[Appuntamenti al csoa Askatasuna] Da Torino a Hebron

Published on 03:11, 10/31,2007



Dopo aver abbozzato le prime considerazioni sui cambiamenti in atto nella nostra città, trasformata da città fabbrica, stretta nella morsa di mamma fiat, alla città evento, ghiotta di effetti spettacolari, riprendiamo il sentiero tracciato dal primo dibattito della tre giorni universitaria Metropolis, per andare a discutere ed a ricercare più approfonditamente la metamorfosi della metropoli Torino.
Lo faremo con Marco Revelli del Laboratorio per la Democrazia, Giuseppe Sergi anch'esso del Laboratorio per la Democrazia,  Guido Borio del csoa Askatasuna, Marco Sassano del Laboratorio per la Critica Sociale e Salvatore Cumino della rivista Slum.

"Torino: da città fabbrica a città evento"
mercoledi 7 novembre
ore 21 - csoa Askatasuna
corso regina margherita 47

Guarda l'appuntamento su InfoAut



per info ed approfondimenti:

Laboratorio per la Democrazia
leggi l'intervista di Giuseppe Sergi

Csoa Askatasuna
visita il sito del centro sociale

Laboratorio per la Critica Sociale
visita il blog di CriticaLab

Slum
leggi la presentazione della rivista




Le sporadiche conferenze di pace, le isterie causate da lancio di qassam, le celate barbarie di Israele, sono un ottimo antitodo che media mainstream e politica del palazzo utilizzano per nascondere la realtà prima di Territori: Israele perpetua un'occupazione militare che non cessa di estendersi, si è iniziato nel '48 proseguendo nel '67 e continuando nell'oggi, ai danni dei palestinesi che sono costretti a sopravvivere sotto i colpi dell'amministrazione sionista, unica padrona per grazia ricevuta della terra di Palestina..
Torniamo quindi a parlare di Palestina, guardando i Territori da un'angolatura particolare, che non può che rendere palese la colonizzazione, l'opera di distruzione di ogni parvenza della Palestina storica: un muro criminale separa le case dai campi coltivati, i check-point aiutano l'opera di controllo selezione ingiustizia, i bulldozer buttan giù ogni simbolo di speranza, i mai incruenti pattugliamenti ricordano la realtà.
Il videomaker torinese Pietro Luzzati ed il fotografo trentino Michele Trotter, hanno zoomato la realtà dei Territori Occupati, nello specifico quella di Hebron, città da sempre inserita nelle controversie politiche e religiose tra ebrei e arabi, portando a compimento un progetto di racconto della quotidianità non presente nelle cronache delle agenzie di stampa. "L'occupazione - Vivere in Palestina" è a cura del Comitato di solidarietà con il popolo palestinese di Torino e dalla Rete ECO (Ebrei Contro l'Occupazione), due soggetti che da tempo collaborano e che si sono prodigati per far si che questo libro aiuti a realizzare un ambulatorio permanente per mamme e bambini nel villaggio palestinese di Marda. La prefazione è a firma di due ottimi giornalisti de Il Manifesto, Tommaso Di Francesco e Michele Giorgio.
La presentazione del libro sarà preceduta dalla proiezione di un altro lavoro di Pietro Luzzati, "Bedu - I beduini palestinesi", cortometraggio realizzato sempre nei Territori, nella loro parte desertica, il quale si occupa di raccontare della situazione di estrema marginalità sotto cui è costretto a vivere questo popolo di pastori nomadi, districandosi tra l'occupazione israeliana e l'occidentalizzazione della società palestinese.

Presentazione del libro
"L'occupazione - Vivere in Palestina"
mercoledi 9 novembre
ore 21 - csoa Askatasuna
corso regina margherita 47

Guarda l'appuntamento su InfoAut



per info e approfondimenti:

"L'occupazione - Vivere in Palestina"
di Michele Trotter e Pietro Luzzati



[dall'introduzione]
È stato difficile scegliere fra le diverse centinaia di foto, perché ognuna di esse denuncia un aspetto della vita dei palestinesi sotto l'occupazione israeliana, ma nessuna mostra bambini ammazzati o sangue versato: non per questo sono meno vere o meno dure; anzi, sono forse ancora più significative. Da questo punto di vista, l'intenzione dei due fotrografi è proprio quella di restituire l'immagine di una vita semplice, che scorre nella sua quotidianità sotto un'occupazione che non dà tregua. Quasi tutte le immagini sono state scattate a Hebron. "L'antichissima città dei Patriarchi" potrebbe essere una città prospera, invece è costretta a portare sulle spalle il peso della colonizzazione avvenuta nel cuore del suo centro storico. La sua casbah, un tempo tra le più affascinanti del Medio Oriente, oggi è deserta, spettrale. I negozi sono chiusi, nelle viuzze strette non si incontra nessuno, in molti punti regna un silenzio totale e irreale".
Si tratta insomma di un libro di denuncia che resiste alla seduzione della violenza, inquadrando piuttosto la bellezza e la dignità disegnate sui volti da una resistenza quotidiana ed esplicita.

Ombre Corte
leggi la quarta di copertina
contiene le schede del libro, degli autori,

dei curatori e la prefazione

Palestina Libera
visita il sito del Comitato di solidarietà
con il popolo palestinese di Torino

Rete ECO (Ebrei Contro l'Occupazione)
visita il sito della Rete ECO

"Bedu - I beduini palestinesi"
di Pietro Luzzati



I beduini palestinesi, perseguitati nel corso degli ultimi cento anni, sono profughi di serie B, dove la prima categoria è giocata dai palestinesi. Si sente spesso parlare di Medio Oriente, Palestina, Israele. Raramente però il discorso viene allargato a una popolazione antica, quella dei nomadi palestinesi che come tutti hanno subito e subiscono l'occupazione israeliana. Pacifici allevatori nomadi, i beduini palestinesi rischiano di scomparire: da una parte l'esercito israeliano, dall'altra l'occidentalizzazione della società palestinese, l'indifferenza, il razzismo che hanno da sempre contraddistinto le relazioni tra popoli nomadi e stabili.

Pietro Luzzati

visita il sito del videomaker torinese


CinemAmbiente
leggi la scheda del cortometraggio dal sito
della rassegna cinematografica torinese



per info: www.csoaskatasuna.org


[Processo agli antifascisti e antirazzisti torinesi] Pesanti le richieste del pm Tatangelo: dai 2 ai 5 anni

Published on 22:57, 10/30,2007

Striscione per la libertà degli antifascisti

E' stata una mattinata all'insegna del protagonismo del Pm Tatangelo quella consumatasi oggi tra le mura del Tribunale di Torino. Una requisitora che si è protratta per ore, un'arzigogolata "analisi" degli eventi del 18 giugno 2005 che portano il noto Pubblico Ministero torinese a chiedere pene severe per dieci compagni rei di aver manifestato solidarietà a migranti in rivolta e aver espresso la propria identità antifascista. Com'è costume di questi tempi, un processo alle intenzioni e contro le persone.
Le pene più "lievi" per i 2 compagni accusati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale in occasione del presidio di solidarietà al cpt di corso Brunelleschi (maggio 2005): 1 anno e 4 mesi uno, 2 anni l'altro. Decisamente più dure le condanne richieste invece per gli antifascisti accusati per i cosiddetti "scontri" di via Po del 18 giugno 2005. Ancora una volta si parla di "devastazione e saccheggio". Quì è l'effetto Genova a farsi sentire: Tatangelo chiede al giudice una sentenza esemplare: 5 anni e 5 mesi per tutti con una punta di 5 anni e 7 mesi per un compagno ritenuto particolarmente "pericoloso" per la sua presenza in numerose situazioni di piazza.
Poco importa che la difesa abbia più volte cercato di dimostrare l'infondatezza di molte delle situazioni contestate; la spropositata distanza tra fatti realmente accaduti e severità del reato contestato; o sul fatto, per esempio, che per nulla chiara risulti la dinamica della ricostruzione dei fatti al punto che ancora oggi non si sa se i quattro tavolini ribaltati siano frutto di un'autodifesa dei compagn* o effetto della carica dei celerini.
Quello che conta per il Pm Tatangelo non sono i fatti! Come un novello inquisitore Tatangelo chiede di condannare "l'intenzionalità" dei soggetti presenti in piazza quel pomeriggio d'estate. Ancora una volta, vediamo all'opera una magistratura politica che all'analisi della realtà preferisce sondare gli animi degli inquisiti. Una strana torsione del Diritto (anche per quello "borghese") dove questo non sta più a segnare una frontiera all'azione dell'autorità penale e giudiziaria ma si trasforma in principio ispiratore di una "Giustizia" che presuppone il conflitto sociale come crimine.
Altro dato politico fondamentale, nel motivare la sua richiesta il Pubblico Ministero ha fatto più volte rifermento alle richieste eclatanti di Canepa-Canciani per il G8 di Genova 2001 e alle evoluzioni del processo milanese riguardante i fatti dell'11 marzo 2006. Si profila dunque una continuità d'approcio delle principali magistrature del nord del paese per qunto riguarda i reati ascritti alle manifestazioni di protesta.
La mattinata ha anche visto uno stravagante e discrezionale uso dei poteri della magistratura. Tutte le persone che entravano per assistere al processo venivano identificate da un gruppo di Digos all'entrata. La cosa non era mai accaduta in precedenza alle altre udienze. A tutti oggi sono stati presi i documenti. Pare che il provvedimento sia stato disposto dal PM Tatangelo in persona.

Leggi la notizia del processo su InfoAut

Ascolta/scarica la diretta effettuata questa mattina
con Roberto dal Palagiustizia




Appello del comitato 18 giugno
sul processo agli antifascisti

Il processo di Torino
per i fatti di via Po del 18 giugno 2005

La rabbia dell'antifascismo

Martedì 30 ottobre 2007 si svolgerà al tribunale di Torino una nuova udienza (forse quella conclusiva) per i fatti di via Po del 18 giugno 2005.
Quel giorno si svolse a Torino una grande manifestazione in solidarietà con due occupanti del Barocchio che erano stati accoltellati da alcuni nazifascisti. La manifestazione di piazza diede luogo a cariche da parte delle forze dell’ordine, cui i giovani antifascisti opposero resistenza. L’esito fu l’arresto con detenzione in carcere di un gruppo di persone, per lo più giovani, cui venne contestato il reato di devastazione e saccheggio.
Si tratta di un’imputazione gravissima, che prevede pene detentive fino a 15 anni.
Essa è stata assurdamente applicata anche per i fatti di Milano dell’11 marzo 2006, e il processo di primo grado si è concluso con 18 condanne a 4 anni; ora di quel processo è in corso l’appello, che si concluderà l’8 novembre prossimo.
Per gli antifascisti torinesi al periodo iniziale di carcerazione seguirono mesi di arresti domiciliari e misure cautelari.
Oggi gli imputati sono in libertà, ma il processo sta avendo il suo corso e l’imputazione continua a gravare su di loro.

Come familiari e amici vorremmo ribadire che gli episodi e le forme di resistenza contestate furono parte di una manifestazione politica, furono l’espressione urlata di idee e valori a cui tutti noi, cittadine e cittadini democratici, continuiamo a fare riferimento.
Chi di noi non ricorda manifestazioni politiche di piazza in cui i diritti, valori e domanda di democrazia non fossero urlati ed espressi in linguaggi ed atteggiamenti che le istituzioni hanno sempre fatto fatica a riconoscere come proprie?
L’imputazione di devastazione e saccheggio è di una tale sproporzione rispetto ai fatti che ci induce sollecitare una riflessione, da parte di tutti, sul significato della parola giustizia e sulle derive che portano alla punizione come repressione di idee.

Nei mesi scorsi moltissimi hanno risposto al nostro appello per una giusta sentenza sui fatti di giugno 2005: anche uomini e donne delle istituzioni, della politica, della cultura, del sindacato, della scuola.
Vogliamo continuare a credere nell’antifascimo, che non è solo un bel retaggio di storia italiana, ma un principio vivo e attuale.

Di volta in volta l’antifascismo assume il volto di coloro che liberarono l’Italia dal regime nazifascista, di coloro che oggi lottano contro il razzismo, la xenofobia, le discriminazioni, le guerre; che lottano per il lavoro, per la pace, per la dignità della vita, per il futuro dei nostri figli.
Di generazione in generazione, il testimone dell’antifascismo passa in mano ai più giovani, i quali lo portano avanti con orgoglio e con rabbia, una rabbia forse difficile da gestire ma che bisogna provare a comprendere.
Non lasciamoli soli!

Comitato antifascista 18 giugno



per info: www.infoaut.org


Lo spettro del fantasma degli studenti-precari

Published on 02:30, 10/30,2007

Grido di una studentessa francese durante le proteste contro il Cpe

Un fantasma si aggira nel nostro Ateneo. Lo sospettiamo già quando presentiamo la richiesta di immatricolazione e ci troviamo di fronte ai numeri chiusi. Cominciamo a percepirlo meglio quando seduti per terra a seguire un corso discutiamo del costo di questo o quel manuale. Il sospetto si trasforma in ragionevole certezza quando in pausa pranzo ci rendiamo conto che ci è rimasto troppo poco per mangiare qualcosa. Ma quando arriva la fine del mese e il proprietario di casa ci presenta il conto dell’affitto ne siamo certi: il fantasma della precarietà si è ormai impossessato della nostra università, è entrato dentro le aule, grida nei corridoi.

Ad oggi essere studente universitario vuole dire essere immediatamente precario, questo è assodato. Ma non solo perchè molti di noi sono di continuo costretti a prestazioni occasionali di lavoro subordinato e ipersfruttante. Il rapporto stesso che uno studente ha con l'università è precario, perchè di continuo si è flessibilizzati secondo le esigenze di mercato che sono variabili. Per questo motivo ci troviamo di continuo sbarramenti sulla nostra strada che ci fanno proseguire il nostro percorso formativo in un senso o in un altro. Basta pensare al numero chiuso o ai blocchi che ci sono fra alcune lauree triennali e alcune specialistiche. Caso emblematico è il dottorato di ricerca che, sebbene sia ormai legalmente l'ultimo gradino del percorso formativo, è concepito ancora per essere esclusivo, negando la possibilità costituzionalmente data di accedere ai gradi più alti della formazione. Per tagliare corto: l'università è un nodo centrale della produzione cognitiva e noi siamo i precari che agiscono al suo interno.

La principale conseguenza che subiamo è una qualità della vita di certo più bassa di quello che ci aspetteremmo. I costi dell'università, che sono assolutamente da elencare come il pricipale di quei filtri che condizionano le nostre scelte in materia di studi, sono ormai esorbitanti. Del resto subiamo oltre all'aumento di tasse, libri e beni culturali, anche l'aumento del costo della vita che tocca tutta la società: affitti, trasporti, ecc. Di risposta a questa situazione, l'università degli studi di Torino che fa? L'anno scorso ha approvato un cambio del sistema di tassazione che ha fatto aumentare il gettito di soldi all'università portandolo ad oltre il 26% in più del limite stabilito dal FFO (fondo ordinario per la università, ndr). Questo è inacettabile e ci fa capire come non dobbiamo andare troppo lontano per trovare i principali responsabili dei problemi che collettivamente viviamo.

Come studenti e studentesse di varie facoltà di questo ateneo abbiamo intrapreso un percorso collettivo per far sì di ribaltare questa situazione. Noi pretendiamo che i soldi in eccesso dell'università ci vengano restituiti mediante investimenti che vadano a soddisfare i nostri bisogni, da abbonamenti per i trasporti pubblici a riduzioni della mensa, da nuovi alloggi per studenti a fotocopie gratis. Pretendiamo un percorso formativo che sia flessibile ma secondo i nostri interessi e non quelli di chi ci sfrutta di continuo.

Se il fantasma della precarietà si è impadronito dell'università, probabilmente non si è ancora impossessato di ognuno di noi, non ha ancora condizionato il nostro modo di pensare. Un fantasma ancora peggiore ora sappiamo che si aggira per questi corridoi e che non lascerà in pace nessuno finchè non otterrà tutto ciò che vuole, il fantasma degli studenti-precari!

Assemblea Permanente Studenti-Precari

Assemblea Permanente Studenti-Precari
mercoledi 31 ottobre 2007
ore 17 - spazio Unilotta di Palazzo Nuovo


Da Torino a Genova: le lotte non si processano

Published on 19:06, 10/27,2007

Scudo della polizia macchiata di vernice rossa..


Nel mese di maggio 2005 furono organizzate a Torino alcune iniziative in solidarietà agli immigrati detenuti all’interno del Cpt di Corso Brunelleschi. In quel periodo molti di loro avevano intrapreso un lungo sciopero della fame e numerose erano state le rivolte scoppiate all’interno della struttura, rivolte represse duramente dalle forze dell’ordine. Si verificarono diversi atti di autolesionismo tra gli immigrati che protestavano contro le condizioni di detenzione e contro la ragione stessa della loro incarcerazione. Il 19 maggio in particolare, furono moltissime le persone che accorsero fuori dal Cpt in solidarietà alla lotta che si era sviluppata all’interno. All’arrivo dei manifestanti, la situazione si presentò drammatica; molti immigrati erano arrampicati sulle recinzioni e sui tetti dei container e innalzavano lenzuola macchiate di sangue. La polizia fece partire una carica contro i presidianti che cercarono di resistere per mantenere l’iniziativa di solidarietà. Al termine della manifestazione uno studente venne fermato, portato in questura e dopo qualche ora tradotto in stato d’arresto al carcere delle Vallette con l’accusa di resistenza e lesioni aggravate in concorso.

Il 12 giugno invece, intorno alle 5 del mattino, una dozzina di fascisti armati di coltelli e bastoni si introdussero nella casa occupata Barocchio di Grugliasco e aggredirono alcuni degli occupanti. Due di loro vennero feriti in modo grave. Un’aggressione gravissima come non se ne vedevano da decenni a Torino ma che perfettamente si inseriva nello scenario degli attacchi dell’estrema destra a livello nazionale a danno di centri sociali, case occupate e militanti antifascisti. Il movimento torinese rispose a quella vile aggressione con un corteo cittadino che sfilò blindato dalle forze dell’ordine, le quali nei pressi di Via Po decisero di caricare ingiustificatamente i manifestanti. Anche in quell’occasione quattro persone furono fermate e due di loro furono condotte al carcere delle Vallette.

Per questi fatti, intorno alla fine di luglio, dieci persone furono colpite da misure cautelari e quindi arrestate; altre dieci furono coinvolte nelle indagini. In otto furono accusati di devastazione e saccheggio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. In sette rimasero in carcere per più di un mese e successivamente agli arresti domiciliari per svariati mesi.

Accusare di devastazione e saccheggio - reato che prevede una pena che va dagli otto ai quindici anni di reclusione - persone che hanno partecipato a delle iniziative così importanti nella nostra città fa pensare che si sia voluto creare un caso politico più che giudiziario. L’accanimento della magistratura era ancora una volta assolutamente ingiustificato ma ben si inserisce nel clima che si era instaurato in città nei mesi preolimpici.
Il 30 ottobre è prevista la sentenza del processo sui fatti del Cpt e di Via Po, processo nel corso del quale l’accusa ha più volte dimostrato difficoltà nel portare avanti le proprie convinzioni e nel proporre una ricostruzione convincente dei fatti. Moltissime inoltre sono state le testimonianze in difesa degli imputati.

Il reato di devastazione e saccheggio è stato utilizzato anche per gli antifascisti milanesi che protestarono nel marzo 2006 contro la Fiamma Tricolore nonché nel processo contro 25 persone che parteciparono alle iniziative contro il G8 di Genova nel 2001. Questo reato si prefigura quindi come un mezzo istituzionalizzato per colpire e condannare chi nel nostro paese porta avanti una pratica antagonista, un moderno e “democratico” sistema per processare le idee.

A Genova, dopo quasi tre anni e mezzo di dibattimento, l'udienza numero 130 si è chiusa con un nuovo show dei Pm Canepa e Canciani che hanno concluso la loro requisitoria con la vergognosa richiesta di una pena complessiva di circa 225 anni di reclusione per i 25 manifestanti accusati di "devastazione e saccheggio". 25 persone su cui due pubblici ministeri "di grido" credono di poter scaricare una storia collettiva di lotta e rabbia, usandoli come capro espiatorio per l'avanzamento della propria carriera.
È sotto gli occhi di tutti la disparità di trattamento tra il processo ai carico dei manifestanti e l'iter seguito invece per le forze dell'ordine, denso di omissioni, attenuanti e imputazioni minori. Ci sembra inoltre doveroso evidenziare la sproporzione tra la violenza di uno stato in assetto di guerra scaricatosi in molti casi contro persone inermi e il legittimo diritto di resistenza di migliaia di persone che scelsero di affermare, anche con la forza, il proprio diritto a manifestare e battersi contro i potenti della terra; gli stessi G8 che in pochi anni hanno riportato l'interno globo sull'orlo di una non improbabile nuova guerra mondiale e che questo stesso pianeta rischiano comunque di distruggere con il perseguimento di politiche economiche ed energetiche non più sostenibili.
Sugli spalti del Tribunale genovese si gioca per lo Stato italiano la volontà di salvare retroattivamente - in perfetta trasversalità bi-partisan - tutto il proprio operato di autorità politica e morale (in progressiva perdita di consenso): da Napoli a Genova passando per l'Afghanistan e l'Iraq.
Dentro la richiesta di Canepa/Canciani si fa anche strada un cavallo di Troia pericoloso: l'uso politico e "cautelare" del reato di "devastazione e saccheggio", il reato buono per tutte le stagioni, tecnologia giuridica di contenimento-annientamento di qualunque spunto conflittuale possa attraversare la società, minaccia e monito ai ribelli di ieri ma anche e soprattutto a quelli di oggi e di domani.

La devastazione contestata a seguito delle manifestazioni di piazza non ha nulla a che vedere con la vera devastazione: quella che il potere statuale commette ogni giorno, quella dello sfruttamento, del dominio, della negazione di qualsiasi affermazione dei bisogni personali e collettivi, quella dei territori devastati in nome del profitto, come il progetto Tav-Tac in Val di Susa, quella della nostra città cantierizzata per eventi spettacolari di cui nessuno usufruirà e che il tessuto urbano mai riassorbirà.
Negli atti processuali inoltre, viene chiaramente esplicitato come siano le personalità dei soggetti a essere messe sotto processo, quelle personalità giudicate pericolose perché attive a decine di manifestazioni e iniziative di movimento. Ad essere messi sotto accusa non sono i fatti compiuti ma l’appartenenza degli imputati ad ambiti di lotta antagonisti.

Csa Murazzi
Csoa Askatasuna
Collettivo Universitario Autonomo
[Network Antagonista Torinese]




per info: www.infoaut.org - www.csoaskatasuna.org


Iniziative di solidarietà con gli antifascisti torinesi

Published on 22:40, 10/25,2007

Manifesto della due giorni di iniziative per gli antifascisti torinesi

sabato 27 ottobre - ore 16 - Porta Susa
presidio musicale e informativo in solidarietà con gli antifascisti sotto processo per i fatti del 18 giugno 2005

martedi 30 ottobre - ore 9 - Palazzo di giustizia
presidio in solidarietà con gli antifascisti e antirazzisti torinesi

Più di due anni fà un corteo determinato scese per le piazze di Torino per dare una risposta all'accoltellamento fascista di 2 occupanti del Barocchio. Il corteo dovette guadagnarsi metro dopo metro il diritto a manifestare in centro città. In via Po partirono le cariche della polizia. Dieci antifascisti e antirazzisti furono arrestati "cautelativamente" (senza subire alcun processo), stettero in carcere per un mese e mezzo e vari mesi ai domiciliari. Martedì 30 ottobre la magistratura emetterà la prima sentenza a loro carico.

[aggiornamento]

Il 30 ottobre avrebbe dovuto essere emessa la sentenza del primo grado di giudizio per i compagni, ma l'assenza di un avvocato implicherà un rinvio a data da destinarsi. Rimane confermato comunque un ridimensionato presidio di soliderietà, quando si sarà a conoscenza del giorno in cui verrà emessa la prima sentenza verrà organizzato un ben più importante presidio a favore dei compagni.


[Unioriot Meeting] Bologna - 18 e 19 ottobre - "Autoformazione, autonomia, reddito"

Published on 21:14, 10/17,2007



Bologna: Facoltà di lettere e filosofia
aula 1 via Zamboni 38

giovedì 18/10
ore 14: Divenire istituzione dell'autoformazione
venerdì 19/10
ore 10: Fuori dal controllo, diritti e conflitti nella metropoli
ore 14: Uniriot in movimento

Divenire istituzione dell'autoformazione

Dopo un anno la rete a progetto Uniriot continua il suo percorso di innovazione politica e di conflitto negli atenei d’Italia. Si riparte da Bologna provando a rimettere al centro le tematiche su cui questo network è nato, alla luce anche degli avanzamenti pratici e teorici frutto della collaborazione e dell’impegno di tutt* . Si riparte continuando a discutere di autoformazione.
L’università, in virtù del ruolo che ricopre in quel processo di formazione permanente che caratterizza il capitalismo cognitivo, diviene strategicamente un nodo centrale, un -importante- punto di applicazione della forza, di decostruzione dei dispositivi di gerarchizzazione del lavoro vivo.

Gli elementi della precarietà, dello sfruttamento, dell’ingabbiamento del sapere vivo nelle maglie della valorizzazione capitalistica vanno rovesciati in elementi comuni di soggettivazione, di creazione e riappropriazione di spazi di autonomia.
Le pratiche diffuse di cooperazione e innovazione  portano nei luoghi dell’istituzione formativa nuovi saperi, conoscenze e possibilità, decostruendo continuamente le gabbie gerarchiche, attraversando con sempre più facilità i confini porosi dell’università.

Il nodo problematico su cui confrontarci è a questo punto come quest’eccedenza continuamente prodotta in università possa consolidarsi in forme di organizzazione autonoma e aprirsi alle reti diffuse sul territorio.
Come l’autoformazione, luogo veramente comune di cooperazione sociale, diviene “istituzione autonoma”, reale autovalorizzazione, concatenamento positivo e pieno dei soggetti nella produzione immateriale.

Si tratta di intendere questo spazio politico aperto e strutturato come dispositivo in cui le forme e i flussi del sapere vivo possano esprimersi e cooperare.
Ripensare la mobilità studentesca e l’ autogestione dei propri percorsi formativi in termini di libera diffusione del sapere,  come  affermazione di un’autonomia di progetto che sappia disinnescare tutti quei dispositivi di inclusione differenziale che gerarchizzano e controllano il general intellect.

Fuori dal controllo: diritti e conflitti nella metropoli

l tema delle politiche neo-securitarie  ha assunto un rilievo ormai emergenziale, scandito da una quotidiana ribalta mediatica e dalla continua definizione di nuove "misure eccezionali" . Una stagione, questa, segnata da violenti attacchi agli spazi sociali, che ha visto una tetra sequenza di sgomberi (dal Livello 57 e Crash a Bologna, alla Chimica di Verona, all’ Asso di Milano), e dalla sistematica persecuzione di tutte le forme di "devianza” e marginalità metropolitana, individuate non soltanto nel migrante o nel povero ma,complessivamente, in quella pluralità di figure, dal writer agli studenti, che risultano incompatibili con il governo del territorio.

In risposta al vuoto politico prodotto dalla crisi totale della rappresentanza e dal fallimento di ogni ipotesi di riformismo si afferma un paradigma securitario dal tratto strutturale che definisce un modello di governance urbana, messo a punto nel
laboratorio politico bolognese dell'amministrazion e Cofferati e successivamente assunto in modo trasversale, per quanto diversamente articolato (gli esempi di Firenze, Padova, Milano, Roma).Un modello che sta divenendo l'asse costituente del Partito Democratico, partito che annulla ogni distinzione tra destra e sinistra in un progetto politico pragmatico.

Le retoriche del degrado e dell'insicurezza, confezionate a misura di un'opinione pubblica nutrita di fobie, promulgano un concetto di legalità asfittico, calibrato su un presunto canone di cittadinanza "decorosa" e suffragato da un piano mediatico mistificante. Processi di produzione d'opinione che legittimano il ricorso a procedure d'urgenza e interventi repressivi di ogni tipo, spesso anche a scopo dichiaratamente preventivo, e la criminalizzazione di sempre più numerose tipologie di comportamenti diffusi.

E' il tessuto metropolitano con la sua polifonia e le sue contraddizioni, costituito e permeato da reti comunicative e produttive, a configurarsi come il terreno del conflitto; uno spazio non perimetrabile, fluido ed eterogeneo, in cui le politiche della sicurezza e del controllo devono modularsi di continuo in forme alternativamente molari e repressive o flessibili e sfuggenti, ma sempre tese alla neutralizzazione di un bios che si esprime in
molteplicità irriducibili. Produrre con- ricerca metropolitana significa costruire mappature e connessioni tra tutte quelle forme di espressione che non possono essere integrate in questo processo di disciplinamento del territorio, significa riversare i nostri linguaggi e le nostre pratiche negli spazi adiacenti l’ università. Del resto il piano della produzione di linguaggi e di immaginari costituisce lo spazio costituente di uniriot: un terreno strategico per decostruire le narrazioni dominanti.

La metropoli intesa come unità produttiva vede l'affermarsi di un paradigma di governo del lavoro vivo che si declina secondo due macro-direttrici di fondo; da un lato le articolazioni plurime dei dispositivi securitari tentano di normare e gerarchizzare forme di
vita e socialità, sanzionando ogni espressione di eccedenza; dall'altro si affermano i processi di pauperizzazione e precarizzazione esistenziale delle figure produttive, attraverso i meccanismi della ricattabilità economica e dell'accesso differenziale ai diritti e alla ricchezza sociale.
Come rete uniriot  abbiamo individuato nel reddito ( nella battaglia per un reddito garantito e incondizionato per tutti e tutte) l’istanza forte attorno alla quale tematizzare il diritto di chi produce a riappropriarsi della ricchezza prodotta. Il reddito anche come  posta in palio, come immaginario di lotta, all’ altezza della metamorfosi della qualità del lavoro. La battaglia attorno al nodo del reddito come possibilità di connessione tra le figure molteplici e differenziate della produzione metropolitana. Detto questo pensiamo che sia necessario riprendere le fila del ragionamento, provando a calare la forza e la consistenza evocativa dell’ immaginario legato al reddito in forme singolari e determinate. Ad esempio attorno al tema del libero accesso ai saperi e alle reti comunicative metropolitane (materiali e immateriali): su questo terreno, partendo anche dal 9 novembre, proponiamo di mettere in circolo una pratica politica e comunicativa comune.

Uniriot in movimento

Uniriot è una rete politica a progetto che fa della costruzione di linguaggi e di pratiche comuni il proprio spazio costituente. Una rete che vive dentro i percorsi di autoformazione, nella messa in comune dei saperi e nella cooperazione autonoma dai poteri dell’accademia: un dispositivo atto a sottrarre tempi, crediti e spazi all'università feudale.
Stiamo costruendo l’unica università possibile, quella che parla il linguaggio dell'autogestione del sapere vivo. Pensiamo sia importante, nel corso di questa due giorni, soffermarci a ragionare assieme sulle modalità e la forme con cui questa rete a progetto possa trovare punti di contatto e di convergenza con altre esperienze (pensiamo a Edu- factory o a Uninomade)che fanno della costruzione di un nuovo lessico e della ricerca politica la loro prassi.

Ma uniriot è anche il tentativo di tematizzare la riappropriazione nel tempo del capitalismo cognitivo, nel tempo in cui la produzione eccede qualsiasi determinazione spaziale e le vite sono messe al lavoro. Ci sembra quindi immediato riconoscere nella scadenza del 9 novembre un'occasione importante nella quale provare ad agire lo sciopero nello spazio metropolitano, ed al contempo cominciare a costruire una campagna di comunicazione comune e un percorso di conflitto attorno al nodo della riappropriazione dei nessi comunicativi metropolitani.
Un terreno significativo per tematizzare il ragionamento sul reddito, rivendicazione forte attorno alla quale provare a dislocare il piano strategico dei conflitti metropolitani.
I centri sociali, le reti di inchiesta e di autoformazione e gli spazi autogestiti nelle facoltà  sono risorse preziose per ricominciare a costruire con- ricerca metropolitana e prassi politica all’altezza della metamorfosi della qualità del lavoro e della composizione di classe.

"Se per agire bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio indietro"

C38 - Uniriot Bologna



Questo il documento del Collettivo Universitario Autonomo, prodotto in occasione della discussione della due giorni bolognese:

Sicurezza nell'immaginario
vs
appuntamento con la realtà


Autoformazione e valore

L’eventuale intento di divenire istituzione dell’autoformazione pone una questione complessa, che recentemente abbiamo affrontato, a Torino, in occasione di una discussione pubblica da noi organizzata nel quartiere universitario, cui abbiamo invitato membri dei consigli di facoltà e del senato accademico. La questione che abbiamo posto era: in quale misura l’università è disposta a prendere atto del fenomeno, in continua crescita, dello sviluppo di percorsi di autoformazione?
La risposta è stata a tutti i livelli positiva. E’ quasi sembrato che l’istituzione non aspettasse altro che dare legittimità ai percorsi autogestiti di formazione comune! Chi ci parlava ha spesso fatto ricorso a espressioni come “bisogni degli studenti”, “colmare un vuoto”, “superare la crisi della didattica nel 3+2”, ma soprattutto è emerso più volte un concetto che ci sembra di estremo interesse: “le imprese hanno costante bisogno di autoformazione”.

Le istituzioni economiche del capitalismo cognitivo necessitano di forza-lavoro intellettuale molto dinamica. La qualità della forza-lavoro cognitiva nell’istante t non è adeguata alle esigenze dell’impresa nel nuovo contesto di mercato dell’istante t’; in questo lasso di tempo la forza-lavoro e il soggetto che la possiede devono affrontare una metamorfosi, rendersi adeguati, migliorare e farsi migliorare: è necessario un percorso di formazione. Questi percorsi di formazione sono per lo più a carico delle imprese, dal momento che l’università non sembra ancora competitiva su questo fronte, e per questo il soggetto economico pretende da noi soprattutto due attitudini: in primo luogo, un certo tasso motivazionale, ossia una specie di entusiasmo imbecille nell’essere assunti; in secondo luogo, una forte propensione alla flessibilità, che significa capacità di sottoporsi continuamente a esperienze e percorsi di autoformazione.
Le aziende preferiscono infatti scaricare sul soggetto operaio i costi della formazione: il lavoratore cognitivo viene assunto, e il suo contratto viene rinnovato, se procede a migliorare le proprie attitudini cognitive al di fuori dell’orario di lavoro giuridicamente determinato. Questo meccanismo di risparmio si rende socialmente più evidente con il fenomeno degli stages gratuiti o a pagamento, dei tirocini gratuiti o sottopagati, e in senso lato anche con i dottorati e gli assegni di ricerca senza borsa o con borse da fame.

Il lavoratore cognitivo ha spesso la tendenza a prestarsi a queste rapine del suo tempo, a questi percorsi di autoformazione permanente o di formazione gratuita o a pagamento. E’ necessario soffermarsi sulle motivazioni di questo comportamento operaio. Rispetto all’operaio classico, l’operaio cognitivo vende una forza-lavoro che è meno fisica e più intellettuale: questo produce una differenza di non poco conto, dal momento che il cervello è un organo in grado di trasformare e adattare le sue capacità molto più degli altri organi del nostro corpo. Un padrone che ha bisogno di braccia non investirà più di tanto sulla formazione (si pensi alla figura storica dell’operaio massa), perché il rapporto operaio/macchina è sbilanciato in favore di quest’ultima, che rappresenta quasi al 100% l’elemento di capitale costante. Ma un padrone che ha bisogno di cervelli, cioè di creatività, competenze e idee, potrà e dovrà investire proprio sul soggetto operaio, che ingloba una parte consistente di capitale costante (sotto forma di scienza, ma anche di sentimenti o passione).

Questo spiega almeno in parte perché talvolta ci sentiamo disposti a stringere la cinghia, come precari, in fase di formazione: la trasformazione che avviene nella nostra forza-lavoro cognitiva tra l’istante t e l’istante t’ è anche un aumento di capitale che avviene nel nostro cervello; e dal momento che ancora non è stato inventato il modo di estrarre un cervello dal cranio e chiuderlo a chiave nel magazzino d’impresa, sappiamo che in qualche modo disponiamo di una merce forza-lavoro che incrementa il suo valore, e perciò di capitale.
Poco importa che l’interesse del lavoratore cognitivo finisca comunque per soccombere di fronte alla velocità delle matamorfosi del mercato, e che nella giungla della formazione gli vengano spesso rifilate delle sole. Qui quello che conta è l’elemento di ambivalenza radicale che queste dinamiche assegnano a  un fenomeno sociale come l’autoformazione. Dal momento che essa produce valore intellettuale e cognitivo in incremento, produce capitale; per questo tanto le strategie di estorsione di ricchezza sociale al lavoro vivo quanto elementi di passiva soggiacenza degli intelletti alle regole del dominio sono proprie di questo fenomeno; infine, è per questo che lo stesso rapporto autoformazione/istituzioni (siano esse accademiche o d’impresa) è già dato, anche se in un senso che non lascia grandi spazi all’eccedenza critica e all’autovalorizzazione.
E’ necessario dunque approfondire l’analisi della metropoli odierna, cercando di generalizzare il quadro e interrogando l’ambivalenza di fondo che sembra attraversare tanto il capitale cognitivo quanto la forza-lavoro intellettuale e l’immaginario di cui si nutre.

L’immaginazione al potere

La metropoli contemporanea è luogo di produzione di un’estesissima ricchezza testuale, che si colloca caratteristicamente al limite tra ciò che nella critica classica dell’economia politica sono il capitale costante e il capitale variabile, tra la sfera della produzione e quella della riproduzione. Tuttavia, non apprezziamo tra produzione materiale e testuale una differenza decisiva per quanto riguarda la qualità della forza lavoro impiegata. Anche nell’ambito della produzione detta meramente materiale le capacità cognitive dei soggetti hanno una loro importanza, così come la creazione testuale – se il testo è ampiamente inteso come comprendente tanto i riferimenti indicali presenti nel mondo, quanto quelli che strutturano o destrutturano le menti degli esseri umani – abbisogna inevitabilmente di una forza fisica che si metta all’opera: scrivere, incidere, cliccare, dipingere e pensare sono attività fisiche, che come le altre possono produrre stanchezza e stress.

Allo stesso modo, la differenza tra produzione testuale e produzione meramente materiale non è riscontrabile nel prodotto: non si dà il caso di un’epoca in cui la merce fosse del tutto o prevalentemente materiale, sostituita oggi da un’altra in cui essa è divenuta del tutto o ampiamente testuale. In effetti, la merce è costitutivamente qualcosa di astratto, essendo l’entità sociale determinata dalla forma di valore associata a un oggetto (anche quando esso in senso lato non è “fisico”, come nel caso di un’idea protetta da copyright), la quale non coincide affatto con l’oggetto stesso che, in quanto tale, osservato nella sua nuda presenza ontologica, non possiede né può possedere non solo un valore di scambio, ma neanche un valore d’uso; anche quest’ultimo, infatti, è dato soltanto nella relazione di esso con un potenziale consumatore. La forma merce, la connotazione sociale dei prodotti del lavoro umano inseriti in una sfera di mercato, è sempre stata e sempre sarà “immateriale”.
Se consideriamo da vicino l’elemento testuale, infine, così come è presente da millenni nella società e nell’economia e così come vi si trova oggi in posizione del tutto centrale, risulta evidente la sua materialità: non solo perché l’ossido magnetico che fa da supporto alle scritture digitali non è più immateriale dell’argilla o della cera di cui erano fatte le antiche tavolette, ma anche e soprattutto perché sono le stesse facoltà cognitive umane – quelle necessarie a inventare, codificare, produrre e riconoscere segni – ad essere irriducibilmente radicate nel tessuto nervoso dell’essere umano come ente biologico, al di là di qualsiasi ingenua contrapposizione spirituale/fisico o mente/corpo. Il materialismo necessario per comprendere le trasformazioni continue del mondo capitalistico non è, contrariamente a quanto talvolta si crede, soltanto il metodo che affronta l’analisi del reale a partire dalla considerazione dei rapporti di produzione e dei rapporti di forza; esso è anche l’intonazione teorica di fondo che chiude i conti con un’eredità giocata sulla contrapposizione o giustapposizione binaria tra materia e non materia, al fondo della quale si cela immancabilmente una rimozione o una condanna del corpo.

Ma resta di fronte ai nostri occhi, palese, il risultato della trasformazione: una metropoli costellata di rinvii indicali, connessa con sé stessa e con l’esterno grazie alla tecnica informatica, abitata da un soggetto operaio che ormai ha in grandissima parte ceduto alle macchine il ruolo produttivo bruto, dislocando il proprio impegno – oggi come ieri, estorto – sul livello intellettuale della creazione e dell’innovazione, e iterando in forma rinnovata il vecchio rapporto macchina/forza lavoro.
Se c’è una differenza rilevante tra prodotto meramente fisico e prodotto testuale, essa sussiste su un altro livello, che è quello del rapporto soggetto/oggetto. Se le merci meramente materiali che porto al mercato sarebbero tali anche in assenza del soggetto che le trasporta e che le vuole vendere o comprare, un software esiste sulla base di codici che non sono tali se non sulla base dell’osservazione da parte di soggetti che li riconoscano, che ne comprendano il senso, ed eventualmente che creino programmi per una loro lettura automatica. L’illusione dell’immaterialità della sfera segnica nella produzione della ricchezza sociale è data da questo elemento epistemico: un segno non è tale sulla base delle sue caratteristiche intrinseche, come le automobili o gli accendini, ma sulla base di un riconoscimento di senso che di volta in volta deve avvenire, anche se il supporto materiale cui è necessariamente legato – al limite scariche neuronali nei nostri cervelli – non ne separa in alcun modo gli elementi costituenti dal mondo fisico fatto di atomi e particelle.

Ora la produzione di segni, legata più di ogni altra alla dimensione soggettiva, immerge il capitale nella sfera intima e interna dell’essere umano e rende problematica la distinzione tra momento della produzione e momento del consumo, tra giornata lavorativa e tempo libero, rendendo storicamente verificabile l’ipotesi teorica di un graduale e tendenziale passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale delle energie materiali e cognitive del soggetto. In qualche modo, il punto cruciale di un capitalismo maturo quale quello odierno è situato sul terreno labile e fluido dell’immaginazione umana (anche se ciò non toglie che milioni di donne e uomini siano quotidianamente obbligati a vendere la loro forza meramente fisica, senza alcuna reale valorizzazione della loro facoltà immaginativa). Di fatto, l’immaginazione che produce generi e spazi testuali – siano essi legati alla programmazione, sperimentazione, progettazione scientifica o all’ambito timico e spettacolare – è oggi più che mai il motore di spinta della produzione capitalistica globale.
In questo senso l’immaginazione è giunta al potere: la riproduzione di un dominio che non vogliamo e non possiamo accettare è realizzata in primo luogo grazie alla facoltà cognitiva che è in grado di formulare l’ipotesi pratica della sua sovversione.

Contro(il)potere dell’immaginazione

Anche il delirio securitario di questi mesi è una costruzione di immaginario, ove il termine assume connotazione più aggettivale che nominale: il pericolo cui sarebbe sottoposto il “cittadino” è davvero immaginario (delitti e violenze urbane esistono dalla notte dei tempi, e sempre esisteranno), così come il degrado, ormai rappresentato anche soltanto dal sedersi per terra con una birra in mano. Allo stesso modo la rinverdita idea di patria, il concetto di esportazione della democrazia, il sogno in fondo giusnaturalistico dei “diritti umani”, i miti del self-made man o del cittadino onesto sono reticoli o rivoli di una narrazione complessa che è immaginario prodotto dai professionisti della politica di palazzo – anche ai livelli più bassi e “locali” – e dai lavoratori dei mass-media che, in gran parte, svolgono il ruolo subordinato di poliziotti dell’informazione.

Questa condizione illusoria del salariato moderno, che crede di vivere male perché noi scriviamo sui muri o andiamo a letto tardi, perché ci sono i furti dei rom o le manifestazioni dei centri sociali, perché qualcuno gli lava i vetri e qualcun altro è costretto a dormire per strada, è allestita con cura e precisione scientifica dalle istituzioni politiche, editoriali, scolastiche e accademiche del capitalismo cognitivo. La tendenza sociale a trovare i responsabili delle cattive condizioni di vita e del senso di espropriazione e furto della propria dignità e del proprio valore umano è traslata sul piano della mistificazione e dell’immaginazione onirica, quello stesso livello da cui nascono o possono nascere i progetti di insubordinazione. Ancora una volta lo spazio del capitale si rivela spazio dell’ambivalenza, dove il medesimo universo segnico subisce ondulazioni parziali in direzioni differenti, e lo stesso prodotto sociale può essere tanto minaccia per l’autorità costituita quanto terreno di regresso per il precariato sociale.
E’ la medesima ambivalenza che riscontriamo in rapporto a quel terreno testuale specifico ma esemplare che è l’azione di writing: nelle metropoli scritte da capo a piedi in cui viviamo, in cui la popolazione è bombardata di messaggi pubblicitari e “offerte culturali”, non di rado passando la propria giornata lavorativa davanti alle icone e alle interfacce dei computers, i comuni promulgano (Bologna è il caso paradigmatico) ordinanze contro i graffiti e stanziano fondi per la ripulitura delle pareti urbane, quasi si dovesse interrompere la produzione di testi con la chiusura formale dell’orario di lavoro, e non dovessero esistere margini delle scritture ufficiali metropolitane. Ma il comportamento schizoide delle istituzioni è dato dalla contemporanea valorizzazione istituzionale, artistica, culturale di certi graffiti e cancellazione manu militari di certi altri (è il caso di Milano). Questa contraddizione assume i caratteri di farsa nelle dichiarazioni del procuratore capo di Bologna, che giustifica l’ostilità nei confronti dei writers con l’affermazione che i graffiti bolognesi non possiedono requisiti di artisticità paragonabili a quelli di altre città europee, quasi vi fosse l’intuizione che nel mondo attuale la legge deve arrivare, come il lavoro, ad assorbire tutto, compreso il giudizio di gusto più banale sul più occasionale gesto di scrittura.

Non a caso tanto a Torino quanto a Bologna i collettivi autonomi universitari hanno colorato, durante iniziative pubbliche – anche a costo del confronto con la polizia – le mura dell’Università. L’immaginazione è facoltà cognitiva posseduta dai soggetti urbani sfruttati, venduta durante l’orario di lavoro – e ce ne rincresce – ma pulsante anche fuori di esso. L’immaginazione controllata e disciplinata del razzismo e dell’autoritarismo borghese imposta dalle istituzioni odierne è sintomo della loro inquietudine per il carattere comunque fantasmatico di ogni produzione immaginativa, nel momento in cui l’idea, anche dopo esser stata messa a valore, può ancora produrre esperimenti – solitari o collettivi, diurni o notturni – di autovalorizzazione e autonomia, cioè di imprevisto. Rispetto al ruolo che le nostre energie cognitive possono avere in un processo di insubordinazione, ci sembra che il fare un’istituzione dell’autoformazione possa valere esclusivamente come costruzione di un contropotere dell’immaginazione.
In effetti, l’incremento di valore della forza-lavoro intellettuale attraverso la lettura e l’esperienza produce autovalorizzazione secondo due strade maestre, tra loro inseparabili: leggere ed esperire altrimenti, rispetto ai percorsi formativi ufficiali (e qui si pone il problema di quanto i nostri progetti di autoformazione siano compatibili con le gabbie giuridiche rappresentate da questo o quel provvedimento ministeriale) e immaginare altro rispetto all’esistente della valorizzazione capitalistica (e si pone il problema, a noi molto caro, dell’ostilità politica contro le istituzioni nel loro complesso). Attraverso queste due brusche svolte che ogni precario può dare alla sua vita, attraverso questi due imprevisti politici, si ottiene il risultato di dare un segno preciso e di parte non solo all’autoformazione come pratica di autonomia, ma al complesso testuale stesso che andiamo producendo con i nostri percorsi di movimento.

Ma un contropotere dell’immaginazione non è un contropotere immaginario, né un’istituzione immaginaria, né una vittoria immaginaria, e nemmeno una riappropriazione immaginaria o dell’immaginario. La forza immaginativa sottratta deve farsi costituente di momenti di lotta efficaci e concreti, in primo luogo sul costo della vita che brucia i tempi del soggetto precario, e ne riduce gli spazi. La parola “reddito” non serve a nulla se fa parte di un progetto (di) immaginario, ma deve essere declinata in forme di riappropriazione pratica, che investano i capitoli di vita della casa, della scienza, dei trasporti, delle strade e piazze urbane. La produzione di immaginario può servire solo se ancora una volta è il rovesciamento dell’immaginazione al potere, anche nel rapporto con i fatti sociali del nostro tempo: occorre non deviare mai dal riferimento principe della situazione effettiva e dei rapporti di forza in cui siamo immersi, dare indicazioni sociali che siano denuncia di stati di cose e dati di fatto verificabili.
La nostra immaginazione, sottratta alla valorizzazione del capitale cognitivo, autonoma da quialsiasi formazione a autoformazione coatta, volerebbe così sempre a pochi metri da terra, in attesa della rottura e dell’espressione viva di pratiche di conflitto, ossessionata da un continuo appuntamento con la realtà.

Collettivo Universitario Autonomo
Torino, ottobre 2007



per info: www.uniriot.org


Milano: non c'è futuro senza memoria

Published on 09:41, 10/13,2007

Milano: "la memoria non si cancella!"
500 persone contro le politiche di "pulizia urbana"


Nuovo murales per Dax e Visone

Circa 500 persone hanno preso parte oggi ad un'iniziativa dal doppio obiettivo: ri-affermare il carattere antifascista della città e dare una risposta alle misure di "pulizia urbana" messe in atto dal vice-sindaco di Allenaza Nazionale De Corato.
Compagn* milanesi avevano indetto per oggi un'iniziativa dal titolo eloquente: "la memoria non si cancella"; un'iniziativa alla Darsena per far rivivere il murales di Dax già cancellato dall'amministrazione comunale. Imponente lo schieramento di polizia che ha impedito di praticare l'obiettivo in loco. Obiettivo che però è stato perseguito nella centrale piazza Vetra.
L'iniziativa di oggi ha fatto risuonare altre due questioni calde e recenti della metropoli lombarada: le cariche selvagge dei pulotti che martedì hanno rincorso e e pestato compagni antifascisti dentro l'università statale; la volontà dell'amministrazione di cancellare anche il murales di Carlo Giuliani.



Ennesima provocazione fascista all'università di Torino

Published on 21:15, 10/11,2007

Un'altra provocazione fascista all'università di Torino, ancora a firma dei soliti (ig)noti, di quegli individui che più volte sono stati cacciati dalla nostra università, che per un articolo di giornale sul quotidiano locale venderebbero anche se stessi, che sono così equilibristi da saper stare dentro Alleanza Nazionale (fà comodo, la storia del fascismo italiano lo insegna, ndr) ed essere collusi con la peggiore destra nazista della città, insomma, quei personaggi che coniugando fascismo e vittimismo riescono nella conquista del cadreghino sognato, altro che difesa degli studenti..
Però questa volta il fattaccio ha un firma: Fuan. Ben chiara è l'intenzione di provocare, di andare a colpire quella parte di studenti e studentesse che davanti il fascismo non hanno mai fatto un passo indietro, pagandone le conseguenze con arresti e denunce, e che individuano nell'antifascismo militante la pratica da portare nell'università, nelle strade, nelle piazze.
Sono strati imbrattate le mura di Palazzo Nuovo e del liceo Gioberti, ma soprattutto è stato rovinato il murales "Torino è partigiana", fatto in occasione della giornata "Sappiamo chi è Stato" del 14 luglio 2007, quando ricordammo con un murales in ogni città (Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Padova, Viareggio e Roma) gli omicidi di Carlo Dax Renato e Federico, denunciando le violenze di fascisti e polizia. Il murales a Torino era già stato rifatto per una seconda volta, perchè l'originale scritta "Torino è antifascista" è stata anch'essa deturpata.
La situazione si ripresenta, per cominciare provvederemo con il cancellare croci celtiche e scritte farneticanti nei prossimi giorni. Inoltre questa mattina ci siamo presentati a Palazzina Einaudi, sede di scienze politiche e giurisprudenza, per volantinare, per smascherare il vero volto del Fuan che nei suoi volantini si vende come democratico ed ordinato.
Questa provocazione arriva quasi al contempo degli scontri di Milano, che ci hanno raccontato i compagni della Statale, ai quali abbiamo fatto pervenire da subito la nostra solidarietà, e ciò aiuta a scoperchiare, se ancora ce ne fosse bisogno, la vera natura di una frangia del neofascismo nostrano, che si chiami Fuan o Azione Giovani che dir si voglia.

Pubblichiamo qui di seguito il volantone ed il comunicato sulla provocazione fascista che abbiamo attacchinato e distribuito a Palazzina Einaudi questa mattina.



ENNESIMA PROVOCAZIONE FASCISTA ALL’UNIVERSITA’

IL FUAN DETURPA IL MURALES "TORINO E’ PARTIGIANA" SUL MURO DI PALAZZO NUOVO IN RICORDO DEL FORTE SENTIMENTO ANTIFASCISTA CHE HA SEMPRE CONTRADDISTINTO LA NOSTRA CITTA’, MEDAGLIA D’ORO ALLA RESISTENZA

murales palazzo nuovo 1 muro del gioberti 1

E COPRE CON CROCI CELTICHE I MURI DEL LICEO GIOBERTI

muro gioberti 3 muro del gioberti 2

Non possiamo permettere che all’interno delle nostre università avvengano episodi oltraggiosi che violano la memoria del sangue versato in difesa della nostra libertà, non possiamo accettare che simboli quali croci celtiche e svastiche, dipinte per mano di chi si taccia di essere al fianco degli studenti, presentandosi come un partito democratico ed istituzionale, campeggino sui muri delle nostre facoltà e delle nostre città.

NESSUNO SPAZIO AI FASCISTI
TORINO E’ ANTIFASCISTA
TORINO E’ PARTIGIANA


Studenti e studentesse antifascisti/e


Sabato 14 luglio in molte città italiane (Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Padova, Viareggio e Roma) si è svolta un’iniziativa antifascista dal titolo "Sappiamo chi è Stato" in risposta alle numerose aggressioni di stampo neofascista che si sono susseguite negli ultimi anni e in ricordo di Carlo Giuliani, Dax e Renato Biagetti, vittime della violenza di Stato e neonazista.
A Torino abbiamo scelto di testimoniare il sentimento antifascista con un presidio durante il quale abbiamo fatto un murales sul muro esterno di Palazzo Nuovo, che riportava la scritta "Torino antifascista".
Durante una notte d’estate, approfittando dell’assenza degli studenti e delle studentesse antifasciste, secondo la consueta tradizione dei "camerati" di agire protetti dalle forze dell’"ordine" o dal buio, il murales è stato deturpato da croci celtiche e righe nere che cancellavano la scritta.
La risposta degli studenti e delle studentesse antifasciste è arrivata immediata, e il murales è stato nuovamente rifatto, questa volta campeggiava la scritta "Torino è partigiana", per non dimenticare che la nostra città è Medaglia d’Oro per la Resistenza, e da sempre si oppone fermamente a qualsiasi rigurgito neofascista e neonazista nelle piazze, nelle scuole, nelle aule universitarie e nei luoghi di lavoro.
Alla notte tra martedì e mercoledì di questa settimana, risale l’ennesima provocazione messa in atto da quello che vuole presentarsi come un partito istituzionale all’interno dell’università ma altro non è che un gruppuscolo di nostalgici, che più volte si sono presentati all’interno delle nostre facoltà inneggiando al duce, commemorando la marcia su Roma e innalzando bandiere con croci celtiche e svastiche: il murales è stato coperto da scritte il cui contenuto dimostra l’ignoranza e la pochezza degli autori ("Torino è parMigiana"!!), e da croci celtiche firmate dal partito stesso, il Fuan.
Il Fuan torinese, organizzazione giovanile del partito d’opposizione di Alleanza Nazionale, nonostante l’apparente redenzione del leader Fini, che si è recato in Israele per riappacificarsi con gli ebrei perseguitati dal regime dal quale AN trae le proprie origini ideologiche, ha sempre dimostrato di non essere in linea con le direttive nazionali, continuando a perseguire campagne neofasciste, razziste, xenofobe e antisemite. Per rendersene conto basta visitare il loro sito internet, www.ilfronte.org, nel quale sponsorizzano le loro iniziative, tra cui gli incontri con i repubblichini e le ronde contro gli immigrati, accanto alla solita ignobile apologia del fascismo, con immagini e simboli inequivocabili.
Ricordiamo in particolare due avvenuti all’interno della nostra università: il 28 ottobre del 2004, quando una ventina di militanti del Fuan si sono presentati, come sempre scortati dalla polizia, all’interno dell’atrio di Palazzo Nuovo nel tentativo di commemorare la marcia su Roma, camuffando vigliaccamente l’iniziativa come una raccolta firme per l’inserimento delle radici cristiane nella Costituzione Europea; il 14 maggio 2007, giorno in cui, dopo aver scavalcato i cancelli della sede delle facoltà umanistiche, consci del fatto che gli studenti e le studentesse avrebbero loro impedito l’accesso all’atrio , hanno tentato di portare avanti la loro campagna elettorale per le elezioni universitarie.
In entrambe le occasioni centinaia di studenti e studentesse hanno dimostrato il proprio sentimento antifascista opponendosi anche fisicamente a queste tristi ed inaccettabili manifestazioni di stampo nostalgico e alle forze dell’"ordine", come sempre intervenute a protezione dei fascisti.
Le conseguenze per chi da sempre si impegna nella difesa dei valori della Resistenza sono state dure in entrambi i casi: diciassette le denunce a piede libero nel primo, cariche violente della polizia all’interno dell’atrio e addirittura tre arresti di studenti con conseguente detenzione preventiva ai domiciliari per una ventina di giorni nel secondo.
Non possiamo permettere che all’interno delle nostre università avvengano episodi oltraggiosi che violano la memoria del sangue versato in difesa della nostra libertà, non possiamo accettare che simboli quali  croci celtiche e svastiche, dipinte per mano di chi si taccia di essere al fianco degli studenti, presentandosi come un partito democratico ed istituzionale, campeggino sui muri delle nostre facoltà e delle nostre città.

Nessuno spazio ai fascisti
Torino è antifascista
Torino è partigiana

Studenti e studentesse antifascisti/e


Scontri alla Statale di Milano tra compagni e neofascisti. Pestaggi della polizia contro gli antifascisti

Published on 19:47, 10/10,2007

Un'altra provocazione, un'altra resistenza.
Ieri mattina un gruppo di fascisti ha messo in piedi la sua provocazione all'università Statale di Milano. Determinata la risposta dei compagni: nessuno spazio per questi personaggi. La polizia, come quasi in un flashback rispetto ai fatti del San Paolo, picchia gli antifascisti.



No pasaran


Ieri mattina all'università statale di Milano un gruppo di aderenti all'organizzazione legata ad AN Azione Giovani hanno improvvisato provocatoriamente un banchetto di propaganda nell'atrio. Immediatamente diversi studenti antifascisti hanno iniziato a protestare contro la presenza neofascista all'università e, dato che il banchetto non aveva cessato la sua attività nonostante le proteste - e dal momento che continuavano ad affluire individui di estrema destra estranei al mondo universitario a spalleggiare gli esponenti di AG - si è infine arrivati allo scontro fisico tra fascisti e antifascisti, al termine del quale ci sono stati due feriti tra gli antifascisti e tre tra gli esponenti di destra.

Ma la giornata sarebbe continuata nel segno della repressione degli studenti da parte delle forze dell'ordine. Quando i due studenti sono usciti dal pronto soccorso di zona Crocetta, dove si erano recati per farsi medicare, hanno trovato all'esterno agenti della digos e volanti della ps ad attenderli. Uno di loro è stato immediatamente invitato a seguire gli agenti in questura, cosa che ha scatenato l'indignazione dei compagni e degli amici presenti sul posto e la reazione improvvisa e brutale delle forze dell'ordine: sette volanti hanno completamente isolato la strada e bloccato il traffico, mentre i poliziotti hanno iniziato a picchiare gli studenti con manganellate, calci, pugni, fino a sbattere la testa di uno di loro contro il marciapiede, colpendolo sulle ferite riportate durante gli scontri all'università.

Di fronte al carattere surreale e deprimente di questo spettacolo, che ancora una volta la polizia ha offerto ai cittadini, diversi passanti, nello sbigottimento generale, hanno tentato di frapporsi e fermare la scena di violenza, ricevendo in tutta risposta dagli agenti spintoni e venendo colpiti a loro volta. Altri antifascisti nel frattempo accorsi sul luogo del pestaggio sono stati inseguiti e colpiti dagli agenti, che hanno sequestrato e cancellato le fotografie scattate da alcuni di loro. Alcune foto sono state però scattate dopo l'accaduto, ed è in esse visibile il sangue presente sull'asfalto dopo il pestaggio.

Se già ieri sera si è svolta in merito agli scontri della Statale un'asseblea al cs Torchiera, stamattina un forte presidio antifascista ha completamente occupato l'atrio dell'università, impedendo ai neofascisti l'annunciata ulteriore provocazione di un presidio nell'atrio per protestare contro l'ostilità mostrata dagli studenti nella giornata di ieri.

L'appuntamento cui tutte e tutti sono invitati per esprimere la propria rabbia e protesta contro la brutalità e la vigliaccheria delle forze dell'ordine, ancora una volta schierate a difesa della peggiore teppaglia neofascista e neonazista milanese, è il già annunciato corteo si sabato, che ha come obiettivo il rifacimento del murales sulla Darsena in ricordo di Dax, recentemente cancellato su ordinanza della sindaca-sceriffo Moratti.

Il concentramento
(per ora la questura ha autorizzato solo un presidio)
sarà

sabato 13 ottobre
ore 14 piazza XXIV maggio



Di seguito due delle foto non finite nelle mani della polizia.
Sul pavimento: il sangue dei pestaggi.





Il comunicato di solidarietà ai compagni milanesi
del Collettivo Universitario Autonomo

Come studentesse e studenti antifascisti di Torino esprimiamo la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni milanesi di ASSO, che nella giornata di Martedì 9 ottobre hanno dovuto affrontare un gruppo di neofascisti nell'atrio dell'Università Statale per impedire che lo stesso si trasformasse in luogo di propaganda razzista, sessista e nostalgica.

L'antifascismo militante è l'unica risposta che il movimento deve dare ai tentativi delle organizzazioni di estrema destra, della Lega, di AN, di trovare spazio e radicamento nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle università. Di fronte alle provocazioni o alle aggressioni fasciste sempre più i compagn* rispondono con serenità e determinazione, al di là di qualsiasi vittimismo, consci del proprio compito storico e politico: così è stato a Roma in seguito all'aggressione fascista a Casal Bertone, così a Torino quando il FUAN tentò lo scorso maggio di volantinare a Palazzo Nuovo, così ieri alla Statale di Milano.


La vergogna dei pestaggi perpetrati dalla polizia ieri a Milano contro alcuni militanti antifascisti mostra ancora una volta quale sia il livello di connivenza politica che esiste tra le forze repressive e quelle neofasciste, proprio nel giorno in cui a Genova il pm Canepa avanza la tesi secondo cui al G8 del 2001 la totale responsabilità morale delle violenze andrebbe riversata sui manifestanti.


Di fronte a simili episodi non può che rendersi ancora più urgente un richiamo alla compattezza di tutte le realtà di movimento, affinché dalle piazze italiane possa presto esprimersi un livello di dissenso adeguato alle dinamiche oppressive che disciplinano le condizioni di vita e l'ordine pubblico in questo paese.


Niente resterà impunito
Ora e sempre Resistenza


Collettivo Universitario Autonomo



per info: www.infoaut.org - asso.noblogs.org


Crash again!

Published on 11:34, 10/07,2007



6 ottobre - Una manifestazione di lotta e di riappropriazione, cresciuta giorno dopo giorno dallo sgombero estivo in una Bologna deserta. La Bologna securitaria, governata con leggi e manganelli da chi ha portato in piazza un milione di persone nel nome degli interessi dei lavoratori. Una città schierata contro Kofferati, con la K come si merita il richiamo all'ordine e alla legalità di un'altra K famosa. Un sindaco di centro"sinistra" che incarna la tolleranza zero, retto in consiglio dai voti di AN perchè lasciato dai consiglieri della sua alleanza, dopo aver vietato la vendita di bottiglie di birra, il ritrovo nelle piazze, i lavavetri, i senza casa, i writers e i centri sociali. Ad agosto lo sgombero di Crash avvenuto con strategia nella desertificazione estiva, con polizia e ruspe. Uno spazio sociale devastato al suo interno dai colpi di pala comunale. La manifestazione di oggi, a cui hanno aderito i centri sociali del 2007, non un movimento unitario, ma tutti in movimento per riprendersi Crash ed erodere spazio al re di Bologna, ormai nudo, che si abbassa a chiamare al cellulare i compagni del collettivo per proporgli aria fritta, al fine di salvarsi il regale deretano e depotenziare la manifestazione. Ora il regno è attaccato, la notte prima del corteo Crash! è rinato nonostante il presidio militare di uno stabile in disuso individuato come possibile sua sede. 10.000 in movimento a liberare Crash e Bologna dalla cappa securitaria e dalla negazione di spazi di libertà!
Crash Again
Again Crash!




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La cronaca della giornata. A cura di InfoAut.

Ore 15.30 - Da via Avesella i comapagni e le compagne stanno raggiungendo la piazza ma Crash! ha già un nuovo spazio occupato questa notte. Il corteo, che è nato e partirà con degli obbiettivi specifici è un corteo di riappropiazione degli spazi sociali e uno degli spazi individuati dal corteo, l'ex maternità di via D'azeglio, è da stamane presidiato anche internamente dalla polizia. Il corteo si muoverà e terminerà verso il nuovo spazio sociale. Ascolta/scarica Beppe di Crash

Ore 16.00 - Ascolta/scarica Gianluca di InfoAut

Ore 16.30 - 10000 partecipanti al corteo, bolognesi, studenti, precari della città e centri sociali e collettivi da tutt'Italia compongono il corteo che marcia verso il nuovo spazio sociale. Nel il corteo passerà davnati al vecchio Crash! reso inutilizzabile dopo lo sgombero delle ruspe Kofferatiane.

Ore 17.00 - Il corteo passa davanti al vecchio Crash! I comapgni e le compagne aprono una breccia nel muro laterale per far vedere a tutti lo scempio commesso dal comune delle ruspe. Ascolta/scarica Gianluca di InfoAut

Ore 17.30 - Il corteo raggiunge il nuovo Crash! occupato questa notte e legittimitato da un corteo di migliaia di compagni e compagne determinati ad aprire un nuovo spazio sociale in città.

Ore 18.00 - Dal nuovo Crash! Ascolta/scarica Gianluca di InfoAut e Beppe di Crash

Ore 18.30 - Ascolta/scarica le considerazioni finali di Davide del csoa Askatasuna

Ore 18.50 - Tensione tra i manifestanti in ritorno e le forze dell'ordine. Trenitalia continua a voler bloccare i manifestanti sprovvisti di biglietto richiedendo l'intervento delle forze dell'ordine. La trattativa è in corso.

Ore 20.00 - La situazione si è sbloccata: i compagni di Torino sono partiti, mentre Milano deve ripiegare sui pullman delle realtà di Bergamo.



Banner Crash!
Comunicato del Laboratorio del precariato metropolitano Crash! [6.0] dalla nuova sede di via Zanardi 106

Foto arrivo al nuovo Crash!

Diecimila persone in corteo, occupato un nuovo CRASH!
Diecimila persone sono scese in piazza oggi per la manifestazione lanciata dal laboratorio CRASH!
Un corteo determinato e partecipatissimo nonostante la pioggia, che ha visto l'arrivo a Bologna di delegazioni da diverse città d'Italia come Torino, Milano, Padova, Bergamo, Pisa, Livorno, Brescia...
Il corteo si snoda per le via della città, molti gli interventi dal furgone contro il modello legalitario imposto alla città da Cofferati, e slogan come "ruspe manganelli in città, questa è la loro legalità" si susseguono in continuazione.
La manifestazione si dirige poi verso via Zanardi, dove al numero 48 si trova l'edificio che ospitava il Laboratorio CRASH! fino allo sgombero, avvenuto questo 20 agosto.
Qui alcuni attivisti, abbattendo un muro, sono rientrati per una conferenza stampa e per far vedere la distruzione del capannone effettuata dal Comune dopo lo sgombero.
Un attivista di CRASH! si rivolge ai giornalisti: "Ecco quello che Cofferati fa all'interno di uno spazio che fino al giorno prima dello sgombero era vivo e pieno di progetti, iniziative, produzione di cultura e socialità altra, nodo di iniziativa politica. Le ruspe del sindaco non hanno però fermato la nostra determinazione a continuare tutti i progetti che qui era nati e cresciuti..."
Infatti il corteo prosegue sempre per via Zanardi fino ad arrivare al numero 106, dove si trova un altro edificio abbandonato da anni.
"CRASH! again, non ci fermerete mai!" gridano dal furgone "ancora una volta ci riappropriamo di uno spazio per il Laboratorio CRASH!, uno spazio in cui possa continuare quello che lo sceriffo Cofferati ha tentato di interrompere!"
Ci dice un attivista di CRASH!: "Abbiamo ripreso questo spazio nonostante i tentativi del sindaco di depotenziare un'iniziativa come quella di oggi. Se una trattativa ci deve essere, partirà da qui!"
Le migliaia di persone che componevano il corteo si riversano all'interno del nuovo Laboratorio CRASH!, mentre musica e interventi continuano dal furgone.

fonte: Bologna Autonomous Zone



per info ed aggiornamenti:
www.infoaut.org - www.ecn.org/baz


Metropolis.. to be continued

Published on 01:04, 10/05,2007

striscione di metropolis

Metropolis si è concluso, i gazebo ed i banchetti sono stati smontati, sono state tre giornate di dibattito e socialità, musica e contro-informazione, vissute a Palazzo Nuovo al fianco degli studenti con cui abbiamo condiviso tanti percorsi di lotta e con quelli che hanno trovato in Metropolis il momento in cui conoscerci.


Metropolis ha ospitato due dibattiti, due momenti di riflessione in cui, grazie alle sollecitazioni poste da coloro che sono intervenuti, si è giunti ogni volta ad un dibattito interessante e partecipato, momento in cui i gazebo si sono riempiti di studenti, docenti, gente comune. Vista la ricchezza degli interventi fatti dai relatori nei due dibattiti, uno dedicato al tema Torino e l'altro all'autoformazione, e l'interesse da questi scaturito, riproponiamo qui di seguito gli audio di ognuno.

2 ottobre - "Torino: da città fabbrica a città evento"
Marco Revelli - docente di scienza della politica -
Ascolta/scarica l'intervento di Revelli
Guido Borio - ricercatore sociale -
Ascolta/scarica l'intervento di Borio
Marco Sassano - ricercatore sociale -
Ascolta/scarica l'intervento di Sassano

4 ottobre - "Altro/Sapere: dibattito sulle esperienze di autoformazione"
Davide - studente del Collettivo Universitario Autonomo -
Ascolta/scarica l'intervento di Davide
Sergio Roda - prorettore dell'università di Torino -
Ascolta/scarica l'intervento di Roda
Alessandra Algostino - docente di diritto costituzionele -
Ascolta/scarica l'intervento di Algostino
Enrico Donaggio - docente di filosofia -
Ascolta/scarica l'intervento di Donaggio

"Metropoli, tre giorni di dibattito sulla Torino che non stà mai ferma e sulle sue università" su InfoAut - su Uniriot


[Metropolis] Tre giorni di dibattiti sulla Torino che non stà mai ferma e sulle sue università

Published on 14:18, 10/02,2007

manifesto di metropolis


Metropolis nasce dall'esigenza di riprendere in mano l'iniziativa dentro e fuori l'Università, dentro e fuori la Metropoli. Come è cambiata e cosa si appresta a diventare la più grande azienda del sapere nella gestione del centrosinistra e del ministro Mussi? Quale ruolo ha assunto la città di Torino all'indomani dell'evento olimpico e all'interno del quadro produttivo nazionale? Quali rapporti esistono e quali intrecci si dipanano tra i modelli di governance e gestione dei conflitti che attraversano le nostre facoltà e il nuovo modello securitario di gestione del territorio delle giunte di centrosinistra? Queste sono solo alcune delle domande che meritano di essere affrontate collettivamente, studenti e precari, universitari/e e non, per poter leggere ed interpretare la tendenza del cambiamento.

Questa tre giorni vuol essere un momento di confronto e di dibattito utile per ri-aprire un percorso di critica e di iniziativa di parte, antagonista nel segno, all'interno delle nostre facoltà, all'interno delle nostre strade. Mettere a valore, far fruttare, l'esperienza collettiva maturata nei percorsi di occupazione ed autogestione, nelle vertenze per un libero accesso al sapere, nelle manifestazioni contro la guerra globale permanente e per i beni comuni, a difesa dei territori e degli spazi sociali, significa anzitutto assumere la centralità della pratica dell'autorganizzazione e della non-delega. Evidenziare il minimo comun denominatore politico nel rifiuto di partecipare al teatrino della politica istituzionale non significa scegliere la cieca via del ghetto, vuol dire invece riaffermare in positivo la forza e la legitimità dei movimenti contro le riforme Berlinguer-Zecchino-Moratti. Metropolis, quindi, come spazio pubblico di circolazione e autovalorizzazione del sapere vivo, come approdo e covo di pirati della rete, come produzione e condivisione di altra socialità, come liberazione dei tempi di studio e di vita, come pratica concreta di controcultura.

Metropolis...to be continued
Collettivo Universitario Autonomo
 
manifesto di metropolis sui dibattiti


[Crash... again! Non ci fermerete mai!] Bologna - 6 ottobre - Corteo in difesa degli spazi sociali e contro il modello cofferatiano

Published on 13:38, 10/02,2007

corteo crash

Alle 6.45 del 20 Agosto 2007 un atto militare tenta di fermare l'esperienza del Laboratorio Occupato CRASH! Le ruspe cofferatiane entrano nello spazio per demolire tutto quanto costruito e vissuto in un anno e mezzo di occupazione di un vecchio edificio dismesso, a cui si era data nuova vita. Nessun preavviso alla vile delibera a porte chiuse agostana. Lo stabile torna vuoto e chiuso per le volontà dell'amministrazione Cofferati: l'ennesimo scempio di quanto Bologna è ancora in grado di produrre dal basso al di là delle ordinanze proibizioniste, della negazione della socialità, della mercificazione culturale. Un Laboratorio largamente attraversato, catalizzatore di desideri e bisogni di decine di migliaia di persone a Bologna, che ha visto prodursi e riprodursi al suo interno reti sociali in cerca di spazi di vivibilità.

Quello che il Laboratorio CRASH! ha rappresentato in città rimane nelle cronache: asilo per quanti, in fuga dalla ruffiana cultura cortigiana bolognese, hanno trovato li un luogo per esprimere le proprie conoscenze; fruibilità per tutti di ineguagliati eventi musicali; presentazioni di libri, rassegne cinematografiche; condivisione di saperi; laboratori teatrali e fotografici... Ma soprattutto un virtuoso meccanismo di coinvolgimento di quanti hanno vissuto lo spazio nella produzione di eventi altri, di vivacità culturale e politica. Quello che lo sgombero del Laboratorio CRASH! porta è solo un vuoto.

Ma il Laboratorio CRASH!, nella città/cavia del delirio securitario cofferatiano, ha rappresentato anche altro. Ed è proprio su questo piano che la vendetta politica dell'amministrazione ha preso corpo: anni di lotte contro la precarietà, al fianco dei migranti per la chiusura dei CPT, una rinnovata propulsività sociale che ha saputo contrastare inquietanti presenze come quella razzista di Forza Nuova il 21 Giugno, che ha dato battaglia per difendere la libertà d'espressione e le libertà personali di tutte e tutti e dare soddisfazione a bisogni e desideri.

Con questo