Per più di dieci giorni l’Iran è stato invaso dalle proteste di migliaia di persone, soprattutto studentesse e studenti universitari; e anche se al momento le manifestazioni sembrano diminuire a causa della repressione, il paese resta spaccato e Teheran è una città colma di tensione. Di fronte alla determinazione degli studenti e alla brutale risposta dei paramilitari Basij, fedeli ai guardiani della rivoluzione, la simpatia nostra e della stragrande maggioranza degli studenti italiani va a chi sta protestando, a chi ha invaso le strade, a chi ha affrontato i pasdaran e la polizia.
Non possiamo non riconoscere una differenza profonda tra la situazione europea e quella iraniana: le mobilitazioni universitarie italiane, francesi e greche (e in questi giorni tedesche) attraversano un sistema universitario in crisi e, nell’opporsi all’offensiva dei rispettivi governi, rivendicano una socializzazione diversa dei mezzi di produzione della conoscenza. In Iran una battaglia diversa e complessa è in atto, che parte da una concezione nuova dei costumi sociali e arriva a nutrire l’inconfessabile desiderio di trasformare l’intero assetto istituzionale del paese. Per questo non è in fondo così centrale la polemica sulle elezioni, quanto piuttosto il protagonismo sociale degli studenti, che non è assolutamente rappresentato da un uomo inetto e moderato come Mousavi – che ha già preso le distanze da diverse manifestazioni, definendole “violente e illegali” – e non si limita né al voto elettorale, né alla piazza. Le notizie che ci arrivano direttamente dal movimento parlano di assemblee e discussioni dove si elabora una discussione caotica e differenziata su tutto ciò che riguarda la vita delle iraniane e degli iraniani. Anche se questi studenti fossero una minoranza, anche se arrivassero a conclusioni politiche diverse dalle nostre, ciò che deve starci a cuore è l’espandersi della critica e dei movimenti a livello mondiale.
La campagna stampa orchestrata dall’occidente su questi fatti non è meno nauseante delle solite accuse rivolte agli studenti dal governo di Teheran, che li accusa di agire per conto della CIA. I media nostrani hanno semplicemente “santificato” il movimento e l’opposizione presentando un quadro del tutto superficiale e manicheo, e disinformando al contempo sulla storia e sulla realtà iraniana: non è vero che l’Iran è una semplice dittatura teocratica in una società arretrata. Il sistema istituzionale iraniano è molto complesso e al suo interno diverse ideologie e diversi interessi si confrontano e si affrontano, anche sul piano elettorale; l’Iran possiede università eccellenti e una ricerca scientifica e tecnologica avanzata, ed è una società dinamica, dove i giovani sono la maggioranza della popolazione. Se dovessimo trovare un’affinità tra noi e loro, tra l’Onda europea e l’Onda verde, la cercheremmo nel sentirsi parte di un mondo che deve andare oltre le rivoluzioni o restaurazioni del passato, per aprire il futuro a nuove reali ipotesi di trasformazione.
Al tempo stesso non possiamo non notare quanto profondo si confermi lo iato che separa, qui come laggiù, i movimenti sociali e il sistema dei media e della politica ufficiale. L’ipocrisia dei nostri giornalisti, che diventano partigiani della libertà quando insorgono i tibetani o gli iraniani, per poi giustificare la repressione più brutale dei palestinesi, degli iracheni o degli afgani, non testimonia che l’asservimento totale dell’informazione occidentale al potere costituito e alle sue strategie di guerra. E non meno imbarazzante è la solidarietà ambigua di chi in Italia teme il conflitto sociale e nega legittimità a ogni increspatura dell’ordine pubblico, nel momento in cui gli studenti in Iran bruciano auto e barricate e lanciano pietre e molotov contro la polizia, ben sapendo che l’apertura di spazi politici e di visibilità non sarà loro regalata da nessuno.
La solidarietà e il senso di vicinanza che proviamo per questi studenti sono, per quel che ci riguarda, completamente diversi: affondano le loro radici nella voglia di protagonismo politico di una generazione che si affaccia sulla scena globale, ovunque esprimendo il linguaggio della critica, la resistenza alla repressione culturale o poliziesca, il bisogno di cambiamento e di futuro.
La lettera su Il Manifesto è una provocazione, ma anche una costatazione di una realtà che assiste alla riproduzione della cultura dominante tramite il giogo degli attempati meccanismi di entrata nel "sistema università". Le critiche fatte sono dure e esplicite, si prende il problema alla radice, mettendo in discussione addirittura la denominazione stessa della categoria ricercatori precari:
"Voi non siete né ricercatori, né precari. Non siete ricercatori perché a questa funzione, in Italia, si accede per concorso, e voi questo concorso (truccato) non l'avete ancora vinto. Non siete nemmeno precari perché la precarietà significa innanzitutto un rapporto di dipendenza dalle forze impersonali del mercato, che in voi non esiste", arrivando a designare una nuova definifizione: "aspiranti ricercatori in corso di cooptazione".
L' inoppugnabile regole-base della cooptazione viene messa a nudo: l'obbedienza al referente, al barone di turno, è la fonte da cui il sistema trova la forza per riprodursi, per conservarsi, qualunque sia il colore del governo in carica. La critica mossa è politica, non personale come l'irrazionalità e il qualunquismo dei commenti presenti sul blog della Rete Nazionale Ricercatori Precari vorrebbero far credere. Si analizza e critica il soggetto "ricercatori precari" innanzitutto per la rottura che questi non fanno nei confronti del sistema, contribuendo quindi a conservarlo, ma anche per la limitatezza della loro azione politica, fatta di speranze legate alle promesse di questo o quell'altro politicante in carriera, di denunce portatrici di richieste di supposta trasparenza, di vittimismo fino a sé stesso. Ovviamente non bisogna dimenticare come il mondo dei ricercatori precari sia estremamente eterogeneo al suo interno, probabile causa prima di un discorso politico che non riesce ad uscire dal semplice sindacalismo. Quello che Giulio configura è un soggetto chiuso, capace di guardare nel suo solo orticello, incapace di rompere la schiavitù baronale/personale a cui sono sottoposti e di sviluppare un pensiero critico rispetto alle proprie condizioni e ai mutamenti di ciò che li circonda.
Desideri di salire in cattedra, come traspare dall'intervista realizzata con Giulio Palermo, non ve ne sono: le valutazioni espresse non hanno l'arroganza di indicare una via o di attaccare una categoria perché insidiosa, tutt'altro, vogliono provocare e portare ad una discussione, ad una presa di coscienza che manca, senza la quale una qualsiasi lotta politica è destinata a fallire.
Infatti viene fatto un passo in più:
"Le vere vittime sono invece quegli uomini e quelle donne che sono respinte dal sistema cooptativo, quelli che non accettano i compromessi intellettuali cui vi piegate voi e, per questo, non riescono nemmeno ad ottenere la posizione precaria di cui vi lamentate tanto. E poi, ovviamente, ci sono gli studenti, che pagano il conto della dequalificazione di questo sistema, che passa innanzi tutto per la dequalificazione vostra (e dei baroni che vi hanno preceduto nella scalata accademica) e per la vostra incapacità di costruirvi un percorso scientifico autonomo e critico".
Giulio focalizza su due aspetti spesso sorvolati: chi dissente, chi mantiene e difende la sua autonomia e criticità viene escluso, marginalizzato da un "sistema università" che necessita più di soldati che di teste pensanti; il riconoscimento dell'esistenza di un movimento studentesco vivo ed attivo nelle università, "che lotta contro la mancanza di percorsi critici nell'università, che contesta i contenuti e i metodi degli insegnamenti e che si oppone alla mercificazione dell'università e alle sue funzioni di indottrinamento e controllo sociale". La superficialità con cui di frequente questo binomio è stato trattato è palese: il pensiero indipendente proveniente dagli sporadici casi di ribellione al baronato universitario viene etichettato molto spesso con la follia, con la denigrazione (come questo caso dimostra); e dall'altro lato l'interesse ad un lavoro comune con il movimento universitario è soventemente venuto meno, con responsabilità e limiti di entrambi, nonostante i collettivi universitari siano sempre stati capaci di costruire opposizione, con risultati alterni, alimentando il dibattito e creando conflitto, quindi opponendosi senza mediazioni al vigente sistema universitario e costruendo spazi di contropotere (e contro-sapere) nelle università.
La lettera di Giulio Palermo su Il Manifesto termina con una speranza, una proposta da cui (ri)partire, nonostante la durezza e la radicalità del suo intervento: rompere le regole della cooptazione, prendere coscienza dell'enorme potenziale che detiene la funzione sociale dei ricercatori, recuperando un'autonomia di pensiero e lavorando con il movimento studentesco; per opporsi alla vero nemico di una pratica critica e libera, la classe baronale, altrimenti "un altro mondo è possibile ma ci sarà la stessa università"..
Il sasso è stato lanciato, con coraggio, ora tocca innanzitutto ai ricercatori, ma anche ai collettivi universitari, rispondere alla questione posta, aprendo una discussione non volta alla difesa del proprio, ma all'attacco di un sistema venduto alla mercificazione del sapere ed alla conservazione dei privilegi di pochi.
in onda ogni giovedì dalla 14 alle 16 sulle frequenze di Radio Blackout]
Il botta e risposta avvenuto sulle pagine culturali de Il Manifesto:
>> La lettera di Giulio Palermo
>> Leggi la versione integrale della lettera di Giulio Palermo a Il Manifesto
>> La risposta dei ricercatori e degli assegnisti precari de La Sapienza
>> sito di Giulio Palermo
>> blog della Rete Nazionale Ricercatori Precari
12 Dicembre Sciopero Generale Generalizzato
Partenza ore 9.00 fronte Palazzo Nuovo
Noi la crisi non lapghiamo!!
Vi proponiamo una parte del ddl 112 convertito in Legge dal Parlamento il 6 Agosto 2008. Nell'articolo 16 dal titolo "facolta' di trasformazione in fondazioni delle universita'" viene spiegato cosa comporta questo cambiamento, che, sostanzialmente, e' la trasformazione delle universita' in enti privati. Per ora vi diamo la possibilita' di analizzare questo documento da voi, sucessivamente verranno inseriti degli articoli con la nostra posizione e con le iniziative che metteremo in campo.
Art.
16.
Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università
1. In attuazione dell'articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell'autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e' adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e' approvata con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell'anno successivo a quello di adozione della delibera.
2. Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell'Università. Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e' trasferita, con decreto dell'Agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate.
3. Gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse sono esenti da imposte e tasse.
4. Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. Non e' ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime.
5. I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.
6. Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l'ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati.
7. Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l'amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme dell'ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario.
8. Le fondazioni universitarie hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo.
9. La gestione economico-finanziaria delle fondazioni universitarie assicura l'equilibrio di bilancio. Il bilancio viene redatto con periodicità annuale. Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico; a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi, l'entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione.
10. La vigilanza sulle fondazioni universitarie e' esercitata dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Nei collegi dei sindaci delle fondazioni universitarie e' assicurata la presenza dei rappresentanti delle Amministrazioni vigilanti.
11. La Corte dei conti esercita il controllo sulle fondazioni universitarie secondo le modalità previste dalla legge 21 marzo 1958, n. 259 e riferisce annualmente al Parlamento.
12. In caso di gravi violazioni di legge afferenti alla corretta gestione della fondazione universitaria da parte degli organi di amministrazione o di rappresentanza, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca nomina un Commissario straordinario senza oneri aggiuntivi a carico del Bilancio dello Stato, con il compito di salvaguardare la corretta gestione dell'ente ed entro sei mesi da tale nomina procede alla nomina dei nuovi amministratori dell'ente medesimo, secondo quanto previsto dallo statuto.
13. Fino alla stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro, al personale amministrativo delle fondazioni universitarie si applica il trattamento economico e giuridico vigente alla data di entrata in vigore della presente norma.
14. Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime.
Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università <!-- /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 {size:612.0pt 792.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;} div.Section1 {page:Section1;} -->
Era anunciata per lunedì la presenza del Fuan, grande protagonista dei giornali nelle ultime settimane, ma hanno mancato l'appuntamento promesso sui giornali. E cosi' e' stata una giornata all'insegna della comunicazione con gli studenti, per spiegare, anche, quello che realmente e' accaduto le precedenti settimane. E' stata una giornata utile anche per ribadire come tutti i collettivi della sinistra all'interno dell'universita' si oppongano con fermezza a qualsiasi tentativo di mettere in discussione gli spazi occupati all'interno dell'universita'. E questo e' scaturito da una assemblea convocata dopo le dichiarazioni del presidente del Senato degli Studenti, Andrea Carapellucci, che metteva in discussione gli spazi conquistati in anni di lotte, e successivamente smentito dalla sua stessa organizzazione, l'UDU.
A farci visita e' infine passato Giovanni Gerbi, partigiano della IX°a divisione stella rossa, che in questo momento, in cui gli studenti antifascisti sono sotto attacco da parte di polizia e stampa, ha voluto portarci il suo sostegno e tutto il suo appoggio nella nostra lotta al fascismo ma anche a quel sistema di sfruttamento che e' il capitalismo.
Di seguito un po' di materiale prodotto dal collettivo, la rassegna stampa di questi giorni, la galleria fotografica e il Dossier sul FUAN
[Nessuno spazio per razzisti e fascisti!] - [Lo strano caso di un esame non dato] - [Dossier FUAN]
[Rassegna stampa] - [Galleria fotografica]
Per approfindire leggi anche [infoaut.org]
E le altre puntate della mobilitazione: [1 - 2 - 3]
giornata di comunicazione studentesca
a cura di Student* antifascist*... l'università che non sta mai ferma!

ASCOLTA LA PRESENTAZIONE DELLA GIORNATA
CON DAVIDE DEL COLLETTIVO UNIVERSITARIO AUTONOMO
Nelle ultime due settimane il Fuan si è ripresentato all'università di Torino, alle porte di Palazzina Einaudi prima e nuovamente a quelle di Palazzo Nuovo dopo: una mina impazzita, percepita come estranea dalla quotidianità del corpo studentesco, avente come primo obiettivo la provocazione e l'atteggiarsi a vittima, come dopotutto dimostra la necessità di chiamare subito dopo all'adunata giornali e tv, per la suggellazione di un ruolo che, mai come oggi, si confugura come "rincorsa al carrierismo politico" più che all'esser "rappresentanti degli studenti". Dopo la mattinata del 5 giugno il Fuan ha montato, insieme alla complice ricerca dello scoop e del titolo da prima pagina dei media, un caso inesistente, quello del blocco dei appelli accademici da parte del presidio antifascista, sbugiardato dalle autorità accademiche quanto dagli stessi giornali che pochi giorni prima gli avevan regalato "una giornata da star". Molte parole sono state pronunciate a vanvera, molti si sono scomodati per occuparsi dell'università di Torino: richieste di sgombero degli spazi autogestiti, anatemi censori contro chi fa politica fuori dalla copia parlamentare, minacce di intervento poliziesco e istanze fuoriluogo di necessità securitarie.
Quel che in primo luogo emerge, a più livelli, dai carrieranti politici del Fuan ai ministri di governo o al sindaco Chiamparino, è l'attacco agli spazi autogestiti dell'università di Torino, contenitori della parte viva dell'istituzione universitaria, protagonisti culturali e politici di un sistema (non solo universitario!) che si vorrebbe sottovuoto ed acritico. Lunedi, a Palazzo Nuovo, per tutta la giornata, saranno i collettivi, le variegate realtà universitarie, a metter in campo la risposta dovuta, con la rivendicazione di tre parole d'ordine: autogestione, per la difesa della ricchezza in questi anni prodotta all'inteno di spazi liberati dell'università; autoformazione, per la valorizzazione del dibattito culturale e politico svolto nei molteplici incontri seminariali succedutosi negli anni; antifascismo, per rimarcare il carattere antifascista dell'università di Torino, in una città medaglia d'oro alla Resistenza, portatrice di valori a cui tutt'oggi gli studenti e le studentesse aderiscono fermamente.
I fascisti del Fuan han ventilato, per mezzo stampa, una visita a Palazzo Nuovo per lunedì, nell'intento da una parte di provocare e dall'altra di portare i loro contenuti razzisti e xenofobi all'università. La giornata di mobilitazione antifascista ha quindi il compito non solo di riproporre la ricchezza prodotta fino ad oggi ma anche di denudare una realtà che solo i ciechi non voglion riconoscere, cioè quella dell'estraneità totale del Fuan all'università, alla sua quotidianità e quindi incorporata problematicità, e ciò non potrà che avvenire negando spazi ed agibilità a chi, politicamente, di universitario ha solo la nostalgica (e fascista!) denominazione.
lunedì 16 giugno 2008, dalle ore 8 alle 20
Autogestione Autoformazione Antifascismo
..sound system.. interventi..
..banchetti informativi.. proiezione..
.."calcio al balilla".. aperitivo
..mostra.. tazebao..
vedi anche le notizie delle ultime due settimane:
> Mobilitazione antifascista impedisce una manifestazione del Fuan–Azione universitaria all’Università di Torino
> [Comunicato e conferenza stampa] Lo strano caso dell'esame impedito (a proposito di un presidio anti-fascista)
> Ennesima provocazione del Fuan-Au all'università di Torino

In una settimana il Fuan e' riuscito a collezionare buffonate una dopo l'altra. Prima blaterando sull'intenzione da parte degli studenti antifascisti di bloccare gli appelli, ovviamente aiutati nel loro intento di divulgazione di buffonate dalla stampa. Successivamente facendo scortare dalla polizia una delle loro militanti che doveva tenere un esame, convinti che la mobilitazione antifascista fosse scaturita da un odio personale verso la militante. I giornali, infatti, ci sono cascati in pieno, o forse lo hanno fatto per supportare la causa, e sono riusciti nell'intento di cancellare qualsiasi significato politico del presidio antifascista. Sono anche riusciti a far montare un clima tale da poter permettere che una studentessa con manie di persecuzione, nonche' di protagonismo, avesse unsa scorta personale fatta di poliziotti pagati dai contribuenti. Sembrava un magistrato antimafia con il codazzo al seguito, o forse un supertestimone. Fatto sta che , come tutti possono notare facendo un salto per Palazzo Nuovo, l'Universita' e' costantemente militarizzata; viene infatti frequentata quasi esclusivamente da Digos e poliziotti in tenuta antisommossa fuori corso.
Contro le manie di persecuzione, per la liberazione di palazzo nuovo dalla polizia privata del FUAN.
EMILIANO LIBERO!
A volte ritornano. A volte ritornano e come sempre vengono scacciati dagli studenti. Come un anno fa il FUAN e' costretto a lasciare l'universita' scortato dalle forze dell'ordine, sotto il lancio di uova e coperti dai cori antifascisti che hanno risuonato nel cortile della palazzina Einaudi per svariate ore. Nonostante una pioggia battente una cinquantina di studenti si sono radunati in corso regina in una delle sedi dell'Universita' di Torino ed hanno fronteggiato la polizia che ha, alla fine della mattinata, fatto uso della forza per proteggere i fascisti. Questa e' stato il nostro modo di portare la solidarieta' ad Emiliano, studente romano arrestato dopo essere stato aggredito dai fascisti, ed e' come sempre il nostro modo di rispondere ogni volta che FUAN o altre realta' neofasciste si affacciano nella nostra Universita' o nei nostri quartieri.Ma soprattutto questo e' l'unico modo per prevenire le aggressioni che si permettono in altre citta: stargli col fiato sul collo. Se a Torino le aggressioni fasciste si contano sulle dita di una mano e' anche grazie alla costante azione antifascista che esrecitiamo all'Universita' e nel resto della citta', impedendo a questi 4 fascistelli di poter veicolare i loro messaggi intrisi di razzismo.
I giornali non hanno ovviamente perso tempo per scrivere del nulla, intervistando una ragazza del FUAN che ha millanta davanti ai microfoni di non aver potuto sostenere l'esame a causa degli antifascisti, salvo poi scoprire che la ragazza in questione non era nemmeno iscritta all'esame. Probabilmente non era abbastanza preparata sulla materia ed ha pensato bene di scaricare le colpe sul nostro collettivo. Questo e' il livello di bassezza a cui sono arrivati i fascisti nella nostra citta'.
Fuori i fascisti dalle universita'!
Emiliano Libero Subito!
Su infoaut:
[Resoconto girnata antifascista]
[Conferenza Stampa sul caso della ragazza che non avrebbe potuto sostenere l'esame]
Un mercoledì come tanti nel pieno
della finestra esami, una copisteria vicina a palazzo nuovo, tanti
studenti in fila alle fotocopiatrici che come sempre fotocopiano i
libri. Fino a qui non ci sarebbe niente di anormale, l’anormalità
viene creata da un ispettore della siae che coadiuvato da alcuni
agenti della guardia di finanza e della polizia municipale irrompe
nella copisteria di via verdi e contesta a cinque studenti di palazzo
nuovo una multa di 150 € perché nel fare le loro fotocopie hanno
superato il limite del 15%. Al danno si aggiunge anche la beffa,
infatti i solerti agenti della guardia di finanza sequestrano le
preziose fotocopie. Una logica veramente assurda quella che vieta
agli studenti la riproduzione dei libri per gli esami, tanto più che
molto spesso molti testi inseriti dai docenti nei vari programmi
d’esame non sono neanche in vendita e sono presenti in pochissime
biblioteche. In nome di un fantomatico diritto d’autore e del
rispetto del copyright, viene legalizzato un nuovo modo di rubare i
soldi dalle nostre tasche già pesantemente vessate, da affitti,
tasse universitarie e biglietti di tram e treni che aumentano ogni
giorno che passa. Il carovita è un dato reale che noi tutti viviamo
sulla nostra pelle, ma ciononostante l’università non si adopera a
stanziare fondi, anzi preferisce intrattenere rapporti commerciali
con le agenzie interinali e con le stesse aziende che assumono noi
studenti con contratti da fame.
Come studenti del
Collettivo Universitario Autonomo esprimiamo piena solidarietà agli
studenti vittime della siae. Rilanciamo la lotta contro il copyright
per il libero scambio dei saperi.
Venerdi' sera abbiamo voluto dare un piccolo segno d solidarieta' ai compagni della sapienza che hanno subito l'aggressione infame da parte dei fascisti. Abbiamo deciso di coprire una delle vetrine che i fascisti del FUAN utilizzano per sporcare il nostro Ateneo, con un manifesto in solidarieta' a Emiliano, studente antifascista arrestato dopo aver subito l'aggressione da parte di Forza Nuova. Non importa il simbolo che indossano, per noi importa solo che le idee che cercano di portare avanti rimangano rinchiuse nei loro cervelli e che non varchino le porte delle universita' e dei quartieri. Il nostro messaggio rimane chiaro: FUAN, Fiamma Tricolore e Forza Nuova non troverete mai spazio per la vostra merda xenofoba.
Fuori i fascisti dalle Universita'

Certo, tra le dichiarazioni e la loro piena attuazione si apre l'abisso dell'applicabilità effettiva e quotidiana della norma che, più delle scarse e difficoltose resistenze dei movimenti, renderà inapplicabile una normativa che dovrebbe ipso facto incarcerare centinaia milioni di persone che lavorano, producono ricchezza e vivono nel nostro paese e sovraccaricare una burocrazia poliziesca già ingolfata.
Di sicuro però, il Berlusconi-tris schiantatosi contro le resistenze delle popolazioni campane, deve mostrare almeno un pezzo del pugno duro promesso col "Pacchetto Sicurezza", in un clima sociale fomentato da crisi economica e produzione mediatica d'insicurezza; quella stessa che potrebbe anche rivoltarglisi contro se non trova risposta nella corrispettiva produzione di una merce-sicurezza vendibile dall'sitituzione e consumabile dal cittadino-medio.
Ed è allora ancora una voltra contro lo straniero, diverso per definizione, che si può facilmente scagliare e governare il risentimento e l'odio di quote consistenti del corpo sociale.
> Ascolta l'intervista con Alessandro dal Lago "Elementi del Discorso securitario"
> Il governo delle espulsioni (di Alessandro Dal Lago)
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Fathi (come si è scoperto chiamarsi il giovane marocchino morto domenica) o Hassan (come l'Italia l'ha chiamato e ucciso), Fathi-Hassan è morto perchè nella contemporanea legislazione dell'Europa Comunitaria (e non nell'eccezione italiana) era,come migliaia di altri suoi fratelli e sorelle, un corpo uccidibile. La sua morte da cane, nella sua eccezionalità, nasconde la norma di una condizione di sotto-cittadinanza tanto comoda al potere/capitale per gestire al ribasso e con ricatto, l'infinita e graduale gerarchia della forza-lavoro mobile e precaria.
Emergono in queste ore con indiscutibile chiarezza, le resposabilità fattuali nella morte di questo giovane della Croce Rossa, accompagnate dalla infami dichiarazioni del suo portavoce colonnello Baldacci, esternazioni che denudano il carattere razzista e coloniale di questa organizzazione para-militare.
Fathi/Hasan non è stato soccorso, è stato letteralemente lasciato morire...
> La ricostruzione della morte di Fathi e le responsabilità da accertare (avv. GL Vitale)
> Un'intervista dal cpt in lotta effettuata lunedì da radio blackout
Oltre all'infamia, l'orrore: la Croce Rossa ha minacciato di sospendere ogni intervento sanitario fino a quando le proteste e lo sciopero della fame intrapresi dai trattenuti non finiranno.
> Le iniziative della settimana: corteo e assemblea pubblica (Claudio-csoa Gabrio)
Come successo lo scorso anno all’università di Torino, di Palermo, contro Fuan ed Alleanza Nazionale, la resistenza e la reazione si dimostrano la pratica necessaria per non farsi mettere nell’angolo, per negare spazi e agibilità ad ogni prototipo di fascismo, evitando piagnistei e creando conflitto, contrapposizione. La cancellazione dell’ignobile convegno sulle foibe a La Sapienza organizzato camuffatamente da Forza Nuova è stata la scintilla che ha scatenato la risposta fascista ma anche il vittorioso incipit, nel coraggio di rischiare e prendere posizione, di una campagna dentro l’università che ha preso il problema dalla radice, battagliando ogni campo, dalla concessione di un’aula all’attacchinaggio di un manifesto.
L’università, immersa nel territorio ben più esteso della metropoli, si conferma come uno dei luoghi importanti dove continuare a praticare l’antifascismo, impedendo con la rabbia e la lotta ogni agibilità e spazio ai fascisti.
Il paradosso sorbito per quel che è avvenuto quest’oggi sta, oltre che nelle vergognose mistificazioni ed equidistanze strombazzate da media e politica, anche nell’avere due compagni, Emiliano e Giuseppe, a cui mandiamo il nostro abbraccio, agli arresti. La legittima risposta ad un’aggressione fascista non può essere “rissa aggravata”. L’antifascismo non si processa.
Non un passo indietro!
Emiliano e Giuseppe liberi subito!
Torino: aggressione con tirapugni e lame ·
Vittime due fratelli, bloccati prima di entrare nell’atrio della stazione Lingotto
Aggrediti dai neonazisti
armati di tirapugni e lame
TORINO 13/05/2008 – Puniti perché davano troppo nell’occhio, per
un’acconciatura e degli abiti troppo appariscenti. O, forse, solo per
pura noia. Pestati con inaudita violenza da due neonazisti armati di
tirapugni e lame, mentre aspettano il treno. Vittime designate dal
caso, nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Non sono passati nemmeno quindici giorni dall’omicidio del ventinovenne veronese Nicolò Tommasoli, ucciso a calci e pugni lo scorso primo maggio da una squadraccia di cinque naziskin appena ventenni, che anche Torino riscopre il fanatismo neonazista dei picchiatori di strada. Francesco e Luca (i nomi sono di fantasia), due fratelli di 24 e 26 anni, hanno lasciato gli amici dopo un concerto. La notte è appena trascorsa, l’alba non è lontana. Sono le cinque e mezza di domenica mattina, attorno alla stazione Lingotto è il deserto. I due ragazzi imboccano a piedi via Passo Buole, raggiungono l’atrio della stazione Lingotto. I due non si sono accorti di essere stati seguiti fino a che non si trovano davanti altri due ragazzi. Due giovani come loro, così diversi da loro. Il bomber, il jeans attillato che termina dentro un paio di anfibi lucidi e legati stretti, la testa rasata. Ai ragazzi non resta il minimo dubbio, a seguirli erano due neonazisti. Si avvicinano, iniziano le provocazioni. Qualche battuta, uno sfottò per un look troppo appariscente. La tensione tra le coppie di giovani aumenta, gli sguardi si fanno truci.
Il sorriso beffardo delle due teste rasate diventa sfida. «Perché non andiamo a farci un giro?». Accettare o rifiutare, a quel punto, è la stessa cosa. Coraggio e paura sono un unico sentimento: «Andiamo pure», rispondono i due fratelli. Una battuta che per i picchiatori vale quanto accettare il confronto. Francesco e Luca voltano le spalle alle due teste rasate, la violenza scatta in un attimo. Giusto il tempo per i due di armarsi uno di un tirapugni in acciaio, l’altro di un coltello. Luca riceve un pugno sulla schiena, si volta e il tirapugni lo colpisce in pieno volto, tra gli occhi. La colluttazione dura pochi minuti, uno dei due ragazzi con un tagliacarte ferisce Francesco in viso, in pancia, sulle gambe. Luca reagisce brutalmente, sollevando e scaraventando uno dei due teppisti in mezzo alla strada, scagliandosi poi anche sull’altro. «Cosa fai bastardo? La dovete finire, lasciateci stare!». Una reazione inattesa, che evita il peggio. Le urla risvegliano il quartiere: chi non dormiva ha assistito alla scena, ha pensato ad un banale diverbio tra ragazzi. Gli aggressori, solo a quel punto, capiscono che è meglio abbandonare l’impresa. Il rischio, ora che è giorno, è quello di attirare troppa attenzione. Magari anche quella delle forze dell’ordine.
Enrico Romanetto






