci di violenza alle donne da parte degli immigrati da un lato per far emergere il sempre ben accetto “problema sicurezza”, dall’altro soprattutto negli ultimi anni per porre la cultura occidentale al di sopra delle altre, elogiando il grado di “libertà” che da noi le donne vivono.
Purtroppo è ben risaputo il ruolo che la donna è costretta a vivere e subire ovunque nel mondo, anche in quei paesi dove i movimento delle donne hanno portato ad effettivi cambiamenti.
Vogliono farci credere, o anche solo far vedere, che la violenza sulle donne è esclusivamente di tipo sessuale e da attribuire nella maggioranza dei casi a cittadini extracomunitari.
Forse perché la violenza di un maschio bianco non sta sullo stesso piano della violenza di un maschio nero africano o asiatico.
In realtà basterebbe osservare le più recenti statistiche per avere un quadro significativo della situazione; sono dati che non vanno letti come semplici cifre, questi numeri sono importanti perché sono donne:
- ogni giorno 7 donne in Italia sono vittima di violenza sessuale.
- solo il 3,5% delle violenze avviene fuori casa.
- solo nell’8,6% dei casi la violenza sessuale viene praticata in un luogo pubblico. Più spesso gli stupri avvengono nella propria abitazione (31,2%), in automobile (24,4%) o nella casa dell’aggressore (10%).
Da tali dati si evince che nella stragrande maggioranza dei casi l’aggressore è una persona ben conosciuta dalla vittima, che può essere il marito o il convivente (20,2% dei casi), un amico (23,8%), il fidanzato (17,4%), un conoscente (12,3%); solo il 3,5% dei violentatori non ha mai visto la sua vittima prima dello stupro.
Successivi dati confutano la tesi per cui questo tipo di violenze possano essere ricondotte a problemi di forte disagio socio-economico o psicologico.
Mettere continuamente l’accento sull’entità del problema, non significa cadere nella ripetitività, ridondanza o relegare il problema a questioni statistiche; vale la pena porre sistematicamente la questione in risalto, perché la prima causa di morte delle donne nel mondo è proprio la violenza, fisica o sessuale. Vale la pena continuare ad interrogarsi, confrontarsi sul problema, porre le dinamiche uomo-donna come centrali per una reale crescita della società e degli individui, per non permettere che la voce più forte sia quella dei politici e dei mass media, con le loro strumentalizzazioni.
L’esempio più eloquente è recente. E’ di poche settimane fa le decisione del governo di promuovere un decreto espulsioni; intervento d’emergenza a seguito del dibattito scatenatosi intorno ad una brutale violenza eseguita da un rom su una sua connazionale. La denuncia del fatto ha portato poi allo sgombero del campo nomadi in cui viveva la stessa donna rom.
Pensare di poter arginare il problema della violenza maschile sulla donna con un decreto che favorisca l’espulsione dei migranti farebbe quasi ridere se non ci trovassimo in un contesto drammatico.
Significa non voler affrontare il problema, strumentalizzare la questione e ricondurla ad un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico. Significa dare spazio agli sfoghi razzisti e legittimarli, fornire alle destre nuovi spunti per la loro propaganda xenofoba, ma significa soprattutto ignorare che le violenze di cui sono continuamente vittime le donne non hanno nulla a che fare con l’etnia dell’aggressore, la sua cultura, religione o classe sociale.
L’elemento primario da tenere in conto è che il 90% delle violenze avviene tra le mura di casa, all’interno dell’istituto familiare, venerato a destra e a sinistra come baluardo di civiltà imprescindibile.
Il problema va quindi ricondotto al contesto socio-culturale di stampo patriarcale in cui ci ritroviamo, che da sempre pone l’uomo in una posizione di forza e vantaggio maggiori rispetto alla donna, la quale,se non si decide di intraprendere un percorso di ribaltamento dei ruoli, rischia di rimanere relegata al ruolo di vittima. Vittima anche al di fuori del contesto domestico; la stessa difficoltà che la donna trova nell’emanciparsi dalla famiglia la ritrova anche fuori, sotto diverse forme, ad esempio nel mondo del lavoro, quando non le verrà riconosciuta la libertà di essere madre (il datore di lavoro in molti casi tende a non assumere giovani donne a causa di una loro possibile maternità…che costa!). Anche questa è violenza.
Come è violenza la continua ingerenza della chiesa sui temi riguardanti il corpo delle donne e le tematiche sessuali, vedi l’aborto, l’omosessualità, i dico, la procreazione medicalmente assistita, ecc., tutto ciò affiancato ad una continua difesa del modello di famiglia tradizionale, ormai in evidente crisi.
Quanto ai media, essi contribuiscono a perpetuare lo stereotipo di una donna “oggetto”, nel senso che viene utilizzata in tutti i programmi semplicemente come corpo su cui i telespettatori maschi possano sbavare e far alzare l’audience.
Donne che ammiccano e che nell’uomo generano l’idea che una donna non possa e non voglia rifiutare le attenzioni maschili.
Questo porta l’uomo a pensare che può comprare il corpo femminile e se non ci riesce la frustrazione lo porterà alle solite considerazioni circa l’universo femminile.
E’ un circolo vizioso dove molte donne credono di aver trovato il paradiso ma che non fa altro che alimentare la loro dipendenza e sottomissione ad un sistema maschile/maschilista patriarcale che si regge sulla limitazione della libertà di scelta della donna.
Certo la colpa non può essere solo dei media. Che auspica diverse forme di (auto)organizzazione sociale non può prescindere dal prendere parte ad una lotta di liberazione che non può che liberare tutti. Il capitalismo vive di maschilismo ed è sicuramente una lotta che vale la pena di essere combattuta. Non basta certo condannare i casi più eclatanti per sviare le contraddizioni in cui tutti i compagni maschi sono più o meno immersi.
Persistono infatti atteggiamenti reazionari quando non di aperta ostilità nei confronti delle libere scelte di donne e compagne che fanno fare diversi passi indietro ad un movimento che dice di voler cambiare le cose.
La violenza sulle donne è un problema su cui dovrebbero riflettere anche i maschi che rifiutano di sentirsi parte in causa.
Ed è proprio la questione maschile che nell’avvicinarsi alla scadenza del 24 ha fatto da protagonista in molti dibattiti tra compagne, donne e femministe.
Le assemblee tenutesi a Roma in preparazione della manifestazione sulla violenza maschile contro le donne hanno prodotto la scelta che si trattasse di un appuntamento “di donne e per donne”, partendo dalla lettura che ci fosse una forte esigenza di un protagonismo al femminile. Si tratta di lanciare il messaggio che devono essere le donne stesse, in primis, a denunciare il fenomeno della violenza maschile, a prendere coscienza della loro forza e delle proprie possibilità, con rabbia e rivendicando un percorso di autodeterminazione.
Dall’altro lato ci sono state donne, tra cui le compagne torinesi di Facciamo Breccia, che hanno voluto portare un’altra posizione, che non va letta in contrapposizione alla scelta fatta dal coordinamento organizzatore, bensì come riflessione aggiuntiva, come un ulteriore contributo. Donne che avrebbero preferito la possibilità di una partecipazione mista al corteo,in quanto un confronto uomo/donna su quello che ormai viene definito “femminicidio” è forse la strada migliore da intraprendere per ridiscutere i ruoli e le contraddizioni presenti in ognuno/a di noi e nei rapporti che viviamo.
Perché il confronto, più che l’esclusione, può portare ad una crescita individuale e collettiva e tocca al movimento, per primo, iniziare a ragionare su questa strada.

Ascolta/scarica l'intervista con Valentina di Facciamo Breccia - Torino [*]

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Quello che segue è il documento prodotto dalle compagne di Facciamo Breccia di Torino:

A tutte le donne che stanno costruendo la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne

Dalla riunione di riflessione sulla manifestazione del 24/11 contro la violenza sulle donne a cui hanno partecipato alcune compagne di Askatasuna, Rosse Fuoco, Gabrio, Collettivo Mafalda, Collettivo Muntzer, Ladyfest, è uscita la seguente riflessione..

Siamo le donne di Facciamo Breccia Torino, alcune di noi fanno parte di collettivi femministi, altre di collettivi universitari e/o centri sociali, tutte ci riconosciamo nel movimento antagonista.
Seppure da oltre un anno lavoriamo insieme (molte di noi in altri ambiti da molto prima) sul tema della violenza di genere, non abbiamo potuto partecipare alle assemblee che ci sono state a Roma, e ce ne dispiace. Riconosciamo a chi ha partecipato, da Roma e dalle altre città, il merito di aver pensato la manifestazione, di aver messo a disposizione energie e tempo per costruirla, nel modo in cui le presenti hanno ritenuto efficace.
Non vogliamo quindi mettere in discussione le decisioni raggiunte e le disposizioni per la manifestazione, vorremmo semplicemente portare il nostro contributo, nell’auspicio che la discussione possa proseguire serenamente, nel reciproco rispetto e nel reciproco riconoscimento di percorsi e pratiche.
Abbiamo infatti molto condiviso l’appello che chiama le donne alla mobilitazione: siamo stufe della violenza sui corpi delle donne e siamo esasperate dalle strumentalizzazioni che ne fanno i media, servi dei politicanti di destra e di sinistra. Troviamo la situazione particolarmente odiosa perché da un lato ci designano come vittime e ci spingono a rinchiuderci nelle case, dall’altro ci usano a pretesto per provvedimenti di stampo repressivo che generano solo odio e paura. E sappiamo bene che l’odio e la paura conducono sempre alla violenza…

Vorremmo però riprendere la discussione sulle pratiche e riportare le nostre perplessità sulla decisione di fare una manifestazione chiusa agli uomini, discussione affrontabile anche, con calma, a corteo avvenuto, perché i toni che abbiamo letto sul blog e su molte mailing list (compresa quella interna di facciamo breccia) non ci sono piaciuti affatto: verso chi ha posto la questione molte hanno usato toni prescrittivi o giudicanti (“o così, o siete contro le donne”), o di rifiuto dell’argomento (“se discutete le pratiche, non vi interessa il contenuto”). Alcune, esasperate da ciò, hanno deciso di non partecipare, e di questo ci dispiace molto.
Come abbiamo scritto, alcune di noi appartengono ad un percorso femminista e si ritrovano in collettivi di sole donne, altre hanno partecipato in diverse occasioni a momenti di discussione non-misti e non-mista è stata la riunione che ha portato a scrivere questa lettera: non siamo quindi contrarie a prescindere a momenti “separati” tra donne e siamo anzi convinte che ben abbiano fatto, le donne, a porre con forza in determinati momenti, la necessità di pratiche separatiste.
Ma non ci sembra la pratica adatta a questa occasione.
E questo per alcune ragioni, che cercheremo di descrivere nel modo più chiaro possibile, partendo dalle nostre esperienze quotidiane.

La ragione forte è che siamo fermamente convinte che qualsiasi movimento di liberazione da un’oppressione, soprattutto in questa fase storica, abbia la necessità, oltre che di fondarsi sull’autorganizzazione, di essere in grado di costruire alleanze e sinergie. Lo crediamo fermamente come militanti antagoniste, lo crediamo fermamente anche “in quanto donne e in quanto femministe”: Anche per questo, abbiamo scelto, oltre al percorso “tra donne”, di fare parte di una realtà “mista” come Facciamo Breccia, tanto più che molte di noi fanno parte di centri sociali e/o collettivi misti. Ad esempio, quando discutiamo del diritto al matrimonio per gay e lesbiche, in Facciamo Breccia Torino, portiamo la nostra elaborazione di femministe sulla critica alla famiglia (compresi i dati sulla violenza in famiglia!). Quando abbiamo discusso nei luoghi misti di precarietà, abbiamo contribuito con la nostra analisi sul fatto che la precarietà della vita è innanzitutto femminile ed è un
ostacolo contro l’autodeterminazione, in particolare contro l’autodeterminazione delle giovani donne. Quando abbiamo discusso e agito sulle questioni legate ai/alle migranti, abbiamo imposto che si adottasse un punto di vista non solo maschile anche se la maggior parte dei migranti che si stava mobilitando e che stavamo intercettando era prevalentemente maschile, abbiamo segnalato i rischi di riferirsi alle autorità religiose (per esempio Imam) per relazionarsi con alcuni gruppi, ci siamo immaginate forme di relazione con le donne migranti, anche se spesso non abbiamo saputo metterle in pratica in maniera efficace.

La nostra collocazione, di femministe e di antagoniste, ci obbliga costantemente a mettere in relazione le cose e a ragionare sulla complessità e sulle contraddizioni. D'altra parte la violenza maschile contro le donne è in stretta relazione con la violenza esercitata sui soggetti considerati deboli, diversi, discostanti dalla norma.
Ci siamo chieste ad esempio: chissà che cosa avrebbe prodotto discutere della manifestazione del 24 non solo con le donne ma anche magari con le associazioni di migranti e con chi si occupa del tema, o con i/le rom (sono poche le migranti organizzate o che si espongono, e che vanno comunque valorizzate al massimo, ma molte di più sono le organizzazioni miste e quasi interamente maschili)? Magari sarebbe stato il momento per mettere insieme le rispettive analisi, per dire “ai migranti” (inteso ai gruppi di migranti organizzati, misti-a prevalenza maschile) che per noi femministe loro non sono gli stupratori, i violenti, i cattivi tout court, ma nel contempo per affrontare anche con loro un discorso di consapevolezza senza strumentalizzazioni razziste sulla questione della violenza maschile, col diritto reciproco a criticare atteggiamenti e posizioni.
In questo spirito di dialettica continua, noi ci siamo battute ed in parte abbiamo ottenuto, con mille limiti e debolezze, che le realtà miste di cui facciamo parte abbiano chiaro che il neutro-maschile che comprende tutti/e non esiste. L’abbiamo imposto discutendo in maniera accesa, a volte litigando, a volte, semplicemente, spiegandoci. Abbiamo incontrato resistenze, ma anche voglia di mettersi in discussione, e vorremmo poter lavorare su quest’ultima, invece che usare a pretesto l’ostilità e l’ignoranza di altri. Non vogliamo rinunciare alla dialettica pensando che i compagni con cui facciamo politica su moltissime cose tornino ad essere, in alcune occasioni, semplicemente, dei maschi, nel modo in cui la cultura dominante determina.

Non lo vogliamo fare perché noi abbiamo preteso che non ci considerassero, semplicemente, femmine, nel modo in cui la cultura dominante determina.
Non pensiamo che la manifestazione del 24 avrebbe avuto una grossa partecipazione maschile, in ogni caso. Sappiamo che pochi sarebbero stati coloro che avrebbero fatto lo sforzo di venire ad un corteo a Roma su un tema che non è (ancora) così popolare e mobilitante. Ma tanto più per questo motivo non vorremmo far passare il messaggio che la violenza sulle donne sia “una questione di donne”. Ci pare poco efficace dire ai nostri compagni di politica mista che sfruttino quel momento senza donne per riflettere di quanto loro maschi siano violenti, di come loro maschi possano immaginarsi di risolvere i problemi. Ci pare più probabile che pensino che di cose da fare ce ne sono tante, e che finalmente hanno un sabato libero….

Non vorremmo proprio poi che uomini e donne discutessero della questione in separata sede, le une guardando in cagnesco, gli altri con un misto di timore reverenziale e rispetto, oppure indifferenza, oppure ostilità: siamo noi che subiamo la violenza maschile, e quindi vorremmo mantenere noi l’iniziativa sul tema, in un contesto di scambio e crescita per tutti e tutte. E crediamo che l’iniziativa non si mantiene escludendo, ma sapendo cogliere e accogliere le contraddizioni in seno alla controparte..
Sappiamo e siamo consapevoli che aprire la manifestazione alla partecipazione maschile avrebbe potuto causare problemi di strumentalizzazione. Ma crediamo anche che i rischi di strumentalizzazione vadano risolti con la forza dei contenuti, non con le esclusioni.
Dobbiamo lasciare spazio alla dialettica ogni volta che se ne presenta l’occasione, dobbiamo avere fiducia nella nostra (di donne) capacità di imporci, proporre, gestire.
Speriamo che le nostre righe siano lo spunto di una discussione serena, perché crediamo che il movimento femminista, o le donne, come meglio credete, abbia(no) la necessità di discutere di sé e delle proprie pratiche.

Noi verremo a Roma il 24 e speriamo di portarci molte donne. A Torino ci sono state diverse riunioni cittadine e lunedì 19 c’è stata una grossa assemblea. Con altre, stiamo organizzando i treni, abbiamo attacchinato, volantinato e fatto banchetti in università…. Insomma, ci stiamo impegnando un bel po’, ci interroghiamo da sempre su come raggiungere le donne nella maniera più efficace, quindi ci spiacerebbe sentire come argomentazione semplicemente la necessità del protagonismo femminile, perché ne siamo fortemente convinte. Crediamo semplicemente che una manifestazione separata non sia il mezzo migliore per affrontare il tema della violenza contro le donne.
Sappiamo che nazionalmente il coordinamento Facciamo Breccia ha prodotto due documenti di adesione alla manifestazione del 24 novembre, una come compagne e una come compagni: le accogliamo con rispetto, ma ci prendiamo il diritto di dire anche la nostra posizione locale.

Ci vediamo presto.
Le compagne di Facciamo Breccia Torino




per info: www.controviolenzadonne.org - www.infoaut.org


[Genova: 100000 in piazza!] Sei anni dopo la storia la facciamo ancora noi!

Published on 16:56, 11/18,2007


Il ritorno a Genova è visibile nella città di mare che nel 2001 fu teatro dei giorni di battaglia contro il G8. Il movimento torna a Genova a riannodare i fili della memoria, della pratica e della solidarietà. C'erano tutti, o almeno molti. C'era anche chi non c'era. Non c'era chi non è stato in grado neanche di formare una commissione d'inchiesta sui fatti del 2001, dopo averlo promesso, non gli serviva più nonostante la macelleria messicana ammessa dai dirigenti delle forze dell'ordine, nonostante Carlo, Bolzaneto e la Diaz. Non c'erano e meglio così.
C'era chi si riconosce in quel filo rosso di resistenza, solidarietà e lotta che lega il 2001 al passato e si proietta verso il futuro. C'era chi oggi dai propri presidi popolari detta l'agenda del movimento, lanciando forme popolari di lotta e comunità.
Il movimento è andato a Genova per dire basta a quel teatrino giudiziario che vuole comminare 225 anni di carcere a 25 imputati, e al contempo assolve le forze dell'ordine, propina la teoria dei calcinacci sull'uccisione di Carlo e guarda con rispetto a quei guardiani dell'esistente che, grazie alle promozioni ricevute, coprono ruoli più elevati. Tutti legati ad un filo nero che annoda le nefandezze, i soprusi, gli abusi e gli omicidi, di piazza e di strada, dei guardiani dell'impero.
Filo nero che i movimenti conoscono bene, e che oggi attraversa il senso comune, dopo l'ennesimo morto sparato da un agente. Non basteranno le decine di fiction sulle forze dell'ordine a cancellare il libro dell'infamia in cui sono scritte le vittime.
Tornati a Genova. Con la voglia di ri-andarci come nel luglio del 2001, con il cuore che batte a mille.
Ri-tornati a Genova oggi, perchè il movimento era lì ieri e nonostante tutto ci sartà domani, nonostante gli anni di carcere e le ingiustizie a dimostrare che ancora una volta, un altro mondo è possibile.

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La cronaca della giornata. A cura di InfoAut.

ore 9.15 - Pisa - Il treno speciale del sud è partito a Firenze, ma è impossibilitato di caricare le persone da Pisa in quanto colmo fino all’inverosimile. Allora i manifestanti a Pisa stanno trattando per prendere un treno interregionale delle 10.30 che va direttamente a Genova, ma Trenitalia è sempre molto rigida sugli sconti, ed è disposta a ridurre il prezzo solo di un misero mezzo euro.
Ascolta/scarica l'intervista curata da Radio Onda D'Urto [*]

ore 12.45 - Milano - Ci sono stati alcuni problemi anche a Milano dove Trenitalia ha mantenuto il solito approccio strafottente, proponendo sconti ridicoli ai compagni che fin dalla mattina presto avevano affollato la hall della Stazione Centrale. Questo di fronte a più di mille persone.. Il treno è ora pieno e dovrebbe partire da un momento all'altro ma ha dovuto essere conquistato dalla determinazione dei presenti che hanno fatto blocco e sfondato un cordone di polizia per ri-appropriarsi del diritto alla mobilità.
Ascolta/scarica l'intervista con Teo di Asso [*]

ore 13.15 - Torino - Quasi arrivato il treno partito da Torino. Più di quattrocento persone, in massima parte dal mondo dell'autorganizzazione sociale. Molti i giovani che a Genova non erano presenti ma che l'hanno vissuta nei racconti e oggi l'hanno incorporato e assunto che storia di tutti e tutte.
Ascolta/scarica l'intervista con Andrea del csoa Askatasuna [*]

Molti treni sono partiti ma non tutti potranno essere a Genova in piazza oggi, per ri-affermare che "la storia siamo noi". La rigidità di Trenitalia e il molle intervento dei partiti della cosiddeta "sinistra radicale" hanno ostacolato la partenza e l'organizzazione di treni da numerosi punti della penisola. Tutto il Sud Italia, oltre Napoli, è stato impossibilitato a partire via treno in direzione Genova. Resteranno quindi bloccati tanti compagni e compagne a Palermo, Cosenza, Reggio Calabria e in tante altre città del meridione. E' partito invece ieri sera da Napoli il treno speciale del sud che sta viaggiando verso Genova. A Roma però, i primi problemi: i manifestanti hanno chiesto aggiunta di carozze, poichè il treno era già pieno, e Trenitalia ha preteso altri soldi.

ore 13.35 - La Spezia - Continua il viaggio tortuoso del treno partito ieri sera da Napoli e fermatosi a Roma e Pisa. Piu di mille le persone deteminate a tornare a Genova. Dopo i problemi causati da Trenitalia nella città toscana, ora l'azienda ferroviaria ha bloccato il treno a La Spezia e pretenderebbe di controllare i biglietti uno-a-uno. I compagni hanno quindi deciso di bloccare la stazione e il traffico ferroviario..
Ascolta/scarica la corrispondenza con Giuliana dalla stazione di La Spezia [*]

ore 15.21 - E' partita ufficialmente la manifestazione di Genova, si prevedono trentamila persone. Il corteo si snoderà per la circonvallazione marittima, un percorso di circa otto chilometri.

ore 15.33 - Via le bandiere di partito, solo le persone. Questo lo slogan d'apertura, urlato al megafono, dai tanti manifestanti a Genova.

ore 16.25 - La manifestazione è partita da circa un'ora. Secondo gli organizzatori sono circa cinquantamila i manifestanti in piazza ma altri stanno ancora arrivando. Il corteo si sta snodando lungo le strade del centro del capoluogo ligure costeggiando il mare.
Ascolta/scarica la diretta con Davide del Blocco Antagonista [*]

ore 17.15 - Il corteo è diventato un serpentone di più di due km. C'è tutto il "popolo di Genova", soprattutto nelle sue espressioni di movimento e autorganizzazione, quel popolo che "non ha rotto il filo" con le istanze e i bisogni di sei anni fa. Gli stessi di oggi. Dopo un ora e mezza dalla partenza del corteo, i numeri e le affluenze crescono strada facendo. Presenti anche i no dal Molin e i No Tav. Chiudono il corteo i sindacati di base e la Fiom. Misera e timida la presenza dei partiti di "sinistra". Molti i giovani che nel 2001 non potevano ancora esserci, a Genova. La città risponde bene e non sembra per nulla spaventata. Quella di oggi sembra davvero essere la risposta di un movimento che di fronte all'imbarbarimento politico-culturale in nome della sicurezza dice: "basta! non si può andare avanti cos!"
Ascolta/scarica le considerazioni e la descrizione della composizione del corteo con Raffaele di InfoAut [*]

ore 18 - Il corteo è arrivato in piazza De Ferrari. Il movimento parla di centomila persone che hanno arricchito e ingrossato il corteo di oggi. Un corteo per dire che quelle giornate di luglio soo ancora cosa viva, per ricordare ai signori del Palazzo di ieri e di oggi che "Genova non si dimentica". Da qualche minuto è iniziata la musica e la successioni degli interventi dal palco che chiudono un'importante giornata di lotta, determinata a scrivere la propria storia, oltre qualsiasi commissione d'inchiesta, contro la ri-scrittura dei tribunali.
Ascolta/scarica la corrispondenza con Damiana da piazza De Ferrari [*]









rassegna stampa nazionale:



per info: www.infoaut.org


[17 novembre - corteo a Genova] Quelli della lotta strada per strada

Published on 20:51, 11/16,2007

Manifesto del Network Antagonista Torinese per il corteo del 17 novembre

MANIFESTAZIONE A GENOVA
17 NOVEMBRE 2007 - ORE 15
COMUNITA’ DI SAN BENEDETTO AL PORTO
MARINA DI GENOVA


Sabato si terrà a Genova una manifestazione di protesta contro il tentativo della procura della repubblica di formulare un giudizio storico e politico sugli eventi del luglio 2001 attraverso la condanna dei 25 compagn* imputati a pene che arrivano ai 16 anni di reclusione. Il movimento che invase il capoluogo ligure il 19, 20 e 21 luglio sfidò i divieti e la blindatura armata di una città militarizzata, che ospitava il vertice mondiale degli otto paesi più industrializzati e più politicamente più influenti del pianeta. Fù un movimento variegato, diversificato nei linguaggi e nelle pratiche di lotta, ma unito nell’affermazione di un altro mondo possibile e nell’obiettivo di assediare la zona rossa in cui gli otto grandi si erano trincerati, difesi da un apparato repressivo che avrebbe picchiato, arrestato e torturato, arrivando anche a uccidere un ragazzo, Carlo Giuliani, colpevole di resistere insieme ad altri alla ferocia dei guardiani del vertice.
Oggi parte di quel movimento torna a Genova per ribadire che esiste una storia dei movimenti e delle lotte e una storia scritta dai tribunali, e che queste storie non viaggiano parallele, ma confliggono, come è scritto nel comunicato di indizione del corteo.
Rispetto ad allora molte cose sono cambiate nel movimento. Molti semplicemente non ci sono più, hanno fatto il classico salto della barricata ed ora sono in parlamento a chiedere voti per partiti che finanziano la guerra e promulgano leggi razziste, securitarie e lesive degli interessi di chi lavora. Molti altri, invece, tornano dopo aver attraversato le successive stagioni di mobilitazione, dalle lotte no tav a quelle contro la base di Vicenza, dai movimenti studenteschi e precari in Italia e in Europa alle mobilitazioni contro il caro-vita, il caro-studi, per la casa, per la riappropriazione di reddito, contro nuovo o vecchi fascismi e razzismi. Molti altri, infine, saranno a Genova senza aver partecipato a quelle giornate e magari iniziando ora il loro percorso individuale o collettivo di protagonismo e di lotta politica, ma consapevoli che le giornate di Genova sono un patrimonio e una ricchezza storica che appartiene ai movimenti di liberazione di ogni tempo e di ogni luogo.

partenza da Torino:
stazione Porta Nuova - concentramento ore 11
(andata e ritorno: 10 euro)




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La storia siamo noi
Un appello alla mobilitazione di tutti
per il 17 novembre


"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario.
Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell'ordine e della giustizia.

Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato.
Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere.

Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25 persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione di revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.
Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutt*, nessuno escluso.

Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno rappresentato.
Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni.

Per cominciare primo appuntamento a Genova: 17 novembre 2007
La storia siamo noi.

SUPPORTO LEGALE

ascolta/scarica la presentazione del corteo di Genova
con Mina di Supporto Legale


per info: info@supportolegale.org
scarica/diffondi il print di Supporto Legale





[Blocco Antagonista]
Quelli della lotta strada per strada

In queste settimane volge al termine il primo grado del processo che vede imputati 25 compagn* che hanno partecipato alle manifestazioni contro il G8 di Genova il 19, 20 e 21 luglio 2001. Attraverso le richieste di condanna a 225 anni complessivi di carcere lo stato italiano intende formulare un giudizio storico e politico su quelle giornate, facendo pagare ad alcuni di noi, scelti nel mucchio come capri espiatori, il prezzo della paura che quelle giornate hanno saputo provocare ai potenti della terra. Ma, nella fase politica presente, le istituzioni repressive intendono anche lanciare un segnale preciso ai potenziali soggetti sociali conflittuali presenti e futuri, e ai movimenti che sul terreno dell’opposizione alle grandi opere, della lotta alla precarietà e della difesa e conquista di spazi sociali hanno praticato terreni di contrapposizione e rottura negli ultimi anni.

Il G8 ha catalizzato nel 2001 istanze di lotta composite e diversificate in quanto vertice dell’oppressione, della guerra, della devastazione ambientale, del razzismo. Le decisioni prese a Palazzo Ducale in quei giorni hanno avuto effetti sulle condizioni di vita di tutte e tutti, hanno dettato le linee dell’esproprio della dignità, della libertà, dell’intelligenza e fatica di tutti coloro che in ogni parte del globo sono costretti a vendere la loro forza-lavoro, patiscono l’insufficienza dei mezzi necessari per vivere, gli effetti delle carestie e delle speculazioni finanziarie, sono vittime delle guerre, della violenza razziale, dell’oppressione di classe.

Contro tutto questo abbiamo invaso in centinaia di migliaia da ogni parte del pianeta la città militarizzata, abbiamo portato a Genova la rivolta e il protagonismo sociale e politico, abbiamo messo in atto mille diverse forme di protesta e di azione, abbiamo raggiunto con il nostro messaggio di ribellione e speranza gli sguardi di milioni di persone che, ovunque nel mondo, hanno compreso e condiviso le nostre grida e le nostre scritte, hanno riconosciuto negli scontri e nella protesta la loro stessa rabbia, hanno avuto ancora una volta la conferma che il rifiuto dell’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna travalica qualsiasi distanza e qualsiasi confine. Nelle immagini della protesta che hanno fatto il giro del mondo si è costituita una silenziosa e minacciosa amicizia politica globale.

I funzionari della repressione armata hanno scatenato per questo contro di noi la violenza più brutale e la ferocia più vigliacca, facendo di Genova il teatro di un’esperienza che ha segnato i ricordi di tutti. Donne e uomini pestati sull’asfalto da polizia, carabinieri e guardia di finanza, arresti di massa, inseguimenti e colpi di arma da fuoco. Sulle strade è rimasto il sangue, mentre nella caserma di Bolzaneto le torture fasciste degli uomini in divisa erano preludio del massacro preordinato alla scuola Diaz.

Nei giorni successivi, in molti hanno preferito prendere le distanze, dividere il movimento a partire dalle diverse sensibilità e pratiche di lotta, contrapporre astrattamente istanze e comportamenti che avevano avuto un obiettivo comune. Diversi soggetti politici presenti in piazza in quei giorni amministrano adesso le scelte di guerra, promulgano decreti repressivi e razzisti, sposano politiche sul lavoro che colpiscono i bisogni dei soggetti giovanili e precari metropolitani. Noi siamo quelli che non ora, ma già allora diffidarono profondamente di partiti e personaggi che ambivano ad attraversare il movimento con mire che divergevano evidentemente dall’urgenza di antagonismo che andava manifestandosi in tutti i grandi assedi ai vertici internazionali.

Dopo quelle memorabili e drammatiche giornate, quasi tutti hanno fatto il possibile per scongiurare il ripetersi di forme di contrapposizione politica verace e diffusa: le mobilitazioni contro le guerre globali degli anni 2000 hanno così patito un evidente difetto di incisività, e solo il movimento notav ha riaperto in Italia, nella pratica concreta ed efficace di un antagonismo di fatto, un discorso possibile di ricomposizione e progettualità che sappia interpretare le forme contemporanee di alterità politica e la loro nuova dimensione europea.

Il 17 novembre saremo ancora a Genova per chiedere la fine delle persecuzioni giudiziarie contro i 25 compagn* sotto processo. Non manifesteremo per ricordarci o per ricordare, ma per rivendicare a testa alta la nostra colpevolezza e consapevolezza. Noi siamo stati quelli della battaglia strada per strada, della resistenza di massa a pubblico ufficiale, dell’azione diretta, dell’insubordinazione capillare. Le barricate, le fiamme, gli attacchi ai simboli concreti del modo di produzione e accumulazione capitalista messi in atto a Genova sono parte di una storia molto più grande, che da Seattle e Praga avrebbe raggiunto Parigi, Copenhagen e Rostock, in un disegno imprevedibile e spettrale che scompare e riappare, nelle sue variazioni e differenze, come un indice puntato verso il futuro. Là si concentrano tutti i nostri progetti rivoluzionari, là cospirano tutte le paure dei nostri nemici.

Abbiamo urlato, agito e viaggiato ben oltre Genova, siamo stati nei gesti di liberazione delle popolazioni sotto attacco nella guerra globale, nei processi di trasformazione in movimento in Asia e in America Latina, nelle lotte lontane del continente africano. Oggi lo stato italiano si affretta ad archiviare con queste sentenze qualcosa che non si può archiviare, né fermare o scongiurare. Con queste richieste di pena si vuole criminalizzare l’immagine di un movimento che ha devastato e saccheggiato. Ma dalla Val di Susa a Vicenza si alza la resistenza di chi sempre oserà rispondere: “Chi devasta? Chi saccheggia? Devastatore è il capitalismo!”. E’ la resistenza di cui vorrebbero farci vergognare, quella resistenza deliberata e attiva che ci rende caro il ricordo di Carlo Giuliani, quella resistenza che sempre si rivolgerà, ancora e ancora, contro i suoi assassini in doppio petto e contro quelli in divisa.

Le decine di migliaia di persone che in quei giorni hanno camminato, protestato, cantato e hanno osato resistere e contrattaccare hanno trasformato Genova in una promessa, in qualcosa che è ancora da realizzare: l’apertura di nuovi spazi di movimento e conflitto sociale metropolitano in Europa e nel mondo, per la fine di un modello di accumulazione e potere vecchio e reazionario, per l’inizio della possibilità, per tutte e tutti, di progettare il nuovo.

Manifestare a Genova vuol dire promettere a nostra volta, rilanciare la mobilitazione e la critica, ricordare a chi ci ha dato la caccia che non si uccidono i fantasmi della crisi delle forme istituzionali della rappresentanza e del prodursi di sempre nuovi percorsi di opposizione sociale.
Non ci ha fermato la vostra violenza, non ci fermano i vostri processi: non ci avete fatto abbastanza male per impedirci – ovunque – di pensare, di decidere, di tornare.

L'AREA ANTAGONISTA

Network Antagonista Torinese
Csoa Askatasuna
Csa Murazzi
Collettivo Universitario Autonomo
Laboratorio del precariato sociale Crash! – Bologna
Mao – Movimento Autorganizzato Occupazioni – Bologna
Collettivo Universitario Autonomo – Bologna
Csoa ExKarcere – Palermo
Sportello antisfratto - Palermo
Collettivo Universitario Autonomo – Palermo
Csa "Gastone Dordoni" – Cremona
Cam – Collettivo Autogestito Modenese - Modena
Cosenza Antagonista - Cosenza
Cpoa rialzo - Cosenza
Collettivo Kontroverso – Cosenza
La Kasba – Cosenza
Rebel Fans! Ultras Antifa – Cosenza
Csa Mattone Rosso – Vercelli
Cda Senza Tregua – Vercelli
Csoa "Angelina Cartella" - Reggio Calabria
E-reticollettivo - Orbassano (Torino)
Collettivo Autonomo "Pecore Nere" - Asti
Sare Antifaxista - Bilbao - Euskadi
Forze Antagoniste Livornesi
Csa Godzilla
Officina sociale Refugio
Centro di quartiere Chico Malo
Centro sociale Germinal Cimarelli - Terni
Area Antagonista Campana
Csoa Officina 99 - Napoli
Laboratorio occupato Ska - Napoli
Redazione Radioazioni - Napoli
Csoa Damm - Napoli


per aderire all’appello: news@infoaut.org
scarica/diffondi l'appello dell'area antagonista








Quello che segue è il volantino che il Collettivo Universitario Autonomo stà distribuendo ai bachetti che si stanno tenendo a Palazzo Nuovo per la promozione del corteo di sabato a Genova:

Contro la certezza dell'impunità
per le forze dell'ordine
Tutte e tutti a Genova il 17 novembre

Ancora una volta è accaduto, ancora una volta un lutto ha colpito gli amici e i compagni di strada di un ragazzo come tanti altri, come tutti noi dedito alle sue passioni, intento a seguire la sua squadra del cuore in trasferta, dopo aver messo dischi come dj nel locale romano dove lavorava da anni. Ancora una volta un ragazzo ha trovato sulla sua strada le divise delle forze dell’ordine, e ancora una volta questo incontro è stato mortale. Mentre si trovava seduto sul sedile posteriore della sua auto in un autogrill di Arezzo Gabriele Sandri è stato raggiunto da un proiettile che ha attraversato la sua testa e l’ha ucciso sul colpo, sparato da un agente della polizia stradale che ha fatto fuoco due volte dal lato opposto della carreggiata. Secondo la questura di Arezzo, il “motivo” di tutto questo sarebbe stata una scazzottata avvenuta nel parcheggio dell’autogrill, che la polizia ha voluto in questo modo contribuire a sedare a distanza. Incredibile.

Solo poche settimane fa un altro cittadino, Aldo Bianzino, è stato arrestato a Perugia con la sua ragazza perché teneva in casa delle piantine di marijuana. E’ morto nella notte in carcere, il suo corpo presenta lesioni gravissime al fegato e al cervello, tutti tacciono, la tv non ne ha parlato, anche se questo sabato in migliaia hanno sfilato a Perugia chiedendo verità per Aldo. Ancora una vittima dei teppisti in divisa, stavolta della polizia penitenziaria. Anche Federico Aldovrandi stava semplicemente tornando a casa dopo una notte di festa nell’ottobre 2005, ma è stato fermato dalla polizia di stato per un controllo: è stato portato in ospedale poco dopo già cadavere, su internet ci sono le raccapriccianti fotografie del corpo immerso in un bagno di sangue. I poliziotti hanno fatto di tutto per mettere a tacere l’accaduto e nascondere la verità, anche falsificando documenti e verbali, e solo la tenacia della madre di Federico e di chi l’ha aiutata ha fatto sì che tutto non fosse già insabbiato. E si potrebbero elencare molti altri casi.

Perché in Italia la polizia fa quello che gli pare, e soltanto gli stupidi e i benpensanti non se ne accorgono. Il 20 luglio 2001 Carlo Giuliani stava resistendo insieme a migliaia di altre persone alla violenza della polizia e dei carabinieri, che stavano rincorrendo e picchiando, anche a bordo di mezzi blindati, chi quel giorno voleva sfilare contro il G8 e le sue politiche mondiali. Pietre, bastoni, estintori: questi gli oggetti con cui i compagni si opposero alle cariche della polizia. Ma quel giorno i “tutori dell’ordine” si sentirono in diritto di alzare il livello dello scontro e fecero ampio uso delle armi da fuoco (vennero sparate durante il vertice decine di pallottole in diversi punti della città). Un carabiniere sparò ad altezza d’uomo sulla folla e colpì in pieno volto Carlo, che restò sull’asfalto; il defender dei carabinieri passò due volte sopra il cadavere prima di allontanarsi.

L’inchiesta su quell’assassinio è stata presto archiviata, il carabiniere prosciolto; le inchieste sui pestaggi della polizia alla scuola Diaz in quegli stessi giorni, come quella sulle torture contro centinaia di manifestanti presso la caserma di Bolzaneto, hanno viaggiato con una lentezza che permetterà comunque la prescrizione dei reati: nessuno pagherà. Intanto 25 compagn* rischiano per il G8 fino a 16 anni di carcere, si chiede la certezza della pena, e pene più severe, per gli ultras, per i centri sociali, per i lavavetri, per chi scrive sui muri; un’intera comunità, quella Rom (e per estensione quella romena) vengono additate come nemico pubblico, mentre i tutori dell’ordine continuano a provocare i ragazzi durante i controlli per strada o allo stadio, a pestare gli immigrati, a blindare le manifestazioni di piazza. L’assassinio di Carlo Giuliani o di Gabriele Sandri sono potuti accadere perché questi signori sono incitati dai media e dai governi a sentirsi sempre dalla parte della ragione, pensano di potersi permettere tutto e continuano a stressare con il fatto che guadagnano poco, come se i lavavetri o i giovani che vanno allo stadio, i marocchini dei Murazzi o chi manifesta e si oppone alle cariche non sopravvivesse in generale con ancora meno.

L’occasione per ribellarsi alla sfrontatezza e all’impunità di questi volgari assassini sarà Sabato 17 novembre, nella manifestazione contro le richieste di pena per i manifestanti che il tribunale di Genova sta mettendo in atto riguardo ai fatti del 2001.

No justice No peace
Fuck the police

Collettivo Universitario Autonomo



Daniele Luttazzi, nel suo programma Decameron, parla di Genova e dell'omertà del Palazzo,
invitando tutti e tutte al corteo del 17 novembre





[Sciopero generale: 400000 in piazza!] Giornata di conflitto: cortei, blocchi e azioni dirette!

Published on 20:35, 11/09,2007


Adesioni oltre le aspettative allo sciopero generalizzato di oggi: due milioni di lavoratori in sciopero di tutte le categorie. Circa 400.000 i precari e le precarie scese in piazza in tutt'Italia dove si sono svolti ben 25 cortei.
50.000, i precari in piazza a Roma, dove si sono svolti picchetti e blocchi precari metropolitani prima di unirsi al corteo principale: blocchi stradali per generalizzare lo sciopero. Decine di migliaia anche a Milano dove il corteo, cresciuto numericamente nell'attraversamento della città, ha visto una composizione sociale molto variegata. 3500 persone in corteo a Torino dove il blocco sociale metropolitano ha praticato un'azione di sanzionamento alla banca San Paolo. Tra i partecipanti lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego, operai di Mirafiori, studenti, precari e il movimento no tav. Circa 8000 i manifestanti a Bologna dove si è tenuta anche un'azione del laboratorio occupato Crash! davanti al demanio contro gli sgomberi delle case. A Napoli sono alcune migliaia le persone in corteo. I manifestanti di Padova e Venezia hanno bloccato le stazioni perché le ferrovie hanno sospeso il treno che da Padova doveva portare gli scioperanti a Venezia.



[9 novembre - Torino]: 3500 in piazza.
Il blocco sociale metropolitano
"sanziona" la banca San Paolo


Migliaia di precari-studenti-lavoratori hanno attravversato le strade del centro di Torino in questa giornata di sciopero generalizzato. Un corteo aperto dai precari e precarie della provincia in attesa di stabilizzazione, seguito dalla varie articolazioni dei sindacati di base: Rdb-Cub, forti soprattutto nel pubblico impiego, Cobas radicati nel mondo delle scuola e alla Fiat, e gli Sdl in altri comparti della produzione di fabbrica. Traversale ai sindacati e oltre gli stessi, forte la presenza dei lavoratori e le lavoratrici delle pulizie e dei servizi alla persona, moderni ripulitori dei cascami (molto materiali) della Torino post-moderna e "liquida".
In mezzo un forte spezzone del movimento no Tav, con centinaia di presenza a ri-suggellare un patto di solidarietà, mutuo appoggio e condivisione di fondo delle ragioni che hanno portato alla odierna giornata di lotta.
In chiusura del corteo, il blocco sociale metropolitano dei centri sociali, degli studenti medi e universitari, dei precari senza rappresentanza, figure odierne di quell'assenza di confini tra vita-lavoro-divertimento-saperi che contraddistinguono la massa senza volto dei nuovo soggetti della precarietà diffusa.
E' da questo spezzone che è partita l'azione più significativa e visibile di questa giornata torinese di conflitto. Torino, città-emblema delle trasformazioni dei modi di produzioni che investono le metropoli odierne; una città che ha archiviato il proprio passato di fabbrica senza alcun dibattito pubblico sul significato delle trasformazioni che pure la stanno investendo modificandola in profondità. Una città in cui il lavoro, tutt'ora esistente ma disperso, non ha più alcuna rappresentanza in rapporto ad un capitale totalmente sganciato che viaggia nei circuiti della finanza globale. Una città la cui amministrazione è oggi impegnata, dopo piccole e grandi Olimpiadi, nella costruzione di nuovi immensi grattacieli come sedi della Banca San Paolo e delle Regione. Uno sviluppo in verticale simbolo del potere cittadino, totalmente estraneo all'architettura della città, segno chiaro dei nuovi potentati politico-immobiliari-finanziari del capoluogo piemontese. Per questo il blocco socile metropoliano ha deciso con un'azione simbolica di "sanzionare la Banca San Paolo, ieri banca di guerra, oggi banca dell'immobiliare..









guarda/scarica il video dell'azione
contro la banca San Paolo


ascolta/scarica i servizi audio di InfoAut:
azione - no tav - lavoratori - delegati

leggi/scarica la rassegna stampa locale

rassegna stampa nazionale:
- la repubblica - la stampa - corriere della sera -
- il manifesto - il messagero - l'unità -



I report dei cortei delle altre città

Leggi e ascolta da:
www.infoaut.org - www.globalproject.info

Ascolta le dirette da ogni città:
www.radiondadurto.org

Ascolta Parole Ribelli, settimanale di contro-informazione del Collettivo Universitario Autonomo, in onda tutti i giovedì su Radio BlackOut, che nella trasmissione del 15 novembre si occuperà con uno speciale della giornata di sciopero generale e generalizzato del 9 novembre.


[9 novembre] Sciopero generalizzato: estendiamo le lotte! generalizziamo il conflitto!

Published on 22:00, 11/08,2007

da mettere descrizioni

Giornata di lotta nazionale contro la precarietà e i processi di precarizzazione che investono tutta la vita sociale e mettono al lavoro ogni aspetto dell'esistente. Contro i "pacchetti" del governo Prodi che tra welfare e sicurezza chiudono in un abbraccio mortale le possibilità di vita delle nuove "classi pericolose", schiacciate tra attacchi terminali allo stato sociale e criminalizzazione della povertà, erosione dei salari nel generale aumento del costo della vita, demolizione degli spazi di agibilità politica e privatizzazione del comune...

Le manifestazioni ragionali che venerdì 9 attraverseranno da nord a sud i capoluoghi della penisola si sono dati parole d'ordine precise, contro gli accordi del 23 luglio che istituzionalizzano la precarietà come norma, contro una finanziaria che destina il 13% delle proprie spese alla guerra, contro la svendita del territorio a grandi opere e basi militari. La manifestazione è stata fortemente voluta da tutti i sindacati di base ma è stata raccolta e fatta propria dai movimenti sociali. Riprendendo i fili di una mobilitazione che lo scorso 9 giugno li ha visti rischiare da soli la partita di un programma di lotta autonomo ed estraneo alle logiche della Politica Istituzionale e ai teatrini di un' "opposizione" falsata tra Destra e Sinistra. Falsata perché queste categorie non esistono più da tempo dentro il Palazzo, dove a costruire discorsi e politiche si alternano soltanto più Due Destre, in difesa di rispettivi segmenti di classe (alta) e interessi di branchie specifiche della produzione.

Combattere la precarietà significa oggi allargare il quadro, modificare il nostro punto di vista, estendere il discorso sullo (e contro) lo sfruttamento oltre la pratica sindacale, difendere diritti acquisiti (mai per sempre ma sempre sotto attacco) e conquistarne di nuovi, nel lavoro ed oltre il lavoro. Rivendicare reddito e ri-appropriarsi della ricchezza collettiva.
La precarietà è oggi un quadro d'insieme che scandisce e organizza tempi e modi della nostra vita e del nostro lavoro, perché è la vita stessa ad essere oggi messa sotto costante esproprio, sfruttata nel lavoro e lavorata nel consumo, attaccata da nuovi dispositivi di legge e da un'organizzazione sociale complessiva che separa una ricchezza collettivamente prodotta ma molto soggettivamente appropriata (da parte capitalista).

Porsi all'altezza del tempo presente significa saper investigare la metropoli, oggi il massimo punto di concentrazione-valorizzazione della ricchezza, interpretarne le contraddizioni ed i punti deboli. Costruire delle risposte a livello di quel continuum di attacchi/resistenze che tiene insieme i nodi reddito-casa-mobilità con tutto quello che vi si gioca strategicamente.

9 NOVEMBRE, GIORNATA DI LOTTA GENERALIZZATA
Contro la precarietà e gli accordi del 23 luglio
Per la conquista di nuovi diritti sociali
Contro le politiche securitarie
Per la costruzione di spazi di socialità e conflitto



[Torino]

descrizione da mettere

contro la precarietà e gli accordi del 23 luglio
per la conquista di nuovi diritti sociali
contro il governo prodi e la finanziari di guerra
contro le politiche securitarie
per la costruzione di spazi di socialità e conflitto
in movimento dal 9 giugno


da mettere descrizioniManifesto del csoa Askatasuna verso il 9 novembre..da mettere descrizioni

A Torino l'appuntamento è alle ore 9 in piazza Arbarello, storico luogo di partenza per molti cortei cittadini.
La giornata è stata costruita dai sindacati di base e dai centri sociali, a cui si aggiungeranno tutte quelle realtà dell'autorganizzazione che hanno aderito allo sciopero generale e che confluiranno nel corteo, all'interno del quale vi saranno spezzoni come il nostro (Network Antagonista Torinese - Csoa Askatasuna Csa Murazzi Collettivo Universitario Autonomo - Torino, Csa Mattone Rosso - Vercelli, Csa Castellazzo - Ivrea, Centro documentazione Il Cubo - Chieri, Collettivo Autonomo Pecore Nere - Asti, E-reticollettivo - Orbassano), degli studenti medi (scuole di Torino, Ivrea, Alessandria, Vercelli, Orbassano, Asti, Novara, Val di Susa, Chieri) e del movimento No Tav.

Ascolta/scarica Lele del csoa Askatasuna

Ascolta/scarica Andrea
del Collettivo Universitario Autonomo


Ascolta/scarica Nicolò degli Studenti Autorganizzati



[Bologna]

da mettere descrizioni

9 novembre 2007: sciopero generale generalizzato!
reclama reddito! reclama la tua vita! reclama spazi!

ore 9 - piazza XX settembre

Ascolta/scarica Marco del Laboratorio Crash

Il 9 novembre vuole essere una giornata di blocco della produzione, di sciopero generale e generalizzato... generale perchè riguardante ogni settore lavorativo, generalizzato perchè da estendere ovunque, anche al di fuori dei tempi e degli spazi del lavoro! Ogni aspetto della nostra vita, in regime di precarietà, dipende sempre più dalle esigenze di quanti sulla nostra pelle si arricchiscono e ricavano profitti. [..]

continua su: www.ecn.org/baz



[Palermo]

descr

Sciopero generale
Opposizione sociale
ore 9 - piazza Massimo


Ascolta/scarica Giorgio dell'ExKarcere

Sull’accordo del 23 luglio stipulato da padroni, sindacati confederali e governo….Esplode la rabbia. Sulle recenti consultazioni dei lavoratori sul protocollo del Welfare pesantemente truccate come al solito dalla burocrazia sindacale di Cgil , Cisl, Uil , e’ arrivata la sonora bocciatura degli operai e delle operaie che in quasi tutte le grandi fabbriche hanno espresso la propria contrarietà ad una riforma delle pensioni niente affatto diversa da quella Maroni , al sostanziale mantenimento della legge 30 e della precarietà, ad un governo che dopo essersi riempito la bocca in campagna elettorale delle parole d’ordine dei movimenti , promettendo soluzioni per le annose emergenze sociali, ha rappresentato la continuità del potere dei padroni. [..]

continua su: www.ecn.org/excarcere



[Roma]

da aggiungere descrizione

9 novembre? BPM!
ore 8:30 - piazza Sempione
ore 9 - piazzale Aldo Moro


Ascolta/scarica Stefano di Esc

Il processo di precarizzazione che ha investito la nostra società negli ultimi anni si è tutt’altro che arrestato, i suoi meccanismi sono diventati, nel tempo, sempre più crudeli e asfissianti. Le  ricadute sulle nostre vite insopportabili. Le nuove politiche securitarie, l’insicurezza lavorativa permanente, la discontinuità del reddito individuale, la svalutazione dei luoghi della formazione sono tutte sfaccettature di uno stesso fenomeno. [..]

continua su: www.escatelier.net



[Napoli]

da aggiungere descrizione

Generalizziamo lo sciopero Blocchiamo la metropoli
ore 9 - piazza del Gesù
ore 9 - largo San Giovanni Maggiore a Pignatelli
ore 10 - piazza Mancini


Ascolta/scarica Daniele del Laboratorio Insurgencia

Il 9 novembre sarà il giorno dello sciopero generale e generalizzato indetto dai sindacati di base, a cui aderiranno anche tutte quelle realtà che parlano di precarietà e i nodi reali del precariato cognitivo. Il processo di precarizzazione delle nostre vite non comincia sicuramente oggi, ma ha radici ben più profonde che molto probabilmente riconosciamo nell’istituzione del pacchetto Treue e della legge Biagi (legge 30/2003) ma non solo; i processi di pauperizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro rispondono a logiche di mercato che eccedono il concetto stesso di Stato-Nazione, spostando la governance di questi processi in un nuovo spazio politico, uno spazio costruito sugli interessi di nuove lobby globali che non tengono in nessuna considerazione quelli che sono i nostri bisogni, desideri e pulsioni. [..]

continua su: www.insurgencia.info



[Sindacati di base]

da aggiungere descrizioneda aggiungere descrizione

le piazze dello sciopero generale e generalizzato:
guarda

Ascolta/scarica Piero Bernocchi dei Cobas

Il Protocollo del 23 luglio, concordato tra il governo Prodi e i sindacati amici Cgil-Cisl-Uil e riguardante precarietà, pensioni e stato sociale, porta un micidiale attacco alle condizioni di vita e di lavoro di salariati/e, pensionati, precari, giovani, disoccupati, massacra definitivamente le pensioni e vuole rendere eterna la precarietà del lavoro e di vita per milioni di persone, proseguendo sulla nefasta linea del liberismo berlusconiano e della convinta e amichevole alleanza con il padronato. [..]

Ascolta/scarica Luigi Casalis della Cub

Le politiche liberiste di governi succubi a padronato e banchieri e la concertazione di cgil, cisl e uil hanno generato bassi salari, precarizzazione del lavoro, riduzione dello stato sociale, aumento delle tasse per i lavoratori e un gigantesco trasferimento di reddito ai profitti e alle rendite. Tra il 2007 e il 2008 sono stati concessi sgravi fiscali e contributivi permanenti alle imprese per 8 miliardi di euro all'anno. Ai lavoratori un futuro precario, aumento dell’età pensionabile, riduzione delle pensioni attese e una presa in giro sui lavori usuranti. [..]

continua su: www.cobas.it - www.cub.it



per info: www.infoaut.org - www.uniriot.org


Crash again!

Published on 11:34, 10/07,2007



6 ottobre - Una manifestazione di lotta e di riappropriazione, cresciuta giorno dopo giorno dallo sgombero estivo in una Bologna deserta. La Bologna securitaria, governata con leggi e manganelli da chi ha portato in piazza un milione di persone nel nome degli interessi dei lavoratori. Una città schierata contro Kofferati, con la K come si merita il richiamo all'ordine e alla legalità di un'altra K famosa. Un sindaco di centro"sinistra" che incarna la tolleranza zero, retto in consiglio dai voti di AN perchè lasciato dai consiglieri della sua alleanza, dopo aver vietato la vendita di bottiglie di birra, il ritrovo nelle piazze, i lavavetri, i senza casa, i writers e i centri sociali. Ad agosto lo sgombero di Crash avvenuto con strategia nella desertificazione estiva, con polizia e ruspe. Uno spazio sociale devastato al suo interno dai colpi di pala comunale. La manifestazione di oggi, a cui hanno aderito i centri sociali del 2007, non un movimento unitario, ma tutti in movimento per riprendersi Crash ed erodere spazio al re di Bologna, ormai nudo, che si abbassa a chiamare al cellulare i compagni del collettivo per proporgli aria fritta, al fine di salvarsi il regale deretano e depotenziare la manifestazione. Ora il regno è attaccato, la notte prima del corteo Crash! è rinato nonostante il presidio militare di uno stabile in disuso individuato come possibile sua sede. 10.000 in movimento a liberare Crash e Bologna dalla cappa securitaria e dalla negazione di spazi di libertà!
Crash Again
Again Crash!




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La cronaca della giornata. A cura di InfoAut.

Ore 15.30 - Da via Avesella i comapagni e le compagne stanno raggiungendo la piazza ma Crash! ha già un nuovo spazio occupato questa notte. Il corteo, che è nato e partirà con degli obbiettivi specifici è un corteo di riappropiazione degli spazi sociali e uno degli spazi individuati dal corteo, l'ex maternità di via D'azeglio, è da stamane presidiato anche internamente dalla polizia. Il corteo si muoverà e terminerà verso il nuovo spazio sociale. Ascolta/scarica Beppe di Crash

Ore 16.00 - Ascolta/scarica Gianluca di InfoAut

Ore 16.30 - 10000 partecipanti al corteo, bolognesi, studenti, precari della città e centri sociali e collettivi da tutt'Italia compongono il corteo che marcia verso il nuovo spazio sociale. Nel il corteo passerà davnati al vecchio Crash! reso inutilizzabile dopo lo sgombero delle ruspe Kofferatiane.

Ore 17.00 - Il corteo passa davanti al vecchio Crash! I comapgni e le compagne aprono una breccia nel muro laterale per far vedere a tutti lo scempio commesso dal comune delle ruspe. Ascolta/scarica Gianluca di InfoAut

Ore 17.30 - Il corteo raggiunge il nuovo Crash! occupato questa notte e legittimitato da un corteo di migliaia di compagni e compagne determinati ad aprire un nuovo spazio sociale in città.

Ore 18.00 - Dal nuovo Crash! Ascolta/scarica Gianluca di InfoAut e Beppe di Crash

Ore 18.30 - Ascolta/scarica le considerazioni finali di Davide del csoa Askatasuna

Ore 18.50 - Tensione tra i manifestanti in ritorno e le forze dell'ordine. Trenitalia continua a voler bloccare i manifestanti sprovvisti di biglietto richiedendo l'intervento delle forze dell'ordine. La trattativa è in corso.

Ore 20.00 - La situazione si è sbloccata: i compagni di Torino sono partiti, mentre Milano deve ripiegare sui pullman delle realtà di Bergamo.



Banner Crash!
Comunicato del Laboratorio del precariato metropolitano Crash! [6.0] dalla nuova sede di via Zanardi 106

Foto arrivo al nuovo Crash!

Diecimila persone in corteo, occupato un nuovo CRASH!
Diecimila persone sono scese in piazza oggi per la manifestazione lanciata dal laboratorio CRASH!
Un corteo determinato e partecipatissimo nonostante la pioggia, che ha visto l'arrivo a Bologna di delegazioni da diverse città d'Italia come Torino, Milano, Padova, Bergamo, Pisa, Livorno, Brescia...
Il corteo si snoda per le via della città, molti gli interventi dal furgone contro il modello legalitario imposto alla città da Cofferati, e slogan come "ruspe manganelli in città, questa è la loro legalità" si susseguono in continuazione.
La manifestazione si dirige poi verso via Zanardi, dove al numero 48 si trova l'edificio che ospitava il Laboratorio CRASH! fino allo sgombero, avvenuto questo 20 agosto.
Qui alcuni attivisti, abbattendo un muro, sono rientrati per una conferenza stampa e per far vedere la distruzione del capannone effettuata dal Comune dopo lo sgombero.
Un attivista di CRASH! si rivolge ai giornalisti: "Ecco quello che Cofferati fa all'interno di uno spazio che fino al giorno prima dello sgombero era vivo e pieno di progetti, iniziative, produzione di cultura e socialità altra, nodo di iniziativa politica. Le ruspe del sindaco non hanno però fermato la nostra determinazione a continuare tutti i progetti che qui era nati e cresciuti..."
Infatti il corteo prosegue sempre per via Zanardi fino ad arrivare al numero 106, dove si trova un altro edificio abbandonato da anni.
"CRASH! again, non ci fermerete mai!" gridano dal furgone "ancora una volta ci riappropriamo di uno spazio per il Laboratorio CRASH!, uno spazio in cui possa continuare quello che lo sceriffo Cofferati ha tentato di interrompere!"
Ci dice un attivista di CRASH!: "Abbiamo ripreso questo spazio nonostante i tentativi del sindaco di depotenziare un'iniziativa come quella di oggi. Se una trattativa ci deve essere, partirà da qui!"
Le migliaia di persone che componevano il corteo si riversano all'interno del nuovo Laboratorio CRASH!, mentre musica e interventi continuano dal furgone.

fonte: Bologna Autonomous Zone



per info ed aggiornamenti:
www.infoaut.org - www.ecn.org/baz


[Crash... again! Non ci fermerete mai!] Bologna - 6 ottobre - Corteo in difesa degli spazi sociali e contro il modello cofferatiano

Published on 13:38, 10/02,2007

corteo crash

Alle 6.45 del 20 Agosto 2007 un atto militare tenta di fermare l'esperienza del Laboratorio Occupato CRASH! Le ruspe cofferatiane entrano nello spazio per demolire tutto quanto costruito e vissuto in un anno e mezzo di occupazione di un vecchio edificio dismesso, a cui si era data nuova vita. Nessun preavviso alla vile delibera a porte chiuse agostana. Lo stabile torna vuoto e chiuso per le volontà dell'amministrazione Cofferati: l'ennesimo scempio di quanto Bologna è ancora in grado di produrre dal basso al di là delle ordinanze proibizioniste, della negazione della socialità, della mercificazione culturale. Un Laboratorio largamente attraversato, catalizzatore di desideri e bisogni di decine di migliaia di persone a Bologna, che ha visto prodursi e riprodursi al suo interno reti sociali in cerca di spazi di vivibilità.

Quello che il Laboratorio CRASH! ha rappresentato in città rimane nelle cronache: asilo per quanti, in fuga dalla ruffiana cultura cortigiana bolognese, hanno trovato li un luogo per esprimere le proprie conoscenze; fruibilità per tutti di ineguagliati eventi musicali; presentazioni di libri, rassegne cinematografiche; condivisione di saperi; laboratori teatrali e fotografici... Ma soprattutto un virtuoso meccanismo di coinvolgimento di quanti hanno vissuto lo spazio nella produzione di eventi altri, di vivacità culturale e politica. Quello che lo sgombero del Laboratorio CRASH! porta è solo un vuoto.

Ma il Laboratorio CRASH!, nella città/cavia del delirio securitario cofferatiano, ha rappresentato anche altro. Ed è proprio su questo piano che la vendetta politica dell'amministrazione ha preso corpo: anni di lotte contro la precarietà, al fianco dei migranti per la chiusura dei CPT, una rinnovata propulsività sociale che ha saputo contrastare inquietanti presenze come quella razzista di Forza Nuova il 21 Giugno, che ha dato battaglia per difendere la libertà d'espressione e le libertà personali di tutte e tutti e dare soddisfazione a bisogni e desideri.

Con questo sgombero prende forma un ulteriore tassello di quello che è il modello societario che Cofferati, in rappresentanza delle forze politiche di cui è interprete, cerca di imporre ed esportare in tutta Italia. Sono recenti le dichiarazioni del ministro Amato che individuano nel modello dello "Sceriffo Giuliani" l'ideale gestionale da importare e diffondere ad opera del costruendo Partito Democratico: un modello di esclusiva repressione, ormai superato dalla stessa New York, sua città natale. E se da un lato l'eco dei peggiori e più rischiosi modelli politici d'oltreoceano approdano qui a partire da Bologna, è impossibile scordarsi tutta la sequela di provvedimenti che in ogni parte d'Italia prendono forma, spesso sotto il vessillo di amministrazioni di centrosinistra: dai recenti provvedimenti, d'eco cofferatiano, contro i lavavetri a Firenze, all'espulsione del diverso dalle città, alla manifesta connivenza nei confronti di quanti, portatori di eredità xenofobe e fasciste, si fanno braccio armato di queste politiche, assaltando occupazioni abitative, bruciando campi nomadi, assassinando compagni, facendo squadrismo perfino nel corso di eventi ludici come la recente, ma non solo, cronaca romana mostra. Ma questa estate non ha mietuto vittime solo a Bologna: a Milano, Verona, Padova altre esperienze di autorganizzazione e autogestione vengono sgomberate e chiuse, marcando il segno di un inquietante parallelismo delle politiche adottate dai sindaci forzaitalioti Moratti, leghisti Tosi e diessini Zenonato e Cofferati.

Se il modello di amministrazione cittadino è questo, la politica istituzionale si innalza sempre più a simulacro mediatico, a vuoto gioco delle parti, quanto mai distante dalle contraddizioni dell'esistente. E così ecco lanciate mistificatorie campagne di intolleranza e repressione all'insegna della legalità, che a malapena celano una politica di sacrifici fatta di stangate fiscali, attacchi ai diritti, bisogni insoddisfatti, peggioramento delle condizioni di vita. Ecco inabissarsi con questo ceto politico anche il mito di un riformismo progressista che si rivela come semplice maschera di una esasperata voglia di impattare contro la società, di entrarvi per distruggerla e funzionalizzarla plasmandola ad esclusivo modello di sè, per la propria riproduzione.

La necessità di una risposta antagonista a queste politiche non potrebbe manifestarsi adesso in modo più palese. Ed in questo stanno tutti i conflitti che all'interno delle città, e non solo, sorgono: dalla vittoriosa lotta della Val di Susa del No Tav, alla Vicenza del No DalMolin, alle battaglie per la laicità e per la libertà d'espressione vanno costruendosi terreni di rottura dai quali partire per rilanciare su altri terreni. E nei territori gli spazi sociali assumono un ruolo centrale nel tentativo di costruire alterità e contrapposizione, nel strutturare queste ed altre battaglie, divenendo espressione di ingovernabilità dei conflitti. Del resto la Bologna dello sgombero di CRASH!, ma anche di Metrolab, della chiusura del Livello 57 e del Link, delle ruspe abbattute sui campi rom, delle ordinanze anti-alcolici, della chiusura forzata di ogni ambito di socialità e ludicità, della cultura-merce ad alto prezzo solo per pochi, finisce con l'innescare dinamiche che semplicemente si autoalimentano. Assistiamo allo spettacolo di un sindaco costretto a trincerarsi dietro decine di agenti di polizia e bodyguards perfino alla festa del suo partito perchè contestato e fischiato. L'allarme sicurezza così amministrato alimenta nuove insicurezza, la legalità brandita a mo' di manganello produce clandestinità e questo perchè tutta questa parte della città non è riducibile ad un deserto sociale. Chi vuole negare, neutralizzare le esistenze di noi tutti, genera nuovi conflitti non amministrabili.

Da oggi è il momento di marcare il segno di un'assoluta incompatibilità dei soggetti che in questa ed in altre città si muovono rispetto a queste politiche. La distanza del Palazzo resti tale: solo da noi tutti potrà venire una risposta adeguata, di massa, a chi questa città la sta uccidendo. Qualcuno, a corte, ha deciso che l'alterità, a Bologna, non debba avere casa. Rispondiamo contrastando il delirio securitario, per le libertà d'espressione e personali, perchè CRASH! torni ad avere uno spazio. Bologna è di chi la vive e rende viva!

Facciamo appello a tutti coloro con cui abbiamo tracciato segmenti del nostro percorso, coloro con i quali abbiamo condiviso battaglie, piazze, assemblee, socialità a portare assieme a noi la propria rabbia per le strade di Bologna.

SABATO 6 OTTOBRE :
CORTEO A BOLOGNA
in difesa degli spazi sociali
e contro il modello cofferatiano


per adesioni: baz@ecn.org




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