[25 aprile a Torino] Corteo itinerante nel quartiere Vanchiglia e Cena antifascista al csoa Askatasuna.

Published on 12:09, 04/24,2008

Quest'anno il 25 aprile avra' un sapore particolare, un po' come quando nel 1994 vinse la destra con Berlusconi. Quando le elezioni vanno cosi' male (per il centro sinistra si intende) scatta anche nei pseudo antifascisti un pizzico di orgoglio e capita di rivederli in piazza, quella piazza che noi non abbiamo mai lasciato indipendentemente dal colore di chi stava al governo. Comunque vada riusciamo a caratterizzarci sempre ed a distinguerci da chi vuole strumentalizzare questa giornata, in particolare da chi lo fa solo in alcuni momenti e in altri, invece, si nasconde o parla di equidistanza, di pari dignita'. Ma soprattutto la memoria del 25 aprile noi la portiamo nelle nostre lotte all'universita' ed in quartiere quando impediamo ai fascisti di sfilare.

Quest'anno per il 25 aprile abbiamo deciso di sfilare in quartiere, il quartiere abbandonato dalla sinistra storica (quella istituzionale, divenuta storica per la sua scomparsa dal parlamento e dalle piazze), che ci samo ripresi e che facciamo rivivere ogni giorno; questa volta lo facciamo ricordando i partigiani che hanno perso la vita nelle vie tra corso Regina e corso San Maurizio per la mano infame dei fascisti.

Abbiamo deciso di rivivere la Resistenza in Vanchiglia anziche' in piazza Castello con il sindaco Chiamparino, perche' noi, a differenza di altri, vediamo nella memoria l'esempio e nella lotta la pratica.

 


 


[Boicotta la fiera del Libro] Incontro/scontro con Travaglio e elenco iniziative della Primavera Palestinese.

Published on 13:25, 04/17,2008

Manca meno di un mese all'inizio della Fiera del Libro di Torino ed alla conseguente manifestazione nazionale pro-Palestina. Le iniziative si susseguono giornalmente ed anche i sostenitori della fiera muovono i loro passi per recuperare il terreno perso. Loro organizzano "dibattiti" militarizzati dentro il rettorato a cui vorrebbero impedire l'accesso a studenti e studentesse, e che cercano improbabili equilibrismi sulla questione palestinese. Noi, dall'altra parte, siamo gia' pronti con un fronte compatto, con l'universita' di torino che sta assumendo le forme del baluardo critico nei confronti dello stato d'Israele. Dentro le mura dell'ateneo si sono gia' tenuti numerosi e partecipati dibatti, l'ultimo in ordine di tempo quello con Vattimo e D'orsi, e se ne susseguiranno molti altri nei prossimi giorni.

Qui vi vogliamo presentare il dibattito organizzato con Marco Travaglio, che ha pubblicamente dichiarato la propria contrarieta' al boicottaggio, sulle ragioni della protesta, e le prossime scadenze in vista del corteo nazionale del 10 Maggio.

 La Primavera Palestinese

Giovedì 17 Aprile - ore 22.00

Proiezione del film “A song from a narrow path – storie da Gerusalemme" di Akram Safari al Circolo Asylum di Collegno

A cura del Comitato di solidarietà con il popolo palestinese di Torino

Dal 21 al 24 aprile

Biblioteca di Torrazza (Chivasso - To)

Esposizione per le scuole di una mostra sulla Naknah

A cura del Comitato “Ricordare la nakbah”

Lunedì 21 aprile - Ore 17.30

Aula 2 – Palazzo Nuovo

Boicottare la fiera del libro: una buona o una cattiva idea?

Si confrontano Marco Travaglio e il collettivo universitario autonomo di Torino

Organizza il laboratorio universitario per i saperi contro la guerra

Martedì 22 aprile - ore 18.00

Presentazione del libro “Cento anni di cultura palestinese” curato da Isabella Camera D’Afflitto alla libreria “Torre di Abele”. Sarà presente la curatrice

A cura del Comitato di solidarietà con il popolo palestinese di Torino

Mercoledì 23 Aprile - Ore 9.00-13.30

Sala Dopolavoro Ferroviario-via Sacchi,63: Quale pace in Palestina: riflessioni sulla questione israelo-palestinese

Convegno con G. Frankel, D. Carminati, K. Younis, A. d’Orsi, G. Vattimo

A cura del Centro Studi per la Scuola Pubblica e della Confederazione Cobas

Ore 21.00

Csoa Gabrio

Proiezione di PARADISE NOW di Hany Abu-Assad

Martedì 29 Aprile - ore 19.30

Al cinema King Kong proiezione di tre film: “Bedù” di Luzzati, “Straniera a casa mia, Gerusalemme” di Sahera Dirbas ed un documentario sul Muro della Vergogna

A cura del Comitato di solidarietà con il popolo palestinese di Torino

Ore 21.00

Bologna: Incontro/dibattito all’università sulle proteste contro la Fiera del libro di Torino

Intervengono il Network antagonista torinese, il Comitato Ricordare la Nakbah, Sandro Mezzadra, Gianni Vattimo

A cura del collettivo universitario autonomo di Bologna

Mercoledì 30 aprile

Csoa Gabrio

Proiezione di INTERVENTO DIVINO di Elia Suleiman

Venerdì 2 maggio - Ore 21.00

Csoa Askatasuna

Presentazione di “Scorrete lacrime, disse lo sceriffo” di Philip K. Dick

Il laboratorio occupato Crash! E Valerio Evangelisti intervengono in favore del boicottaggio della Fiera del libro e dell’invito a Israele come ospite d’onore

Organizza il Network Antagonista Torinese

Da Lunedì 5 a Venerdì 9 maggio

Spazio Free Palestine a Palazzo Nuovo

Mostre, banchetti di controinformazione, esposizioni di libri

A cura del collettivo universitario autonomo di Torino
Lunedì 5 e Martedì 6 maggio

Sede da definire

Seminario internazionale: Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina

Intervengono Gianni Vattimo, Aharon Shabtai, Giorgio Frankel, Alfredo Tradardi, Diana Carminati e altri

A cura dell’ISM - Italia

Mercoledì 7 maggio

Csoa Gabrio

Proiezione de LA SPOSA SIRIANA di Eran Riklis

Mercoledì 7, Giovedì 8 e Venerdì 9 maggio

Cinema Fratelli Marx

Rassegna cinematografica di opere palestinesi

A cura dell’Associazione “Lo sguardo di Handala” di Roma

Venerdì 9 maggio

Palazzo Nuovo

Intervento di Tariq Ali sulla situazione palestinese e sulla contestazione della Fiera del libro

A cura del network antagonista torinese

Sabato 10 maggio - Ore 14.00

Manifestazione nazionale per la Palestina

Concentramento Corso Marconi

Conclusione al Lingotto, sede della Fiera internazionale del libro

Indetta dall’Assemblea Free Palestine di Torino e dal Forum Palestina

 


Addio Comandante Bulow

Published on 01:39, 01/22,2008



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Il Papa alla Sapienza.. anzi no!

Published on 02:28, 01/17,2008


Un comunicato della stampa vaticana notifica che il Vaticano ha "ritenuto opportuno soprassedere" alla visita del Papa all'università la Sapienza "a seguito delle ben note vicende di questi giorni".
Gli studenti che questa mattina sono passati dalle parole ai fatti hanno ottenuto un risultato insperato: impaurito da un'immagine "a rischio", la compagine governativa del pontefice ha optato per una soluzione di ripiego, giocando però la carta della vittima dell'intolleranza, da far pagare alle contro-parti misere della politica istituzionale che già si sbracciano in dichiarazioni di solidarietà e testimonianze di sdegno.
Una mossa "furba" con cui Ratzinger raccoglie - in anticipo - l'unità delle forze politiche partitiche sulla battaglia ben più consistente che si giocherà intorno alla famigerata "moratoria sull'aborto" con relativo attacco alla 194.

Alla Sapienza occupato il Rettorato contro la militarizzazione dell'ateneo per la visita del Papa
Questa mattina intorno a mezzogiorno un gruppo di studenti ha occupato il rettorato dell'Università La sapienza di Roma per chiedere "il diritto di manifestare" in occasione della presenza del Papa giovedì prossimo, all'inaugurazione dell'anno accademico. Una cinquantina di aderenti alla "Rete di autoformazione" è entrata nell'aula del Senato accademico per portarvi una protesta sentita collettivamento dal corpo studentesco e docente.
Con questa iniziativa gli studenti della Rete per l’autoformazione denunciano il clima di militarizzazione che si vive in questi giorni a La Sapienza e vogliono garanzie e risposte chiare sulla possibilità di poter manifestare liberamente il proprio dissenso giovedì mattina in occasione della visita del Papa.
Dall'incontro con il Rettore, gli studenti hanno ottenuto uno spazio per manifestare contro la visita di Benedetto XVI. La manifestazione potrà iniziare alle 9 del mattino e lo spazio è quello tra piazzale della Minerva e la facoltà di Lettere.

per info: www.infoaut.org



Comunicati della Rete per l'Autoformazione di Roma:
1. La Sapienza ostaggio del Papa - 14 gennaio
2. Occupato il rettorato - 15 gennaio
3. Intollerante è chi non accetta il dissenso! - 15 gennaio
4. Riprendiamoci l'università - 16 gennaio

Ascolta/scarica l'intervista con Vanessa
della Rete per l'Autoformazione





Il Papa non entra! Festa alla Sapienza!

La visita di Joseph Ratzinger all’Università La Sapienza di Roma è stata annullata per una decisione del Vaticano, a causa delle proteste annunciate contro la sua presenza e di quelle che già in questi giorni hanno attraversato l’ateneo romano. Le reazioni del mondo politico sono state ancora una volta caratterizzate dalla totale unanimità: da destra a sinistra, dal governo all’opposizione, da Rifondazione Comunista ad Alleanza Nazionale, tutti i politici hanno espresso rimpianto e disapprovazione. Anche il mondo giornalistico si è mostrato ancora una volta compatto, con poche eccezioni, e allineato sulle posizioni della politica del Vaticano e dei partiti, sempre più lontana dalla società italiana e dalle contraddizioni da cui essa è attraversata.
La società italiana del terzo millennio è sempre più attraversata da pratiche e costumi sociali che esprimono indifferenza ai dogmi, scetticismo, relativismo culturale. La popolazione diserta da decenni le chiese, dove le funzioni religiose sono celebrate ormai soltanto ad uso di poche persone anziane, mentre i luoghi di culto sono valorizzati dalla stragrande maggioranza delle persone solamente come beni architettonici ed opere d’arte. Anche coloro che si dicono cristiani lo fanno per lo più senza conoscere le basi dottrinali di quella religione, e i fedeli del 2008 intrattengono relazioni sessuali fuori dal matrimonio, usano gli anticoncezionali, non pregano e non frequentano le funzioni religiose. Il dirsi cattolici è oggi semmai per alcuni un modo per distinguersi da altre popolazioni e culture, da chi è straniero, da chi viene percepito nella nostra società come diverso o nemico.
Anche se oggi è di gran moda, nella politica e nel giornalismo nostrani, additare la secolarizzazione come una catastrofe storica, occorre ricordare che questo fenomeno è il risultato epocale di lotte, conflitti e rivoluzioni politiche, sociali e culturali. Chi vede le contestazioni al papa come gesti di intolleranza non ricorda che la Chiesa cattolica ha perseguitato per secoli le più elementari libertà personali, ha impedito il libero pensiero, ha bruciato sul rogo le donne accusate di essere streghe, i filosofi e gli scienziati che intendevano indagare i misteri della natura in modo indipendente, le minoranze religiose e politiche, gli omosessuali, fino all’alleanza politica della Chiesa con il fascismo e il nazismo – e con mille altre dittature fasciste in tutto il mondo –, e alle sue responsabilità rispetto allo sterminio degli ebrei. L’Europa ha patito per millenni le conseguenza nefaste del potere culturale e temporale di un’istituzione che oggi come allora pretende di essere depositaria di una verità assoluta e insindacabile, come mostrano i continui attacchi del pontefice al diritto all’aborto, alla pratica del divorzio, alle relazioni omosessuali, all’uso degli anticoncezionali, alla ricerca scientifica e medica sulle cellule staminali e alla procrezione assistita.
La Chiesa continua ad essere nemica delle donne, dei giovani, di chi vuole praticare scelte libere e autonome, e non brucia più nessuno sui roghi soltanto perché, nei secoli, i movimenti sociali e gli stati nazionali laici ne hanno ridotto notevolmente – spesso anche con le cannonate – il potere politico, che resta tuttavia asfissiante e contro il quale è ancora molto importante mettere in campo pratiche politiche, scientifiche e culturali di resistenza.
In questo senso siamo solidali con gli studenti, i ricercatori e i docenti che hanno protestato contro la visita del papa, ottenendo infine il risultato dell’annullamento della sua visita. Quello universitario è un mondo che, pur nei suoi limiti e nelle sue insufficienze, porta avanti ricerche scientifiche che sono possibili solo in virtù del rifiuto del principio fondante di ogni chiesa e di ogni religione, ossia che esista un punto di vista superiore a quello umano, di fronte al quale saremmo tenuti a mostrare sottomissione intellettuale e obbedienza dottrinale. Le pratiche di vita di noi studenti infine, tutte improntate alla varietà delle opinioni e dei comportamenti, alla libertà delle pratiche sessuali e alla critica dei poteri che pretendono di fondarsi su dottrine inconfutabili, sono già di per sé terreno di contraddizione con l’oscurantismo e l’arroganza che contraddistinguono i comportamenti e il pensiero di un uomo come Joseph Ratzinger.

Collettivo Universitario Autonomo


[Polemica sui ricercatori precari] L'università baronale e la cooptazione degli aspiranti ricercatori

Published on 01:59, 01/08,2008


Italia, Dicembre 2007 - Da qualche settimana circola veloce una polemica nel mondo dei ricercatori. Polemica perché così è stata letta da coloro che si sono sentiti tirare in ballo. Il 12 dicembre il quotidiano Il Manifesto ha pubblicato una lettera (in forma ridotta per esigenze di spazio, InfoAut la pubblica per esteso) a firma di Giulio Palermo, ricercatore di economia politica presso l'università di Brescia, studioso che non ha rinunciato alla sua criticità e che è riuscito a veder confermato il suo ruolo solo tramite un ricorso al Tar. Giulio ha, per ultimo, partecipato alla due giorni "Per un'università critica" all'interno della festa di Radio Onda d'Urto, dove ha presentato il suo libro "Il mito del mercato globale. Critica delle teorie neoliberiste" (testo scaricabile in pdf dal suo sito).

La lettera su Il Manifesto è una provocazione, ma anche una costatazione di una realtà che assiste alla riproduzione della cultura dominante tramite il giogo degli attempati meccanismi di entrata nel "sistema università". Le critiche fatte sono dure e esplicite, si prende il problema alla radice, mettendo in discussione addirittura la denominazione stessa della categoria ricercatori precari:

"Voi non siete né ricercatori, né precari. Non siete ricercatori perché a questa funzione, in Italia, si accede per concorso, e voi questo concorso (truccato) non l'avete ancora vinto. Non siete nemmeno precari perché la precarietà significa innanzitutto un rapporto di dipendenza dalle forze impersonali del mercato, che in voi non esiste", arrivando a designare una nuova definifizione: "aspiranti ricercatori in corso di cooptazione".

L' inoppugnabile regole-base della cooptazione viene messa a nudo: l'obbedienza al referente, al barone di turno, è la fonte da cui il sistema trova la forza per riprodursi, per conservarsi, qualunque sia il colore del governo in carica. La critica mossa è politica, non personale come l'irrazionalità e il qualunquismo dei commenti presenti sul blog della Rete Nazionale Ricercatori Precari vorrebbero far credere. Si analizza e critica il soggetto "ricercatori precari" innanzitutto per la rottura che questi non fanno nei confronti del sistema, contribuendo quindi a conservarlo, ma anche per la limitatezza della loro azione politica, fatta di speranze legate alle promesse di questo o quell'altro politicante in carriera, di denunce portatrici di richieste di supposta trasparenza, di vittimismo fino a sé stesso. Ovviamente non bisogna dimenticare come il mondo dei ricercatori precari sia estremamente eterogeneo al suo interno, probabile causa prima di un discorso politico che non riesce ad uscire dal semplice sindacalismo. Quello che Giulio configura è un soggetto chiuso, capace di guardare nel suo solo orticello, incapace di rompere la schiavitù baronale/personale a cui sono sottoposti e di sviluppare un pensiero critico rispetto alle proprie condizioni e ai mutamenti di ciò che li circonda.

Desideri di salire in cattedra, come traspare dall'intervista realizzata con Giulio Palermo, non ve ne sono: le valutazioni espresse non hanno l'arroganza di indicare una via o di attaccare una categoria perché insidiosa, tutt'altro, vogliono provocare e portare ad una discussione, ad una presa di coscienza che manca, senza la quale una qualsiasi lotta politica è destinata a fallire.

Infatti viene fatto un passo in più:

"Le vere vittime sono invece quegli uomini e quelle donne che sono respinte dal sistema cooptativo, quelli che non accettano i compromessi intellettuali cui vi piegate voi e, per questo, non riescono nemmeno ad ottenere la posizione precaria di cui vi lamentate tanto. E poi, ovviamente, ci sono gli studenti, che pagano il conto della dequalificazione di questo sistema, che passa innanzi tutto per la dequalificazione vostra (e dei baroni che vi hanno preceduto nella scalata accademica) e per la vostra incapacità di costruirvi un percorso scientifico autonomo e critico".

Giulio focalizza su due aspetti spesso sorvolati: chi dissente, chi mantiene e difende la sua autonomia e criticità viene escluso, marginalizzato da un "sistema università" che necessita più di soldati che di teste pensanti; il riconoscimento dell'esistenza di un movimento studentesco vivo ed attivo nelle università, "che lotta contro la mancanza di percorsi critici nell'università, che contesta i contenuti e i metodi degli insegnamenti e che si oppone alla mercificazione dell'università e alle sue funzioni di indottrinamento e controllo sociale". La superficialità con cui di frequente questo binomio è stato trattato è palese: il pensiero indipendente proveniente dagli sporadici casi di ribellione al baronato universitario viene etichettato molto spesso con la follia, con la denigrazione (come questo caso dimostra); e dall'altro lato l'interesse ad un lavoro comune con il movimento universitario è soventemente venuto meno, con responsabilità e limiti di entrambi, nonostante i collettivi universitari siano sempre stati capaci di costruire opposizione, con risultati alterni, alimentando il dibattito e creando conflitto, quindi opponendosi senza mediazioni al vigente sistema universitario e costruendo spazi di contropotere (e contro-sapere) nelle università.

La lettera di Giulio Palermo su Il Manifesto termina con una speranza, una proposta da cui (ri)partire, nonostante la durezza e la radicalità del suo intervento: rompere le regole della cooptazione, prendere coscienza dell'enorme potenziale che detiene la funzione sociale dei ricercatori, recuperando un'autonomia di pensiero e lavorando con il movimento studentesco; per opporsi alla vero nemico di una pratica critica e libera, la classe baronale, altrimenti "un altro mondo è possibile ma ci sarà la stessa università"..

Il sasso è stato lanciato, con coraggio, ora tocca innanzitutto ai ricercatori, ma anche ai collettivi universitari, rispondere alla questione posta, aprendo una discussione non volta alla difesa del proprio, ma all'attacco di un sistema venduto alla mercificazione del sapere ed alla conservazione dei privilegi di pochi.

Ascolta l'intervista a Giulio Palermo
(a cura di Parole Ribelli)

[settimanale di controinformazione sul/dall'università del Collettivo Universitario Autonomo di Torino;
in onda ogni giovedì dalla 14 alle 16 sulle frequenze di Radio Blackout]

Il botta e risposta avvenuto sulle pagine culturali de Il Manifesto:

>> La lettera di Giulio Palermo

>> Leggi la versione integrale della lettera di Giulio Palermo a Il Manifesto
>> La risposta dei ricercatori e degli assegnisti precari de La Sapienza

vedi anche:

>> sito di Giulio Palermo

>> blog della Rete Nazionale Ricercatori Precari



l'articolo sul portale d'informazione antagonista InfoAut
per info: www.infoaut.org - www.uniriot.org


Un no che è una barricata, una barricata che difende il futuro

Published on 18:00, 01/07,2008



In questi giorni stiamo assistendo alla lotta delle comunità campane con estrema attenzione. Forme di lotta sorelle delle lotte resistenti della Val di Susa, di Vicenza e di mille altri paesi dove è la lotta popolare a parlare il linguaggio della politica. Ma anche ad incisivi momenti di lotta metropolitana incontrollabile, non etichettabile, “banlieusard” verrebbe da dire, metropolitana tradurremmo.

La vicenda napoletana traduce chiaramente il vero dramma della politica istituzionale, la gestione di un sistema marcio molto più a fondo dei rifiuti di cui si parla, incapace di gestire, di trovare alternative,di organizzare null’altro che l’emergenza e l’insicurezza. Non ci sono schieramenti se non di comodo, centro-destra o centro-sinistra si dimostrano la stessa monnezza, politica, economica e sociale. Ci troviamo di fronte ad un coro che si alza a gran voce, che richiama la camorra ad attore protagonista della vicenda rifiuti, dell’organizzazione della protesta e gestore della crisi rifiuti. Ma per piacere! Se la camorra avesse il potere di gestire momenti di conflittualità sociale così estesi, così massificati e così incisivi lo farebbe più spesso, in un altro modo, si organizzerebbe una volta per tutte per prendere il controllo di tutto il potere sul territorio. E’ fastidioso e ripugnante sentire questa lezione in continuazione sulla criminalità organizzata ormai paravento per ogni causa e nemico numero uno, soprattutto delle sinistre. Discorsi infimi e falsi da ogni punto di vista li si guardi. La camorra, la mafia la ‘ndrangheta vivono e si riproducono insieme al potere politico ed economico, ne sono un asse portante, sono ossigeno uno dell’altro. Sono due forme statuali che si autoalimentano marciando a braccetto, questa e la verità. Fare campagne per la legalità sulla pelle dei morti esautorando il potere politico istituzionale dalle cause è opera vera di marketing, per le mafie e per la politica. La situazione napoletana dimostra il fallimento della politica dei vari Bassolino, Jervolino e dei governi che si sono alternati. Lì sono le colpe della situazione, e se dobbiamo tirare dentro qualcuno tiriamoci dentro le lobby degli inceneritori, dei gestori dell’energia, i palazzinari, i Romiti , l’Impregilio. Tutti soggetti che alla camorra da tempo versando liquidità mantenendo la situazione dei rifiuti nello stato in cui versa da decenni. E’il connubio tra i poteri il vero problema. Poi si sa, oggi più che mai è in questi momenti che gli imprenditori del disastro sguazzano, pronti a costruire o ricostruire, a incenerire o a nuclearizzare, ma di sicuro ad incassare.

E’ inammissibile che oggi qualcuno venga ad accusare le popolazioni in lotta come causa della situazione. Non ne sono né effetto né causa, ne sono finalmente antagoniste. Da tempo serviva questa scossa, serviva una sollevazione popolare che difendesse la salute e il territorio, e che attaccasse i responsabili del disastro direttamente. Pensate, i politici da 15000 euro al mese chiedono ai cittadini di Pianura responsabilità, ragionevolezza e, come sempre, lo chiedono dalle loro scrivanie, dopo aver inviato plotoni di polizie...
Ragionevolezza… se no siete camorristi!
Ma come mai, in questi anni, la Campania è sempre stata commissariata? Come mai non è mai stato messo in atto un programma che inverte la tendenza mettendo in atto raccolte differenziate, riciclaggio ecc…Sarà colpa della Camorra? Forse, ma di sicuro la Camorra da sola non agisce, la lista delle colpe è lunga e la camorra sta in altre liste per quello che riguardano le sue colpe. In questo caso la responsabilità va cercata nella cordata politico-istituzionale: i commissari straordinari, i sindaci, i presidenti della Regione e della Provincia, i ministri e i capi di stato; sono loro i responsabili.

Le popolazioni oggi, condannate da tempo a vivere il degrado con l’immondizia ovunque e una cronica la rinuncia alla salute, semplicemente non ci stanno più; e si ribellano!
Ora basta, basta sopportare, e poi cosa hanno come prospettiva, la riapertura di discariche colme da tempo e se gli andrà bene tre begli inceneritori che completeranno l’opera di diffusione di malattie mortali che i rifiuti a cielo aperto non hanno ancora fatto. Un futuro di disgrazie e di tumori, e quindi basta, come è doveroso e giusto. Dopo la Valle di Susa tutto è possibile, un senso di rivincita aleggia tra chi ha sempre pensato che “tanto non serve a niente” “e una cosa più grande di noi”, “tanto hanno già deciso”, l’eterno ritornello della rassegnazione.
No, oggi è il no a dimostrare, è la barricata, è il presidio, è il blocco. E’ la sana lotta popolare a parlar chiaro. E il conflitto, barbaro, indecifrabile ma determinato, che fa tremare i signori del nulla.

A Napoli la situazione acquista poi delle caratteristiche tutte proprie, di giorno sembra di rivedere i presidi della valle di Susa, di notte la lotta si estende alla partecipazione allo scontro di giovani espulsi dalla società della bella politica, espulsi dai cicli di produzione, inclassificati dai programmi elettorali. Soggetti di un conflitto basato sul rifiuto, sulla rottura, fuori dagli schemi politici. Assaltano sedi di partito, respingono polizia e carabinieri, alzano barricate e attuano blocchi stradali, chiudono i quartieri e si muovono rapidi, si sciolgono e riappaiono nel momento dello scontro. E’ guerriglia metropolitana, simile ai momenti di scontro di piazza, ma distante dalle logiche che oggi purtroppo conosciamo, è incisiva ed immediata e attacca con metodo i simboli e i responsabili, dimostrando nei risultati, un’anti-istuzionalità radicale e ben definita. E’ spontanea ma trova in forme di autorganizzazione sociale la sua espressione e il suo potenziamento. Saranno classificati camorristi, ma sono i giovani dei quartieri e degli stadi, e in questa lotta riversano quell’incompatibilità che non può essere fermata da una carica della polizia, che non indietreggia, che innalza barricate per difendersi sì, ma per conquistarsi un diritto al futuro, un altro futuro, non sicuramente quello già scritto per loro.

Network Antagonista Torinese
Csoa Askatasuna – Csa Murazzi – Collettivo Universitario Autonomo


[No alla discarica] Scontri con la polizia, blocchi. Pianura resiste

Published on 03:21, 01/04,2008



Pianura resiste.
"No alle discariche: nè a Pianura, nè altrove".
Scontri con la polizia, incendi, blocchi stradali e ferroviari.
Segui la lotta contro la discarica nel quartiere napoletano di Pianura su www.infoaut.org.


[Assemblea Permanente Studenti Precari] Contro-inaugurazione dell'anno accademico: occupata la presidenza di lettere!

Published on 23:50, 12/05,2007

ASSEMBLEA PERMANENTE STUDENTI PRECARI
COMUNICATO STAMPA
 


Oggi cinque dicembre l'assemblea permanente studenti-precari ha occupato, interropendone i lavori, la presidenza della facoltà di lettere.
Verso le undici una cinquantina di studentesse e studenti sono entrati negli uffici della presidenza impossessandosi delle macchine fotocopiatrici e mettendole gratuitamente a disposizione di tutti. Nel frattempo una serie di interventi nelle aule dell'università ha interrotto il regolare svolgimento delle lezioni per invitare i presenti alla partecipazione. Prontamente un numero cospicuo di studenti ha risposto all'appello invadendo le aule della presidenza e fotocopiando i libri di testo.

Questa iniziativa si inserisce in un percorso di lotte volte a dar voce alle esigenze e alle istanze degli studenti-precari. Si tratta di un primo passo nel senso di una generale riaffermazione delle esigenze immediate e dei bisogni che gravano sulla quotidianità degli student* e che l'università persiste sempre più a voler disconoscere. Il caro studi, l'aumento sproporzionato delle tasse ed un impiego dei fondi universitari totalmente slegato dalle necessità diffuse tra gli studenti, congiunte ad una situazione lavorativa che precarizza ulteriormente le nostre condizioni, non possono più essere accettate supinamente.



CONTROINAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO


Lunedì scorso l'Università di Torino si è fatta ancora una volta vetrina: l'inizio dell'anno accademico è una delle occasioni in cui il bel volto dell'università, fatto di baroni, aule magne scintillanti e retorica della competitività viene messo in mostra e celebrato.
Ma dietro a questa vetrina esiste un mondo del quale iniziative come quella di lunedì preferiscono tacere. L'università che si fa azienda non è infatti in grado di fornire ai soggetti che la rendono viva e ne fanno la ricchezza nessun servizio all'altezza della situazione: nessun discorso viene fatto sulla condizione di studentesse e studenti costretti a venire sfruttati in un qualche call center di turno per pagarsi le tasse universitarie e l'affitto, i libri di testo e i pasti quotidiani. Nessuna parola viene spesa per spiegare agli studenti in che modo l'università di Torino intende utilizzare i soldi che ogni anno arrivano abbondanti nelle sue casse. Sembra che ciò che conta non sia altro che la celebrazione dell'università come luogo della produzione, senza alcun riguardo per i soggetti che la rendono tale.
Per opporsi a questa situazione una serie di gruppi e collettivi universitari si sono riuniti nell'assemblea degli studenti precari: dopo l'azione dimostrativa all'Infopoint universitario di via Po del mese scorso, oggi abbiamo deciso di prenderci l'atrio di Palazzo Nuovo per dimostrare come le studentesse e gli studenti non restano passivi di fronte a processi decisionali che continuamente li scavalcano e ne ignorano i bisogni reali. Si tratta oggi di riappropriarsi degli spazi dell'Università e di rivendicare con forza i nostri bisogni e i nostri desideri: contro la proprietà privata del sapere, contro le spese insostenibili, per un reale accesso alla conoscenza e alla possibilità di gestire autonomamente i propri studi. Contro il ricatto di chi vuole imporci una vita miserabile, fatta di rinunce e sacrifici, con la promessa che un giorno, forse, anche noi potremmo essere parte della vetrina scintillante e dimenticare l'oscuro retrobottega nel quale oggi siamo confinati, rivendichiamo con forza che

L'UNIVERSITA' E' DEGLI STUDENTI!

ASSEMBLEA PERMANENTE STUDENTI PRECARI


[24 novembre - piazza Esedra - Roma] Corteo contro la violenza sulle donne

Published on 21:57, 11/23,2007


Il 24 novembre si terrà a Roma la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne. Una scadenza che va ad assumere una grossa importanza sia per la denuncia che intende portare in piazza sia perché va ad inserirsi in un clima di forte strumentalizzazione politica e mediatica. Ci troviamo infatti all’interno di un sistema generalizzato e diffuso che vive e si nutre di “violenza sulle donne”.
I media sbandierano i casi più eclatanti e tenaci di violenza alle donne da parte degli immigrati da un lato per far emergere il sempre ben accetto “problema sicurezza”, dall’altro soprattutto negli ultimi anni per porre la cultura occidentale al di sopra delle altre, elogiando il grado di “libertà” che da noi le donne vivono.
Purtroppo è ben risaputo il ruolo che la donna è costretta a vivere e subire ovunque nel mondo, anche in quei paesi dove i movimento delle donne hanno portato ad effettivi cambiamenti.
Vogliono farci credere, o anche solo far vedere, che la violenza sulle donne è esclusivamente di tipo sessuale e da attribuire nella maggioranza dei casi a cittadini extracomunitari.
Forse perché la violenza di un maschio bianco non sta sullo stesso piano della violenza di un maschio nero africano o asiatico.
In realtà basterebbe osservare le più recenti statistiche per avere un quadro significativo della situazione; sono dati che non vanno letti come semplici cifre, questi numeri sono importanti perché sono donne:
- ogni giorno 7 donne in Italia sono vittima di violenza sessuale.
- solo il 3,5% delle violenze avviene fuori casa.
- solo nell’8,6% dei casi la violenza sessuale viene praticata in un luogo pubblico. Più spesso gli stupri avvengono nella propria abitazione (31,2%), in automobile (24,4%) o nella casa dell’aggressore (10%).
Da tali dati si evince che nella stragrande maggioranza dei casi l’aggressore è una persona ben conosciuta dalla vittima, che può essere il marito o il convivente (20,2% dei casi), un amico (23,8%), il fidanzato (17,4%), un conoscente (12,3%); solo il 3,5% dei violentatori non ha mai visto la sua vittima prima dello stupro.
Successivi dati confutano la tesi per cui questo tipo di violenze possano essere ricondotte a problemi di forte disagio socio-economico o psicologico.
Mettere continuamente l’accento sull’entità del problema, non significa cadere nella ripetitività, ridondanza o relegare il problema a questioni statistiche; vale la pena porre sistematicamente la questione in risalto, perché la prima causa di morte delle donne nel mondo è proprio la violenza, fisica o sessuale. Vale la pena continuare ad interrogarsi, confrontarsi sul problema, porre le dinamiche uomo-donna come centrali per una reale crescita della società e degli individui, per non permettere che la voce più forte sia quella dei politici e dei mass media, con le loro strumentalizzazioni.
L’esempio più eloquente è recente. E’ di poche settimane fa le decisione del governo di promuovere un decreto espulsioni; intervento d’emergenza a seguito del dibattito scatenatosi intorno ad una brutale violenza eseguita da un rom su una sua connazionale. La denuncia del fatto ha portato poi allo sgombero del campo nomadi in cui viveva la stessa donna rom.
Pensare di poter arginare il problema della violenza maschile sulla donna con un decreto che favorisca l’espulsione dei migranti farebbe quasi ridere se non ci trovassimo in un contesto drammatico.
Significa non voler affrontare il problema, strumentalizzare la questione e ricondurla ad un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico. Significa dare spazio agli sfoghi razzisti e legittimarli, fornire alle destre nuovi spunti per la loro propaganda xenofoba, ma significa soprattutto ignorare che le violenze di cui sono continuamente vittime le donne non hanno nulla a che fare con l’etnia dell’aggressore, la sua cultura, religione o classe sociale.
L’elemento primario da tenere in conto è che il 90% delle violenze avviene tra le mura di casa, all’interno dell’istituto familiare, venerato a destra e a sinistra come baluardo di civiltà imprescindibile.
Il problema va quindi ricondotto al contesto socio-culturale di stampo patriarcale in cui ci ritroviamo, che da sempre pone l’uomo in una posizione di forza e vantaggio maggiori rispetto alla donna, la quale,se non si decide di intraprendere un percorso di ribaltamento dei ruoli, rischia di rimanere relegata al ruolo di vittima. Vittima anche al di fuori del contesto domestico; la stessa difficoltà che la donna trova nell’emanciparsi dalla famiglia la ritrova anche fuori, sotto diverse forme, ad esempio nel mondo del lavoro, quando non le verrà riconosciuta la libertà di essere madre (il datore di lavoro in molti casi tende a non assumere giovani donne a causa di una loro possibile maternità…che costa!). Anche questa è violenza.
Come è violenza la continua ingerenza della chiesa sui temi riguardanti il corpo delle donne e le tematiche sessuali, vedi l’aborto, l’omosessualità, i dico, la procreazione medicalmente assistita, ecc., tutto ciò affiancato ad una continua difesa del modello di famiglia tradizionale, ormai in evidente crisi.
Quanto ai media, essi contribuiscono a perpetuare lo stereotipo di una donna “oggetto”, nel senso che viene utilizzata in tutti i programmi semplicemente come corpo su cui i telespettatori maschi possano sbavare e far alzare l’audience.
Donne che ammiccano e che nell’uomo generano l’idea che una donna non possa e non voglia rifiutare le attenzioni maschili.
Questo porta l’uomo a pensare che può comprare il corpo femminile e se non ci riesce la frustrazione lo porterà alle solite considerazioni circa l’universo femminile.
E’ un circolo vizioso dove molte donne credono di aver trovato il paradiso ma che non fa altro che alimentare la loro dipendenza e sottomissione ad un sistema maschile/maschilista patriarcale che si regge sulla limitazione della libertà di scelta della donna.
Certo la colpa non può essere solo dei media. Che auspica diverse forme di (auto)organizzazione sociale non può prescindere dal prendere parte ad una lotta di liberazione che non può che liberare tutti. Il capitalismo vive di maschilismo ed è sicuramente una lotta che vale la pena di essere combattuta. Non basta certo condannare i casi più eclatanti per sviare le contraddizioni in cui tutti i compagni maschi sono più o meno immersi.
Persistono infatti atteggiamenti reazionari quando non di aperta ostilità nei confronti delle libere scelte di donne e compagne che fanno fare diversi passi indietro ad un movimento che dice di voler cambiare le cose.
La violenza sulle donne è un problema su cui dovrebbero riflettere anche i maschi che rifiutano di sentirsi parte in causa.
Ed è proprio la questione maschile che nell’avvicinarsi alla scadenza del 24 ha fatto da protagonista in molti dibattiti tra compagne, donne e femministe.
Le assemblee tenutesi a Roma in preparazione della manifestazione sulla violenza maschile contro le donne hanno prodotto la scelta che si trattasse di un appuntamento “di donne e per donne”, partendo dalla lettura che ci fosse una forte esigenza di un protagonismo al femminile. Si tratta di lanciare il messaggio che devono essere le donne stesse, in primis, a denunciare il fenomeno della violenza maschile, a prendere coscienza della loro forza e delle proprie possibilità, con rabbia e rivendicando un percorso di autodeterminazione.
Dall’altro lato ci sono state donne, tra cui le compagne torinesi di Facciamo Breccia, che hanno voluto portare un’altra posizione, che non va letta in contrapposizione alla scelta fatta dal coordinamento organizzatore, bensì come riflessione aggiuntiva, come un ulteriore contributo. Donne che avrebbero preferito la possibilità di una partecipazione mista al corteo,in quanto un confronto uomo/donna su quello che ormai viene definito “femminicidio” è forse la strada migliore da intraprendere per ridiscutere i ruoli e le contraddizioni presenti in ognuno/a di noi e nei rapporti che viviamo.
Perché il confronto, più che l’esclusione, può portare ad una crescita individuale e collettiva e tocca al movimento, per primo, iniziare a ragionare su questa strada.

Ascolta/scarica l'intervista con Valentina di Facciamo Breccia - Torino [*]

Leggi la feature su InfoAut



Quello che segue è il documento prodotto dalle compagne di Facciamo Breccia di Torino:

A tutte le donne che stanno costruendo la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne

Dalla riunione di riflessione sulla manifestazione del 24/11 contro la violenza sulle donne a cui hanno partecipato alcune compagne di Askatasuna, Rosse Fuoco, Gabrio, Collettivo Mafalda, Collettivo Muntzer, Ladyfest, è uscita la seguente riflessione..

Siamo le donne di Facciamo Breccia Torino, alcune di noi fanno parte di collettivi femministi, altre di collettivi universitari e/o centri sociali, tutte ci riconosciamo nel movimento antagonista.
Seppure da oltre un anno lavoriamo insieme (molte di noi in altri ambiti da molto prima) sul tema della violenza di genere, non abbiamo potuto partecipare alle assemblee che ci sono state a Roma, e ce ne dispiace. Riconosciamo a chi ha partecipato, da Roma e dalle altre città, il merito di aver pensato la manifestazione, di aver messo a disposizione energie e tempo per costruirla, nel modo in cui le presenti hanno ritenuto efficace.
Non vogliamo quindi mettere in discussione le decisioni raggiunte e le disposizioni per la manifestazione, vorremmo semplicemente portare il nostro contributo, nell’auspicio che la discussione possa proseguire serenamente, nel reciproco rispetto e nel reciproco riconoscimento di percorsi e pratiche.
Abbiamo infatti molto condiviso l’appello che chiama le donne alla mobilitazione: siamo stufe della violenza sui corpi delle donne e siamo esasperate dalle strumentalizzazioni che ne fanno i media, servi dei politicanti di destra e di sinistra. Troviamo la situazione particolarmente odiosa perché da un lato ci designano come vittime e ci spingono a rinchiuderci nelle case, dall’altro ci usano a pretesto per provvedimenti di stampo repressivo che generano solo odio e paura. E sappiamo bene che l’odio e la paura conducono sempre alla violenza…

Vorremmo però riprendere la discussione sulle pratiche e riportare le nostre perplessità sulla decisione di fare una manifestazione chiusa agli uomini, discussione affrontabile anche, con calma, a corteo avvenuto, perché i toni che abbiamo letto sul blog e su molte mailing list (compresa quella interna di facciamo breccia) non ci sono piaciuti affatto: verso chi ha posto la questione molte hanno usato toni prescrittivi o giudicanti (“o così, o siete contro le donne”), o di rifiuto dell’argomento (“se discutete le pratiche, non vi interessa il contenuto”). Alcune, esasperate da ciò, hanno deciso di non partecipare, e di questo ci dispiace molto.
Come abbiamo scritto, alcune di noi appartengono ad un percorso femminista e si ritrovano in collettivi di sole donne, altre hanno partecipato in diverse occasioni a momenti di discussione non-misti e non-mista è stata la riunione che ha portato a scrivere questa lettera: non siamo quindi contrarie a prescindere a momenti “separati” tra donne e siamo anzi convinte che ben abbiano fatto, le donne, a porre con forza in determinati momenti, la necessità di pratiche separatiste.
Ma non ci sembra la pratica adatta a questa occasione.
E questo per alcune ragioni, che cercheremo di descrivere nel modo più chiaro possibile, partendo dalle nostre esperienze quotidiane.

La ragione forte è che siamo fermamente convinte che qualsiasi movimento di liberazione da un’oppressione, soprattutto in questa fase storica, abbia la necessità, oltre che di fondarsi sull’autorganizzazione, di essere in grado di costruire alleanze e sinergie. Lo crediamo fermamente come militanti antagoniste, lo crediamo fermamente anche “in quanto donne e in quanto femministe”: Anche per questo, abbiamo scelto, oltre al percorso “tra donne”, di fare parte di una realtà “mista” come Facciamo Breccia, tanto più che molte di noi fanno parte di centri sociali e/o collettivi misti. Ad esempio, quando discutiamo del diritto al matrimonio per gay e lesbiche, in Facciamo Breccia Torino, portiamo la nostra elaborazione di femministe sulla critica alla famiglia (compresi i dati sulla violenza in famiglia!). Quando abbiamo discusso nei luoghi misti di precarietà, abbiamo contribuito con la nostra analisi sul fatto che la precarietà della vita è innanzitutto femminile ed è un
ostacolo contro l’autodeterminazione, in particolare contro l’autodeterminazione delle giovani donne. Quando abbiamo discusso e agito sulle questioni legate ai/alle migranti, abbiamo imposto che si adottasse un punto di vista non solo maschile anche se la maggior parte dei migranti che si stava mobilitando e che stavamo intercettando era prevalentemente maschile, abbiamo segnalato i rischi di riferirsi alle autorità religiose (per esempio Imam) per relazionarsi con alcuni gruppi, ci siamo immaginate forme di relazione con le donne migranti, anche se spesso non abbiamo saputo metterle in pratica in maniera efficace.

La nostra collocazione, di femministe e di antagoniste, ci obbliga costantemente a mettere in relazione le cose e a ragionare sulla complessità e sulle contraddizioni. D'altra parte la violenza maschile contro le donne è in stretta relazione con la violenza esercitata sui soggetti considerati deboli, diversi, discostanti dalla norma.
Ci siamo chieste ad esempio: chissà che cosa avrebbe prodotto discutere della manifestazione del 24 non solo con le donne ma anche magari con le associazioni di migranti e con chi si occupa del tema, o con i/le rom (sono poche le migranti organizzate o che si espongono, e che vanno comunque valorizzate al massimo, ma molte di più sono le organizzazioni miste e quasi interamente maschili)? Magari sarebbe stato il momento per mettere insieme le rispettive analisi, per dire “ai migranti” (inteso ai gruppi di migranti organizzati, misti-a prevalenza maschile) che per noi femministe loro non sono gli stupratori, i violenti, i cattivi tout court, ma nel contempo per affrontare anche con loro un discorso di consapevolezza senza strumentalizzazioni razziste sulla questione della violenza maschile, col diritto reciproco a criticare atteggiamenti e posizioni.
In questo spirito di dialettica continua, noi ci siamo battute ed in parte abbiamo ottenuto, con mille limiti e debolezze, che le realtà miste di cui facciamo parte abbiano chiaro che il neutro-maschile che comprende tutti/e non esiste. L’abbiamo imposto discutendo in maniera accesa, a volte litigando, a volte, semplicemente, spiegandoci. Abbiamo incontrato resistenze, ma anche voglia di mettersi in discussione, e vorremmo poter lavorare su quest’ultima, invece che usare a pretesto l’ostilità e l’ignoranza di altri. Non vogliamo rinunciare alla dialettica pensando che i compagni con cui facciamo politica su moltissime cose tornino ad essere, in alcune occasioni, semplicemente, dei maschi, nel modo in cui la cultura dominante determina.

Non lo vogliamo fare perché noi abbiamo preteso che non ci considerassero, semplicemente, femmine, nel modo in cui la cultura dominante determina.
Non pensiamo che la manifestazione del 24 avrebbe avuto una grossa partecipazione maschile, in ogni caso. Sappiamo che pochi sarebbero stati coloro che avrebbero fatto lo sforzo di venire ad un corteo a Roma su un tema che non è (ancora) così popolare e mobilitante. Ma tanto più per questo motivo non vorremmo far passare il messaggio che la violenza sulle donne sia “una questione di donne”. Ci pare poco efficace dire ai nostri compagni di politica mista che sfruttino quel momento senza donne per riflettere di quanto loro maschi siano violenti, di come loro maschi possano immaginarsi di risolvere i problemi. Ci pare più probabile che pensino che di cose da fare ce ne sono tante, e che finalmente hanno un sabato libero….

Non vorremmo proprio poi che uomini e donne discutessero della questione in separata sede, le une guardando in cagnesco, gli altri con un misto di timore reverenziale e rispetto, oppure indifferenza, oppure ostilità: siamo noi che subiamo la violenza maschile, e quindi vorremmo mantenere noi l’iniziativa sul tema, in un contesto di scambio e crescita per tutti e tutte. E crediamo che l’iniziativa non si mantiene escludendo, ma sapendo cogliere e accogliere le contraddizioni in seno alla controparte..
Sappiamo e siamo consapevoli che aprire la manifestazione alla partecipazione maschile avrebbe potuto causare problemi di strumentalizzazione. Ma crediamo anche che i rischi di strumentalizzazione vadano risolti con la forza dei contenuti, non con le esclusioni.
Dobbiamo lasciare spazio alla dialettica ogni volta che se ne presenta l’occasione, dobbiamo avere fiducia nella nostra (di donne) capacità di imporci, proporre, gestire.
Speriamo che le nostre righe siano lo spunto di una discussione serena, perché crediamo che il movimento femminista, o le donne, come meglio credete, abbia(no) la necessità di discutere di sé e delle proprie pratiche.

Noi verremo a Roma il 24 e speriamo di portarci molte donne. A Torino ci sono state diverse riunioni cittadine e lunedì 19 c’è stata una grossa assemblea. Con altre, stiamo organizzando i treni, abbiamo attacchinato, volantinato e fatto banchetti in università…. Insomma, ci stiamo impegnando un bel po’, ci interroghiamo da sempre su come raggiungere le donne nella maniera più efficace, quindi ci spiacerebbe sentire come argomentazione semplicemente la necessità del protagonismo femminile, perché ne siamo fortemente convinte. Crediamo semplicemente che una manifestazione separata non sia il mezzo migliore per affrontare il tema della violenza contro le donne.
Sappiamo che nazionalmente il coordinamento Facciamo Breccia ha prodotto due documenti di adesione alla manifestazione del 24 novembre, una come compagne e una come compagni: le accogliamo con rispetto, ma ci prendiamo il diritto di dire anche la nostra posizione locale.

Ci vediamo presto.
Le compagne di Facciamo Breccia Torino




per info: www.controviolenzadonne.org - www.infoaut.org


Parigi: scontri alla Sorbona tra grevisti in picchettaggio e polizia

Published on 16:24, 11/23,2007


Continua ad amplificarsi e a radicalizzarsi la mobilitazione degli studenti francesi contro la LRU (legge sulle Libertà e sulle Responsabilità delle Università) della ministra Pècresse approvata ad agosto. Nonostante si cerchi in tutti i modi di sminuire il movimento, non parlandone o dando voce solo all'UNEF (sta diventando ogni giorno più imbarazzante il silenzio di stampa e telegiornali), ad oggi si contano una cinquantina di università (su 84 in tutta la Francia) toccate dalla mobilitazione, di cui una trentina sono completamente bloccate o in occupazione. I continui sgomberi (ieri, ad esempio, sono state sgomberate manu militari l'università di Rennes II e a Parigi il sito di Clignancourt-Paris IV-) e le chiusure amministrative dei Presidi delle Università non stano assolutamente scalfendo il movimento, che anzi, da qualche giorno, ha preso nuovo vigore per l'ingresso massiccio degli studenti medi.

Ieri, giovedì 22 novembre, un corteo di più di 10000 studenti ha attraversato Parigi e altre manifestazione si sono svolte a Rouen, Rennes, Montpellier, Bordeaux, Caen, Lille, Toulouse, Le Mans, Strasbourg. A Parigi il corteo, aperto dagli studenti della Sorbonne e di Clignancourt, si è diretto al Ministero dell'Insegnamento Superiore e della Ricerca. Al termine della manifestazione, circa una quarantina di studenti sono stati prelevati dalle forze dell'ordine in rue Guy Lussac e nei pressi di Boulevard Port Royal, portati in questura e rilasciati in tarda serata dopo essere stati identificati. Questa mattina, invece, ci sono stati scontri davanti alla Sorbonne tra studenti grevisti che effettuavano un picchetto davanti all'ingresso e polizia. La decisione del rettorato è stata quella di chiuderla fino a lunedì mattina.

Ascolta/scarica la diretta da place de la Sorbonne con Isa,
corrispondente da Parigi per InfoAut [*]

Leggi il report introduttivo su InfoAut - su Cua-To



Pubblichiamo di seguito un nuovo appello dei compagni e delle compagne francesi, uscito dalla due giorni nazionale di Tours, e che i ragazzi di Megafono Rosso hanno ancora tradotto:

Appello del Coordinamento Nazionale
delle università di Tours

(17-18 novembre 2007)

Il movimento degli studenti continua a crescere: 28 università sono bloccate, e sempre più università sono toccate dal movimento. Interventi della polizia e arresti arbitrari hanno avuto luogo in parecchie città questa settimana. Li condanniamo fermamente. Ma Sarkozy ed i presidenti delle università potranno mandare contro di noi la polizia e la gendarmeria finché vorranno, ciò non c'impedirà di mobilitarci.

Continueremo lo sciopero fino al ritiro della legge Pécresse perché significa la privatizzazione dell'insegnamento superiore. L'introduzione di finanziamenti privati va a rinforzare le disuguaglianze tra università e permette un dominio dei padroni sul contenuto delle formazioni. L'università non è responsabile della disoccupazione, ed adattare l'università alle esigenze del "mondo del lavoro" non avvicinerà gli studenti all'impiego: la professionalizzazione è al contrario la più corta strada verso la dequalificazione e verso la precarietà. Rifiutiamo anche l'instaurazione di una pre-selezione all'entrata dell'università.

Per i presidenti rappresenta anche la possibilità di reclutare personale al di fuori dello statuto della funzione pubblica, e di gestirne la carriera. Rifiutiamo categoricamente la generalizzazione della concorrenza e della precarietà per il personale, così come il rafforzamento dei poteri delle presidenze e dei padroni in seno ai Consigli di amministrazione.

Questa riforma non è né emendabile, né negoziabile su piano né locale né nazionale.
Se ci battiamo per l'abrogazione della LRU, questo è perché ci battiamo per il diritto all'istruzione per tutti. Esigere l'abrogazione significa dunque lottare per un aumento massiccio del bilancio dell'insegnamento superiore, per un aumento massiccio degli aiuti sociali, per i veri diplomi nazionali riconosciuti nelle convenzioni collettive dunque, per l'uguaglianza tra Francesi e Stranieri nell'accesso agli studi.

La giornata del 14 novembre mostra che la contestazione sociale si allarga sempre più.
Lo sciopero dei ferrovieri e del RATP è partito per durare. I ferrovieri, i lavoratori del RATP e di EDF-GDF hanno ragione di lottare sulla domanda delle pensioni. La cosa riguarda anche noi, studenti, perché il governo ed il MEDEF vogliono aumentare la durata dei contributi da versare da parte dei lavoratori, a 41 addirittura 45 anni. Perché non vogliamo perdere la nostra vita a guadagnarla, sosteniamo la parola di ordine di 37,5 annualità di contributi per tutti a lato dei ferrovieri e dei lavoratori di EDF, di GDF, del RATP..

I lavoratori della funzione pubblica hanno ragione di mettersi in sciopero contro lo smantellamento dei servizi pubblici, contro le 22 000 soppressioni di posti di lavoro che fanno peggiorare le condizioni di studi dei liceali, e per l'aumento degli stipendi. Abbiamo bisogno di possibilità di lavoro nei servizi pubblici nelle università ma anche nelle scuole, negli ospedali. Per questo sosteniamo le rivendicazioni dei lavoratori del pubblico impiego: per le possibilità di lavoro, per la difesa dei servizi pubblici e l'aumento degli stipendi.

Sospendere i corsi è il solo mezzo affinché tutti gli studenti, particolarmente i borsisti, possano riunirsi e decidere insieme di mobilitarsi. Senza blocco, gli studenti non dispongono realmente di diritto di sciopero. Di fronte ai tentativi di fare riprendere i corsi tramite i referendum, riaffermiamo la sola legittimità delle Assemblee Generali per decidere delle prossime attività del movimento: è negli AG che le notizie, i differenti punti di vista possono essere scambiati e che gli studenti possono votare con cognizione di causa. Condanniamo anche le chiusure amministrative che mirano a dissuadere gli studenti dal recarsi sul loro luogo di studio e di mobilitarsi. Dato che il movimento andrà avanti, esigiamo che gli esami siano sportati di un mese, affinché tutti gli studenti possano fare valere i loro diritti senza essere penalizzati.

Il nostro movimento contribuisce ad indebolire Sarkozy ed i suoi ministri, ed è una buona cosa. Il loro progetto è di distruggere l'insieme delle esperienze sociali. Di fronte a questo progetto, questo è ciò che guadagneremo: dobbiamo costruire un movimento di insieme dei giovani e dei lavoratori per rispondere all'offensiva del governo.

Chiamiamo ad allargare e ad approfondire la mobilitazione per la generalizzazione degli AG e dei picchetti di scioperanti in tutte le università.
Chiamiamo i liceali ad organizzare degli AG, per preparare lo sciopero a partire dal 20, dovunque.
Faremo di tutto affinché la giornata di sciopero del 20 insieme ai lavoratori in lotta sia un successo.
Chiamiamo ad una giornata di sciopero e di manifestazione studenti e liceali il 22.
Proponiamo che studenti e ferrovieri, lavoratori in lotta di EDF, di GDF e del RATP si organizzino insieme il 21 novembre per pubblicizzare il loro sciopero nei confronti gli utenti e della popolazione.
Proponiamo una data di mobilitazione interprofessionale il 27 novembre agli altri settori in lotta. Appoggeremo ogni iniziativa proposta dai lavoratori in sciopero: la loro battaglia è anche la nostra.



per info: www.infoaut.org - paris.indymedia.org


[22 novembre - csoa Askatasuna - ore 20:30] Cena benefit Collettivo Universitario Autonomo

Published on 16:21, 11/20,2007


[Torino] Occupata una palazzina da 80 profughi di Darfur, Eritrea, Etiopia e Somalia

Published on 17:53, 11/18,2007


Dalle 17 di questo pomeriggio l'occupazione di una palazzina sita in via Bologna cerca di costruire una risposta dal basso alla condizione drammatica in cui versano un'ottantina di profughi provenienti dai territori martoriati di un Africa lontana quanto profondamente percorsa dai conflitti di una globalizzazione capitalista che - lì - si gioca all'ultimo sangue.
80 profughi di diversa provenienza etnica, religiosa e linguistica cercano da qualche settimana, di costruire insieme, tra 1000 difficoltà, un pezzo di battaglia comune per la propria dignità di essseri umani. Da oggi escono allo scoperto e lanciano la sfida di una convivenza possibile, aspettando una risposta dal Comune che poterbbe farsi attendere ancora per qualche tempo; spostando la propria condizione di invisibili nello spazio pubblico della visibilità sociale, e quindi politica.
La palazzina, un ex-caserma di vigili urbani, è già stata in passato teatro di precedenti occupazioni, sempre sgomberate dall'efficiente giunta Chiamparino. Oggi il sindaco di questa città, si trova di fronte a un'azione di lotta costruita collettivamente da un gruppo di profughi e migranti, quella che si configura come una risposta all'altezza delle politiche securitarie con cui, da un po' di anni, la politica istituzionale pensa di gestire e risolvere le profonde contraddizioni delle nostre metropoli.
L'occupazione è stata resa possibile grazie al sostegno attivo dei centri sociali Askatasuna e Gabrio, già costituitisi lo scorso anno in comitato di solidarietà con profughi e migranti assieme al Gruppo migranti e a molte individualità che hanno fatto propria questa battaglia.
Lo scorso autunno, una mobilitazione collettiva costruita da questi soggetti con 50 profughi del Darfur con l'allestimento di una tendopoli per una settimana davanti al Comune di Torino, aveva portato al'ottenimento di sistemazioni temporanee presso enti e associazioni del famigerato "terzo settore"; quest'anno centri sociali, profughi e migranti hanno pensato bene di fare da sé..

Leggi la notizia su InfoAut

Leggi il comunicato del csoa Askatasuna di qualche settimana fà su InfoAut





leggi/scarica la rassegna stampa locale



Qui di seguito il comunicato del Comitato di solidarietà con profughi e migranti di Torino:

Emergenza profughi

Darfur, Etiopia, Eritrea, Somalia: zone di guerra. Territori contesi dalle multinazionali e dalle grandi potenze che finanziano e armano le parti in conflitto.
Il Darfur è una regione africana posta tra il Sudan, il Ciad ed il Congo. L’Eritrea e l’Etiopia si trovano invece a sud del Sudan, la prima affacciata sul Mar Rosso, l’Etiopia confinante a est con l’Eritrea.
La maledizione del Darfur è la presenza di grosse quantità di petrolio nel sottosuolo che arricchisce le multinazionali ed affama la popolazione. Dal 2003 è in atto un sanguinoso conflitto tra le etnie del Darfur, armate dai mercanti europei ed americani. Le organizzazioni internazionali parlano di genocidio: quattrocentocinquantamila morti, due milioni di profughi, che provano a fuggire da un orrore indicibile.
La sfortuna elle popolazioni abitanti l’Etiopia e l’Eritrea consiste invece nell’essere ostaggio di governi dittatoriali impiegati da anni in un reciproco e sanguinoso conflitto, armato e finanziato dalle grosse potenze occidentali, un confitto che ha finora portato alle popolazioni di quei territori soltanto morte e distruzione. Non molto diversa la guerra civile che da più di un decennio insanguina la Somalia.

Donne, uomini e famiglie intere scappano da queste terre per sottrarsi ad un triste destino di mutilazioni e morte e spesso arrivano in Europa per cercare riparo. Qui gli viene accordato uno dei pochi diritti dei migranti che resiste: lo status di rifugiati politici. E vengono “accolti” nella nostra terra.
In questi ultimi mesi sono arrivati a Torino una cinquantina di profughi di Sudan e Darfur, scampati alla guerra e alla miseria più totale. E sono stati “accolti”: da settimane cercano riparo - vivendo in condizioni a dir poco disumane - in un capannone abbandonato alla periferia di Torino, senza porte né finestre, completamente immersi nell’immondizia. Vivendo senza generi di prima necessità, senza scarpe, senza coperte, raccogliendo l’acqua da una bialera poco distante dal loro accampamento. La situazione si aggrava di giorno in giorno, ed alcuni di loro si stanno ammalando per il freddo e per le condizioni igieniche.

La maggior parte di questo gruppo di profughi ha ottenuto l’asilo politico e quindi ci si sarebbe aspettato che le istituzioni si facessero carico della loro situazione, che li sostenessero nel trovare una casa e un lavoro, ma invece anche questa volta i politici locali hanno preferito far finta di non vedere, abbandonando queste persone al loro destino.
A fronte di un disinteresse totale delle istituzioni, abbiamo deciso di sostenere e supportare questa battaglia per i diritti dei profughi non solo aprendo una vertenza profonda circa la situazione drammatica dei richiedenti asilo; ma affrontando direttamente il problema, conquistando ciò che dovrebbe essere un diritto costituzionale, dando un sostegno reale a chi è costretto a vivere condizioni disumane.

Per queste ragioni abbiamo deciso di sostenere la scelta dei profughi a mobilitarsi per richiamare l’attenzione dei media e della popolazione locale. Per queste ragioni ancora abbiamo con loro deciso di riappropriarci di uno spazio non utilizzato per ribadire una volta in più che la casa non è un lusso ma un diritto di ognuno.

Chiediamo la solidarietà di tutta la cittadinanza per sostenere questa battaglia, dal fondamentale apporto di beni di prima necessità (coperte, alimenti, vestiti..) alla partecipazione attiva in questa lotta per i diritti.

Comitato di solidarietà con profughi e migranti




[Genova: 100000 in piazza!] Sei anni dopo la storia la facciamo ancora noi!

Published on 16:56, 11/18,2007


Il ritorno a Genova è visibile nella città di mare che nel 2001 fu teatro dei giorni di battaglia contro il G8. Il movimento torna a Genova a riannodare i fili della memoria, della pratica e della solidarietà. C'erano tutti, o almeno molti. C'era anche chi non c'era. Non c'era chi non è stato in grado neanche di formare una commissione d'inchiesta sui fatti del 2001, dopo averlo promesso, non gli serviva più nonostante la macelleria messicana ammessa dai dirigenti delle forze dell'ordine, nonostante Carlo, Bolzaneto e la Diaz. Non c'erano e meglio così.
C'era chi si riconosce in quel filo rosso di resistenza, solidarietà e lotta che lega il 2001 al passato e si proietta verso il futuro. C'era chi oggi dai propri presidi popolari detta l'agenda del movimento, lanciando forme popolari di lotta e comunità.
Il movimento è andato a Genova per dire basta a quel teatrino giudiziario che vuole comminare 225 anni di carcere a 25 imputati, e al contempo assolve le forze dell'ordine, propina la teoria dei calcinacci sull'uccisione di Carlo e guarda con rispetto a quei guardiani dell'esistente che, grazie alle promozioni ricevute, coprono ruoli più elevati. Tutti legati ad un filo nero che annoda le nefandezze, i soprusi, gli abusi e gli omicidi, di piazza e di strada, dei guardiani dell'impero.
Filo nero che i movimenti conoscono bene, e che oggi attraversa il senso comune, dopo l'ennesimo morto sparato da un agente. Non basteranno le decine di fiction sulle forze dell'ordine a cancellare il libro dell'infamia in cui sono scritte le vittime.
Tornati a Genova. Con la voglia di ri-andarci come nel luglio del 2001, con il cuore che batte a mille.
Ri-tornati a Genova oggi, perchè il movimento era lì ieri e nonostante tutto ci sartà domani, nonostante gli anni di carcere e le ingiustizie a dimostrare che ancora una volta, un altro mondo è possibile.

Leggi la feature su InfoAut



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La cronaca della giornata. A cura di InfoAut.

ore 9.15 - Pisa - Il treno speciale del sud è partito a Firenze, ma è impossibilitato di caricare le persone da Pisa in quanto colmo fino all’inverosimile. Allora i manifestanti a Pisa stanno trattando per prendere un treno interregionale delle 10.30 che va direttamente a Genova, ma Trenitalia è sempre molto rigida sugli sconti, ed è disposta a ridurre il prezzo solo di un misero mezzo euro.
Ascolta/scarica l'intervista curata da Radio Onda D'Urto [*]

ore 12.45 - Milano - Ci sono stati alcuni problemi anche a Milano dove Trenitalia ha mantenuto il solito approccio strafottente, proponendo sconti ridicoli ai compagni che fin dalla mattina presto avevano affollato la hall della Stazione Centrale. Questo di fronte a più di mille persone.. Il treno è ora pieno e dovrebbe partire da un momento all'altro ma ha dovuto essere conquistato dalla determinazione dei presenti che hanno fatto blocco e sfondato un cordone di polizia per ri-appropriarsi del diritto alla mobilità.
Ascolta/scarica l'intervista con Teo di Asso [*]

ore 13.15 - Torino - Quasi arrivato il treno partito da Torino. Più di quattrocento persone, in massima parte dal mondo dell'autorganizzazione sociale. Molti i giovani che a Genova non erano presenti ma che l'hanno vissuta nei racconti e oggi l'hanno incorporato e assunto che storia di tutti e tutte.
Ascolta/scarica l'intervista con Andrea del csoa Askatasuna [*]

Molti treni sono partiti ma non tutti potranno essere a Genova in piazza oggi, per ri-affermare che "la storia siamo noi". La rigidità di Trenitalia e il molle intervento dei partiti della cosiddeta "sinistra radicale" hanno ostacolato la partenza e l'organizzazione di treni da numerosi punti della penisola. Tutto il Sud Italia, oltre Napoli, è stato impossibilitato a partire via treno in direzione Genova. Resteranno quindi bloccati tanti compagni e compagne a Palermo, Cosenza, Reggio Calabria e in tante altre città del meridione. E' partito invece ieri sera da Napoli il treno speciale del sud che sta viaggiando verso Genova. A Roma però, i primi problemi: i manifestanti hanno chiesto aggiunta di carozze, poichè il treno era già pieno, e Trenitalia ha preteso altri soldi.

ore 13.35 - La Spezia - Continua il viaggio tortuoso del treno partito ieri sera da Napoli e fermatosi a Roma e Pisa. Piu di mille le persone deteminate a tornare a Genova. Dopo i problemi causati da Trenitalia nella città toscana, ora l'azienda ferroviaria ha bloccato il treno a La Spezia e pretenderebbe di controllare i biglietti uno-a-uno. I compagni hanno quindi deciso di bloccare la stazione e il traffico ferroviario..
Ascolta/scarica la corrispondenza con Giuliana dalla stazione di La Spezia [*]

ore 15.21 - E' partita ufficialmente la manifestazione di Genova, si prevedono trentamila persone. Il corteo si snoderà per la circonvallazione marittima, un percorso di circa otto chilometri.

ore 15.33 - Via le bandiere di partito, solo le persone. Questo lo slogan d'apertura, urlato al megafono, dai tanti manifestanti a Genova.

ore 16.25 - La manifestazione è partita da circa un'ora. Secondo gli organizzatori sono circa cinquantamila i manifestanti in piazza ma altri stanno ancora arrivando. Il corteo si sta snodando lungo le strade del centro del capoluogo ligure costeggiando il mare.
Ascolta/scarica la diretta con Davide del Blocco Antagonista [*]

ore 17.15 - Il corteo è diventato un serpentone di più di due km. C'è tutto il "popolo di Genova", soprattutto nelle sue espressioni di movimento e autorganizzazione, quel popolo che "non ha rotto il filo" con le istanze e i bisogni di sei anni fa. Gli stessi di oggi. Dopo un ora e mezza dalla partenza del corteo, i numeri e le affluenze crescono strada facendo. Presenti anche i no dal Molin e i No Tav. Chiudono il corteo i sindacati di base e la Fiom. Misera e timida la presenza dei partiti di "sinistra". Molti i giovani che nel 2001 non potevano ancora esserci, a Genova. La città risponde bene e non sembra per nulla spaventata. Quella di oggi sembra davvero essere la risposta di un movimento che di fronte all'imbarbarimento politico-culturale in nome della sicurezza dice: "basta! non si può andare avanti cos!"
Ascolta/scarica le considerazioni e la descrizione della composizione del corteo con Raffaele di InfoAut [*]

ore 18 - Il corteo è arrivato in piazza De Ferrari. Il movimento parla di centomila persone che hanno arricchito e ingrossato il corteo di oggi. Un corteo per dire che quelle giornate di luglio soo ancora cosa viva, per ricordare ai signori del Palazzo di ieri e di oggi che "Genova non si dimentica". Da qualche minuto è iniziata la musica e la successioni degli interventi dal palco che chiudono un'importante giornata di lotta, determinata a scrivere la propria storia, oltre qualsiasi commissione d'inchiesta, contro la ri-scrittura dei tribunali.
Ascolta/scarica la corrispondenza con Damiana da piazza De Ferrari [*]









rassegna stampa nazionale:



per info: www.infoaut.org


[17 novembre - corteo a Genova] Quelli della lotta strada per strada

Published on 20:51, 11/16,2007

Manifesto del Network Antagonista Torinese per il corteo del 17 novembre

MANIFESTAZIONE A GENOVA
17 NOVEMBRE 2007 - ORE 15
COMUNITA’ DI SAN BENEDETTO AL PORTO
MARINA DI GENOVA


Sabato si terrà a Genova una manifestazione di protesta contro il tentativo della procura della repubblica di formulare un giudizio storico e politico sugli eventi del luglio 2001 attraverso la condanna dei 25 compagn* imputati a pene che arrivano ai 16 anni di reclusione. Il movimento che invase il capoluogo ligure il 19, 20 e 21 luglio sfidò i divieti e la blindatura armata di una città militarizzata, che ospitava il vertice mondiale degli otto paesi più industrializzati e più politicamente più influenti del pianeta. Fù un movimento variegato, diversificato nei linguaggi e nelle pratiche di lotta, ma unito nell’affermazione di un altro mondo possibile e nell’obiettivo di assediare la zona rossa in cui gli otto grandi si erano trincerati, difesi da un apparato repressivo che avrebbe picchiato, arrestato e torturato, arrivando anche a uccidere un ragazzo, Carlo Giuliani, colpevole di resistere insieme ad altri alla ferocia dei guardiani del vertice.
Oggi parte di quel movimento torna a Genova per ribadire che esiste una storia dei movimenti e delle lotte e una storia scritta dai tribunali, e che queste storie non viaggiano parallele, ma confliggono, come è scritto nel comunicato di indizione del corteo.
Rispetto ad allora molte cose sono cambiate nel movimento. Molti semplicemente non ci sono più, hanno fatto il classico salto della barricata ed ora sono in parlamento a chiedere voti per partiti che finanziano la guerra e promulgano leggi razziste, securitarie e lesive degli interessi di chi lavora. Molti altri, invece, tornano dopo aver attraversato le successive stagioni di mobilitazione, dalle lotte no tav a quelle contro la base di Vicenza, dai movimenti studenteschi e precari in Italia e in Europa alle mobilitazioni contro il caro-vita, il caro-studi, per la casa, per la riappropriazione di reddito, contro nuovo o vecchi fascismi e razzismi. Molti altri, infine, saranno a Genova senza aver partecipato a quelle giornate e magari iniziando ora il loro percorso individuale o collettivo di protagonismo e di lotta politica, ma consapevoli che le giornate di Genova sono un patrimonio e una ricchezza storica che appartiene ai movimenti di liberazione di ogni tempo e di ogni luogo.

partenza da Torino:
stazione Porta Nuova - concentramento ore 11
(andata e ritorno: 10 euro)




Leggi la feature dedicata al corteo su InfoAut




La storia siamo noi
Un appello alla mobilitazione di tutti
per il 17 novembre


"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario.
Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell'ordine e della giustizia.

Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato.
Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere.

Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25 persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione di revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.
Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutt*, nessuno escluso.

Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e